logo san paolo
giovedì 02 febbraio 2023
 
dossier
 

«Lasciai tutto per fare l’eremita e i miei andarono a Chi l’ha visto?»

12/01/2023  «Il mio modello è Francesco d’Assisi», raccontò in un'intervista del 2019 fratel Biagio Conte, morto oggi all'età di 59 anni, «anch’io, come lui, ho trovato la libertà quando mi sono spogliato di tutto. I miei genitori andarono in Tv per cercarmi, gli amici mi dicevano che ero depresso e dovevo curarmi»

Ripubblichiamo l’intervista del 2019 a fratel Biagio Conte, morto il 12 gennaio a Palermo all’età di 59 anni, che avevamo incontrato durante il suo pellegrinaggio penitenziale per scuotere l’Europa sull’accoglienza dei migranti e dei poveri e dire no alla politica dei muri.

Biagio Conte voleva sparire agli occhi del mondo. Adesso lo percorre a piedi per chiedere «solidarietà e rispetto per ogni cittadino emigrante e immigrato» e invocare «veri diritti umani» per tutti: «Lo vuole il buon Dio», dice, «mi sono fatto clandestino per dire che siamo tutti stranieri in terra straniera e che non ha senso erigere muri». L’11 luglio è partito da Genova dove è arrivato, da Palermo, su un traghetto, simbolo di tutti i barconi che solcano il Mediterraneo. L’itinerario è impegnativo: Svizzera, Germania, Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda, Danimarca, forse Romania e Ungheria, passando per le sedi delle istituzioni europee. «Anch’io, da bambino, sono stato emigrante in Svizzera con la mia famiglia», spiega, «perché gli immigrati che portano soldi, come i sauditi che hanno comprato mezza Milano, ci piacciono e i poveri cristi li respingiamo?».

Gli occhi azzurri, la barba lunga e ben curata, i denti bianchi e perfetti come gli attori che nei film interpretano Gesù Cristo. Un saio di tela verde poverissimo ma dignitoso: «Verde è il colore della speranza, quella che papa Francesco ci esorta a non farci rubare da nessuno».

Fratel Biagio, che ha pronunciato i voti di povertà, castità e obbedienza senza entrare in nessun ordine religioso, porta con sé i calzari, un bastone, due cartelli e un bagaglio con l’essenziale: dentifricio, biancheria, sacco a pelo, stuoia, il Vangelo. Mangia solo la sera perché, precisa, «il mio è un cammino penitenziale». Ogni giorno percorre venticinque chilometri. Non ha il cellulare né l’orologio. Porge un ramoscello d’ulivo a chi lo ospita.

Oggi, 24 luglio, è alla Casa Betania delle Beatitudini fondata a Seveso da fratel Ettore Boschini, il folle di Dio la cui biografia ricorda molto da vicino quella di Biagio Conte che a metà degli anni Novanta in quello che era l’ex disinfettatoio comunale di Palermo per la quarantena dei militari malati fondò la Missione di speranza e carità, il primo dei quattro rifugi che accolgono derelitti d’ogni colore e disavventura: senzatetto, tossicodipendenti, migranti, ragazze madri, bimbi soli.

Chi è Biagio Conte?

«Un piccolo servo inutile».

Quando ha deciso di intraprendere questo cammino?

«Dopo il decreto di espulsione che ha colpito Paul Yaw Aning, un idraulico ghanese arrivato 13 anni fa in Italia per lavorare a Bologna. Ho fatto lo sciopero della fame per sedici giorni».

Come si è preparato?

«Andando nel mio luogo d’eremitaggio preferito sulle montagne sopra Palermo. Una grotta irraggiungibile a Bosco Ficuzza. Quando non voglio essere disturbato da nessuno vado lì».

Perché fa tutto questo?

«Per identificarmi completamente con i migranti. Tutti. Quelli clandestini che arrivano dall’Africa sui barconi e gli italiani che sono costretti a emigrare per sbarcare il lunario. Il Sud si sta svuotando dei giovani. Ieri come oggi, molti italiani, quando lasciano la propria patria, sono umiliati e discriminati all’estero. Non accetto le ingiustizie e la divisione dei popoli, l’intolleranza e le discriminazioni. Anche Gesù è stato profugo e fu costretto a fuggire in Egitto ancora bambino».

Chi l’assiste in questo viaggio?

«La Provvidenza. Incontro tante persone che mi offrono cibo, acqua, anche soldi. Prendo solo l’acqua. Sono italiani ma anche stranieri. Cristiani, musulmani, buddhisti, ortodossi. Se una sera non ho dove dormire i clochard mi danno la loro coperta, molte strutture mi ospitano. In Sardegna, una volta, una famiglia rom mi ha offerto da mangiare».

Quali tappe ha fatto finora?

«La Liguria, poi Tortona, Pavia e Milano dove sono stato benedetto dall’arcivescovo Mario Delpini e nel Duomo ho pregato per la fratellanza e la pace fra tutti i popoli. Ho incontrato anche il presidente del consiglio comunale Lamberto Bertolé e gli ho consegnato una lettera».

Davanti al Parlamento europeo cosa dirà?

«Che siamo tutti fratelli e sorelle e che se siamo una società aperta per l’economia dobbiamo esserlo anche per gli uomini, soprattutto chi è rimasto indietro o è povero. Palermo deriva da Panormus, significa “tutta porto”. Ha l’accoglienza nel suo Dna. I muri sono già stati condannati dalla storia. La vera Unione europea da costruire è quella che rispetta gli uomini e l’ambiente».

Lei è abituato ai pellegrinaggi.

«Dopo quello ad Assisi ho toccato, tre anni fa, le venti regioni d’Italia. Prima di Pasqua ho girato a piedi il Marocco, da Nord a Sud. E pensare che dovevo stare su una sedia a rotelle».

Perché?

«Avevo dolori alla schiena e alle gambe. I medici mi dissero che dovevo operarmi ed ero a rischio amputazione. Andai a Lourdes anche se non volevo fare il bagno nelle piscine. Alla fine m’immersi e al ritorno ero guarito. Ora non cammino, volo».

A chi s’ispira?

«A Francesco d’Assisi che trovò la libertà spogliandosi di tutto».

E lei quando ha trovato la libertà?

«Il 5 maggio 1990, quando mi sono ribellato alla vita falsa che mio padre voleva per me. Non ero adatto a portare avanti l’azienda di famiglia e sono scappato da Palermo per vivere da eremita e raggiungere a piedi Assisi e pregare sulla tomba del Poverello. I miei andarono a Chi l’ha visto? per cercarmi».

Cosa accadde dopo?

«Mi sono convertito. Fino a quel momento avevo avuto auto di lusso, vestiti griffati, belle ragazze. Vestivo solo di nero perché la mia esistenza era incolore e senza significato. Volevo andare a fare il missionario in Africa».

Invece si è messo a girare tra emarginati e senzatetto della Stazione Centrale di Palermo.

«Il buon Dio mi ha detto: “La tua Africa è qui, fai qualcosa”».

Cosa l’ha spinta a cambiare vita?

«Non volevo essere più responsabile di questa società egoista e indifferente. Quando ho visto che il divario tra chi ha troppo e chi nulla era così grande ho detto basta. I miei amici non mi hanno capito. Sono andati dai miei genitori e hanno detto: “Curatelo perché ha la depressione”. Risposi: “Curate questa società malata e guarirò anch’io”».

Ha preso i voti senza entrare in nessun ordine religioso.

«La mia è un’associazione pubblica di fedeli, i “Missionari della speranza e della carità”, riconosciuta dalla Chiesa. Il ramo maschile si occupa degli uomini abbandonati, quello femminile delle donne e dei bambini».

Com’è adesso il rapporto con i suoi genitori?

«Quando voglio comunicare con loro c’è un fax spirituale che non s’inceppa mai. Ho un piccolo senso di colpa perché li faccio preoccupare, ma sono in mani buone, quelle delle mie sorelle, Graziella e Angela».

Multimedia
Biagio Conte, le immagini di una vita spesa per gli ultimi
Correlati
 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo