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Il Papa sul tetto del mondo: "Jallalla Bolivia"

09/07/2015  "Viva Bolivia": atterrato a 4.000 metri, all'aeroporto della capitale più alta sul pianeta, La Paz, Bergoglio saluta nella lingua degli indios Aymara. Abbraccio tra Francesco e il presidente Morales. Ambiente, povertà e anche la questione dei confini nei due discorsi iniziali. Il Santo Padre sosta in preghiera sul luogo dell'assassinio del gesuita Luis Espinal Camps.

Un abbraccio appena sceso dalla scaletta dell'aereo a El Alto, 13 chilometri dalla capitale La Paz, e subito un regalo da Evo Morales a papa Francesco. Il presidente della Bolivia mette al collo del Pontefice la chuspa, il tradizionale contenitore di lana portato dall'etnia aymara.
Papa Francesco dà la mano ai bambini delle varie etnie indigene e ascolta il brevissimo discorso di Morales. Per la cultura latinoamericana un segno di rispetto quello di parlare meno della persona che si ospita.
Morales, che non ha, però, tralasciato di sollevare la questione dello sbocco al mare del suo Paese, sbocco che ha perso con la guerra del Pacifico, ma che continua a rivendicare dal Cile.
«Accogliamo con le braccia e il cuore aperto il Papa dei poveri, che si autoidentifica con San Francesco di Assisi», ha poi detto rivolto a Francesco. E ha aggiunto che non bisogna tradire i poveri perché «chi tradisce un povero tradisce Cristo, chi tradisce un povero tradisce Papa Francesco».
Il Papa ha letto per intero il discorso che aveva preparato soffermandosi sulla bellezza del Paese: «Sono lieto di trovarmi in questo Paese di singolare bellezza, benedetto da Dio nelle sue diverse zone: l’altopiano, le valli, le terre amazoniche, i deserti, gli incomparabili laghi; il preambolo della sua Costituzione lo ha sigillato in modo poetico: "In tempi immemorabili si eressero montagne, si dispiegarono fiumi, si formarono laghi. La nostra Amazzonia, il nostro Chaco, il nostro altipiano, le nostre pianure e le valli si coprirono di piante e di fiori", e mi ricorda», dice papa Francesco citando poi l'enciclica sull'ambiente che «il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode». Quella boliviana è «una terra benedetta nelle sue genti, con la varietà culturale» e dove il castellano portato dagli spagnoli si è amalgamato «con 36 idiomi originari».
Papa Francesco ha poi lodato il cammino di inclusione sociale del Paese, un cammino che «richiede uno spirito di collaborazione civile, di dialogo e di partecipazione degli individui e degli attori sociali nelle questioni che interessano tutti. Il progresso integrale di un popolo comprende la crescita delle persone nei valori e la convergenza su ideali comuni che riescano ad unire le volontà senza escludere e respingere nessuno. Se la crescita è solo materiale, si corre sempre il rischio di tornare a creare nuove differenze, che l'abbondanza di alcuni si costruisca sulla scarsezza di altri. Perciò, oltre alla trasparenza istituzionale, la coesione sociale richiede uno sforzo nell'educazione dei cittadini».
Papa Francesco ha poi ribadito che la presenza della Chiesa deve essere «profetica a partire dalla sua opzione preferenziale ed evangelica per gli ultimi». E, prima di salutare con il tradizionale Jallalla Bolivia!, ha ricordato di essere «lieto di trovarmi in questa patria che si definisce pacifista, che promuove la cultura della pace e il diritto alla pace».
Prima di trasferirsi all’Arcivescovado di La Paz, durante il tragitto, il Papa ha sostato in preghiera nei pressi del luogo dell'assassinio di padre Luis Espinal Camps che, come ha ricordato lo stesso Francesco, ha lavorato per la liberazione della Bolivia. Il gesuita fu ucciso nel 1980 dai paramilitari, braccio armato della dittatura, che lo avevano arrestato. Un'uccisione, pochi giorni prima di quella di monsignor Romero, che scosse la popolazione. Evo Morales ha dichiarato festa nazionale il 21 marzo, giorno dell'assassinio.

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