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mercoledì 22 maggio 2024
 
L'INTERVISTA
 

Branduardi: "Così io, uomo in cerca, sono arrivato a cantare San Francesco e Sant'Ildegarda"

17/09/2022  Violinista classico, da sempre prestato alla canzone d’autore, ha creato un genere unico in cui la spiritualità ha avuto e ha un posto importante. Racconta l'ultimo album musicalmente ispirato a Ildegarda di Bingen, proclamata nel 2012 dottore della Chiesa e festeggiata il 17 settembre

Angelo Branduardi è una persona seria e come tutte le persone serie è autoironico e mai serioso. Scherza sull’aria da guru, ma non sa che cosa significhi darsi arie. Nel panorama della canzone d’autore è un unicum, nel senso che per formazione, temi e sonorità somiglia solo a sé stesso. E spesso gli riescono i “miracoli”, nel senso che ha da sempre successo con esperimenti non banali, sulla carta persino difficili, che nelle sue mani da violinista classico diventano immediatamente popolari. Lo sa, ma l’unica cosa che da sempre si monta sulla sua testa sono i riccioli allo stato brado, ormai marchio di fabbrica. Il suo ultimo album, il cui lancio è stato interrotto, nel 2020, dal Covid, è dedicato a Ildegarda di Bingen, la santa che il calendario celebra il 17 settembre. Si intitola il Cammino dell’anima ed è solo l’ultimo dei suoi non scontati repertori che hanno toccato il tema della spiritualità.

Ha detto che la musica dà molto ma si prende tutto, il cammino dell’anima a che punto è?

«Sono in movimento, il cammino dell’anima che dà il titolo all’ultimo disco vuol dire che io non ho una fede a prova di bomba, una fede da autostrada, ma un cammino in cui tante volte cado, sbaglio, ritorno, sempre cercando una cosa che forse non esiste ed è meglio che non la trovi: un po’ come succedeva ai cavalieri della tavola rotonda con il Graal, che facevano la Ricerca con la “r” maiuscola. Il mio scopo è la ricerca. La musica dà tantissimo, a me ha salvato tante volte, però quando suoni, quando scrivi si prende anche. Ho detto spesso che la musica è vedere dall’altra parte del muro, il difficile poi è tornare di qua, questo comporta una dose di sofferenza che per quello che ti ritorna vale la pena di sperimentare».

La sua formazione è quella di un violinista, diplomato a 16 anni tra i più giovani in Italia. La classica vede il resto del mondo musicale con sospetto. Come ha fatto a saltare il fosso senza sentirsi un disertore?

«È stato casuale, sono arrivato seguendo i genitori dopo il diploma da Genova a Milano. Non sapevo bene che cosa fare e per pura combinazione c’era una zona della città vicina a piazzale Corvetto in cui vivevano un sacco di musicisti di musica “altra” rispetto alla classica però coltissimi: Maurizio Fabrizio, i fratelli La Bionda, Gigi Cappellotto… eravamo tutti lì, mi sono trovato a suonare nei dischi degli altri, non ho mai considerato questo un ripiego. È vero, come tutti i musicisti classici, prima avevo un po’ la tendenza a considerare poco il resto, ma sbagliavo. Mia figlia che è violoncellista dice siamo stufi di suonare la musica dei morti».

La sua famiglia che aveva faticosamente investito nei suoi studi e forse a quel punto la immaginava violinista come la prese?

«Mi ricordo benissimo di quando mio padre, che era un melomane appassionato verdiano con cui dopo da wagneriano litigavo, a 5 anni mi portò dal maestro Augusto Silvestri, un grande pedagogo, cui devo moltissimo, che ha importato in Italia il metodo Sevcik con cui studiavano i violisti dell’est molto diverso dal metodo franco-belga. Quando ha aperto l’astuccio io ho visto questa cosa bruna: un violino tirolese del Seicento che era stato suonato tanto alla luce delle candele e ne conservava l’odore. Mi è rimasto impresso così tanto che, dopo un po’ di anni sono andato a cercare un violino uguale, che tengo a casa. Io non so perché sono rimasto folgorato, mia mamma ha sempre detto che il primo anno e forse anche il secondo avrebbe voluto buttare dalla finestra me e il violino, che dai primi esercizi con la corda vuota con la mano destra e la sinistra giusta (mima il gesto ndr), veniva fuori un suono come di gatto. Facevi le note vuote e poi contavi per darti già la nozione del tempo: cantare la nota miiii e contare 1-2-3-4, la cosa che straziava mia mamma. Ho avuto due momenti di crisi e devo ringraziare tanto mio papà che ha avuto una vita difficile, ma ha fatto in tempo ad assistere al successo del figlio, anche se non è stato come lo ha immaginato e questo mi fa molto piacere».

La crisi ci sta, uno strumento studiato così dai 5 ai 15 anni chiede una dedizione che ti sfasa rispetto al resto del mondo.

«Sì per certi versi la pago ancora adesso, quando mi sono trovato per strada dopo il diploma non sapevo niente del mondo, per questo dico che i musicisti sono degli emarginati, magari di lusso come me».

La sua ricerca non è stata scontata: per la fiera dell’est e per l’Infinitamente piccolo commissionato dai frati di Assisi, come pronostico (sbagliatissimo) non le diedero i due soldi del topolino. Ora un album dedicato a Ildegarda di Bingen. Nessuno ha chiesto: Ildegarda chi?

«Devo essere sincero, io e mia moglie che ci ha lavorato con me non siamo esperti di Ildegarda, quando abbiamo cominciato sono venuti fuori professori che hanno passato la vita a studiarla. Io sono rimasto colpito dal fatto che una donna dell’anno Mille scrivesse della musica, e dallo scoprire che è stata tante cose che molti sanno meglio di me: era una dietologa, un’erborista, ha anche inventato il luppolo nella birra, anche se il processo di beatificazione è stato chiuso immediatamente dopo la sua morte ci sono voluti mille anni perché papa Ratzinger la ricoscesse come santa e come dottore della Chiesa».

Uno non si alza una mattina dicendo adesso scrivo un album su Ildegarda, com’è andata?

«Mi sono imbattutto nella musica, ho sentito non ricordo in che occasione una cosa sua, e quando sento una cosa musicale difficilmente la dimentico, mi resta attaccata, devo aver sentito da qualche parte un coro femminile che cantava. Ho detto al mio vicino: che cos’è questa cosa? E mi è stato risposto: “È Ildegarda”. Non ne sapevo nulla, sono andato prima su Wikipedia e poi mi sono fatto arrivare l’opera omnia».

C’è una figura storica che ha lasciato musica e dei testi, quando si scrive una terza cosa, a partire da quel corpus dell’originale che cosa rimane?

«C’è stato grande rispetto: abbiamo cercato di divulgare, di far capire che è musica bella anche moderna, e mia moglie ha tradotto i testi così com’erano da questo difficile latino già un po’ germanico. Abbiamo fatto una terza cosa che mi auguro che sia la summa delle altre due, come quando si usa una parentesi graffa per unire due cose a una terza».

Non è la prima volta che, per committenza altrui o per scelta propria, finisce su temi che hanno a che fare con la spiritualità. La curiosità per il Medioevo, per un musicista classico che va indietro al massimo fino al Seicento, com’è nata, quando?

«Quando già ero relativamente adulto, a 17-18 anni ascoltai una cassetta dell’early baroque, la prima cosa che ho ascoltato era la canta Schiarazula Marazula, un antico ballo friulano, da cui ho tratto il ballo in fa (canticchia: son io la morte e porto corona…). Ho fatto otto dischi che si intitolano Futuro antico in cui mi sono molto divertito. Futuro antico 1, l’Infinitamente piccolo e il Cammino dell’anima sono una specie di Hit parade del Medioevo. Riguardo alla spiritualità c’era stata anche l’offerta bellissima di Luigi Magni che mi fece fare State buoni se potete, per cui senza falsa modestia ho preso tutti i premi in circolazione e mi sono divertito come un matto, per cinque anni ho lavorato per il cinema che era il mio sogno iniziale anche se poi ho capito che la mia strada era un’altra. La musica è spirito, è vedere quello che non c’è dall’altra parte del muro»

Quello che non c’è o quello che non si vede?

«Quello che non si vede».

Un peregrinare nel tempo e nello spazio tra culture e spiritualità diverse. Le radici profonde dove sono, non si rischia di sentirsi sradicati?

«Io ho chiamato i miei dischi di musica antica Futuro antico proprio perché significa che ci sono radici profonde che come dice Tolkien non gelano mai e se tu sei un musicista che è partito da lì non le perderai mai, io non ho fatto Stockhausen, ho fatto del cross over una cosa che non è musica classica e non è musica leggera, forse l’unico in Italia».

Ha corso il rischio di essere incompreso da entrambi quei mondi?

«Certo, l’ho corso eccome consapevolmente. Sono stato anche un provocatore, nella mia nicchia ho provocato senza gridare».

Questo la rende unico. A proposito di provocazione, a proposito di Ildegarda, scelse per lancio la cosa meno scontata: un brano parlato…

«Sì, è la mia voce abbassata. Interpreto il diavolo. Serviva a lanciare il brano successivo che inizia con Fuggi fuggi. Senza il diavolo prima non si sarebbe capito da che cosa fuggire. È stata una provocazione ma non fine a sé stessa, anche nella semplicità dell’opera di Hildegarda nel cammino dell’anima c’è il diavolo che prende quest’anima, ma lei gli sfugge attraverso la virtù e ritorna al padre».

Nei suoi concerti la teatralità è molto essenziale, affidata al suono, alle luci, a strumenti diversi, alla fisicità essenziale del suo movimento. È una scelta il lavorare a togliere?

«È venuto da sé, tolgo nel concerto che faccio in duo con Valdemarin non c’è un successo, sono tutte cose mistiche, a volte viene d’una bellezza… Ho tre repertori, uno antico, uno in due, uno con il gruppo».

È diventato un’icona riconosciuta nel mondo, ha fatto anche i grandi numeri. È stata una scelta tornare e restare alla dimensione del teatro?

«Sì, ho suonato a Parigi sulla pista dell’aeroporto con 120mila persone, un palco incredibile, io sono entrato: c’era pieno di schermi e mi sono sentito per la prima volta a disagio, non ho suonato bene. Tu non cogli un gesto a quella distanza, se devi far vedere il blu devi mettere 100 fari è tutto sovradimensionato, ho capito che quella dimensione non era la mia».

Quante lingue parla e quanti strumenti suona?

«Parlo francese, inglese e tedesco. Suono il violino, sono un buon chitarrista classico, suono piuttosto bene il quattetto di flauti barocchi, me la cavicchio col pianoforte ma non lo suonerei in pubblico, mi serve per scrivere. Da mancino sono avvantaggiato con il violino e svantaggiatissimo con il piano. Ho studiato violino e pianoforte, dato al terzo anno come esame complementare, che mi hanno fatto passare, credo, perché ero un bravo violinista».

È vero che il piano è stato il suo primo amore musicale?

«C’era un motivo, andavo alla scuola Montessori creata sperimentalmente per i bambini dell’angiporto a Genova e lì trovai una giovane maestra che mi piaceva molto e suonava il pianoforte, per cui ho chiesto di impararlo. Per fortuna non c’era spazio in casa e non c’eran soldi. Non sarebbe mai potuto essere il mio strumento».

Nel disco di Ildegarda c’è la voce di Cristiano De André.

«Ho pensato che essendo figlio di profeta andasse benissimo come profeta, tra l’altro è un ottimo musicista, suona una valanga di strumenti».

Genova ha prodotto nella musica figure diverse, in Italia la canzone d’autore ha coincidenze territoriali?

«Difficile dirlo, forse respirano un’aria. Capisco molto Genova e Napoli: sono città di mare dove ci sono un misto di culture, i contrabbandieri, le prostitute così si spiega De André. Poi ci sono le scuole romane: si trovavano al folk studio».

Canta ancora in pubblico Confessioni di un malandrino, la sua prima canzone, era un autoritratto filtrato attraverso Esenin. Si riconosce ancora?

«Caspita! Sono l’evoluzione di quel ragazzo. La musica essendo l’arte più astratta è la più vicina all’assoluto ma non bisogna pensare che sia solo angelica, a volte attinge alle viscere. Accanto allo sciamano, c’era il mago che parlava con gli inferi, il musicista è metà lupo e metà agnello. Anch’io sono così».

Ha fatto pace con l’etichetta del menestrello?

«Sì, non nel senso di giullare. C’è una frase di un anonimo trovatore dell’anno Mille in cui mi riconosco: «Io sono il trovatore, sempre vado per molti paesi e città, ora che sono arrivato fin qui, lasciate che prima di partire io canti». È una frase poetica ed è la fotografia di quello che faccio io mille anni dopo. Per questo accetto la definizione di menestrello. All’inizio mi pesava, quando si è giovani si tende sempre a voler essere qualcosa d’altro».

 
 
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