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giovedì 02 febbraio 2023
 
Vite esagerate
 

La donna che accusò Federico Barbarossa

02/09/2016  Ildegarda Di Bingen fu una mistica, scrittrice, musicista e politica, che osò scrivere una lettera durissima all'imperatore. Parla di lei il libro "Fuoco Verde" di Costanza Cavalli, dodicesimo volume della collana "Vite esagerate" in allegato al numero 36 di Famiglia Cristiana.

Mistica, politica, erborista, musicista, scrittrice: la personalità di santa Ildegarda di Bingen, dottore della Chiesa, ebbe molte sfaccettature. Una figura di donna e religiosa fuori dagli schemi, che nell’XI secolo in Germania è stata l’interlocutrice di imperatori e Papi, fondatrice di monasteri, guaritrice e profetessa. In Fuoco verde - Ildegarda di Bingen, donna del mistero, dodicesimo volume della collane “Vite esagerate”, con Famiglia Cristiana di questa settimana, l’autrice Costanza Cavalli sceglie come voce narrante quella della sorella Clementia, suora anch’essa, che visse con Ildegarda per molti anni. «Ildegarda era l’ultima di dieci fratelli», precisa l’autrice, «due dei quali furono vescovi. La sorella di cui parlo è esistita davvero, anche se non ci sono molte notizie su di lei e la sua figura è frutto della mia immaginazione».

Costanza Cavalli è giovanissima, 24 anni: diplomata in arpa al conservatorio, studia ancora all’università, sta per iniziare la specialistica in Filologia e collabora con le pagine culturali del settimanale Panorama. Questo è il suo primo libro. «Ho conosciuto Davide Rondoni, il curatore della collana “Vite esagerate”, nelle vesti di coordinatore di una newsletter universitaria», ricorda l’autrice. «Quando mi ha proposto di scrivere questo romanzo, confesso che non sapevo neppure chi fosse Ildegarda, con la quale ho in comune l’amore per la musica. La santa suonava il salterio e compose molti brani che sono eseguiti tutt’oggi. Mi sembrava però un’occasione unica e ho accolto l’invito. Sono stata a Bingen sul Reno, ma lì non sono rimaste particolari tracce del passaggio di Ildegarda. Rimangono le rovine con l’altare del primo monastero in cui visse, San Ruperto, mentre dell’altro monastero non è rimasto nulla e al suo posto ne hanno costruito uno moderno. Simili a quelli di allora sono i paesaggi: sterminate pianure coltivate e boschi. Per il resto mi sono documentata molto, ci sono tante biografie della santa e ho attinto ai suoi testi soprattutto per quanto riguarda le visioni, che riporto in modo fedele. Poi mi sono ritirata per un mese in una casa sul lago di Garda e il romanzo ha visto la luce».

Uno degli episodi che vede la santa protagonista è il carteggio con l’imperatore Federico Barbarossa. Per un certo periodo gli faceva da consigliera, anche perché le serviva la sua autorizzazione per costruire un secondo monastero. Infatti l’abate del primo monastero non voleva lasciarla andare: grazie alla fama che le avevano conferito le sue visioni mistiche, la presenza di Ildegarda garantiva un certo introito. Quando però il Barbarossa, nella lotta alle investiture, cominciò a nominare una serie di antipapi, Ildegarda si dissociò aspramente. C’è un’ultima lettera che gli scrisse in cui lo accusava di ragionare come un bambino e lo ammoniva di stare attento perché il suo trono non era saldo. «La ritengo un personaggio incredibile», commenta la Cavalli, «che ci fa capire che in fondo noi donne di questa epoca soffriamo un po’ di una sindrome da accerchiamento. Perché già nel 1100 c’erano donne libere».

L’episodio che apre e chiude il libro è il diverbio con il vescovo di Magonza che aveva accusato Ildegarda di aver dato ospitalità a uno scomunicato, punendo il monastero con l’interdetto, cioè il divieto di essere ammessi alle funzioni religiose. In effetti un misterioso giovane ferito, su cui pesava la scomunica, fu accolto nel monastero fino a quando morì. Ildegarda non accettò il provvedimento e smosse mare e monti per rivendicare la sua ortodossia e ribadendo il precetto cristiano di accogliere chi è in difficoltà. «Mi sono posta la domanda su che cosa farebbe oggi», riflette la scrittrice. «Con quella grinta la immagino un po’ come la Fallaci, una donna forte e arrabbiata, castigatrice dei costumi, come quando a Colonia lanciò in piazza invettive contro il degrado e la mancanza di spiritualità. Una che non le mandava a dire e che non aveva paura di farsi dei nemici, tanto che Bernardo di Chiaravalle, che pur la apprezzava, le scrisse per invitarla a esercitare l’arte dell’umiltà».

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