Le catene di Ilaria Salis in Ungheria, Beniamino Zuncheddu che ha scontato 33 anni per un errore, il professore dell’università di Padova contestato per aver assunto la difesa di Filippo Turetta, l’indignazione per il patteggiamento a 4 anni e quattro mesi per omicidio stradale allo youtuber in Lamborghini. Si fa presto a dire “fare giustizia”, è il mantra che l’opinione pubblica ripete ogni volta che un caso colpisce il suo immaginario. A quell’istanza si dà però un significato diverso, secondo le circostanze, esasperando ora la richiesta di garanzie ora quella di andare per le spicce. E ogni volta secondo i casi si chiede o si promette la riforma risolutiva. La cronaca di questi giorni, come spesso accade, s’incarica di mostrarci che le cose sono spesso più complicate, e talvolta altrettanto drammatiche, che nei film e nei processi paralleli sui media.

Abbiamo chiesto a Edmondo Bruti Liberati, ex Procuratore di Milano, che ha appena scritto per Raffaello Cortina Pubblico Ministero, un protagonista controverso della giustizia, che essendo il primo a intervenire nel procedimento è spesso il più esposto al dibattito pubblico, di aiutarci a interpretare queste vicende.

Dottor Bruti, partiamo dalla ragazza in aula in catene in Ungheria. Lei da procuratore ha fatto battaglie perché le persone non venissero esposte così. C’è chi dice che in questo caso le immagini sono sacrosante perché denunciano condizioni disumane e chi replica che le catene ci sono in molti Paesi. Lei come la vede?

«Vero, ho sempre dato disposizioni per non creare le condizioni che favorissero, magari facendo trovare le Tv sul posto, riprese di persone in manette durante gli arresti, soprattutto di criminalità organizzata: questione di dignità che si deve anche a chi è accusato o condannato per gravi reati. A quello che ho letto, nel caso dell’Italiana detenuta in Ungheria, è stata la stessa imputata che ha accettato di essere ripresa, proprio per denunciare. Le manette con le catene sono purtroppo diffuse in molti Paesi: in molti Stati americani, non da noi, anche ai piedi. Quello che colpisce in questo caso sono le proporzioni: trattandosi di una giovane donna e di una imputazione che è sì di lesioni, ma che non sembra lasciar presagire la probabilità di ribellioni, è un trattamento degradante. Purtroppo bisogna dire che in molti palazzi di giustizia in Italia e nel mondo è inevitabile che ci sia un passaggio di persone in manette nei corridoi, ma si dovrebbe evitare di fotografare e riprendere persone in queste condizioni e pubblicarne le immagini».

In un altro caso di cronaca la giustizia si confronta con il dramma di un tragico errore: il caso del pastore sardo che ha scontato 33 anni, sulla base di un riconoscimento rivelatosi inattendibile. Quale lezione deve trarre il sistema da questo drammatico caso, (che sarà oggetto di un approfondimento sul prossimo numero di Famiglia Cristana)?

«Ci deve ricordare i limiti della giustizia umana: anche dopo tre gradi di giudizio può sbagliare, anche se c’erano elementi che hanno portato diversi giudici a ritenere di dover condannare. Il nostro sistema prevede che, in caso di assoluzione, non si possa riprocessare una persona neanche se si trovassero successivamente elementi di accusa significativi, al contrario invece consente di farlo se nuovi elementi emergono a favore dell’innocenza. Una valvola di sicurezza non frequente ma possibile, per fortuna non siamo tra i Paesi che hanno la pena di morte. Ma il processo, per questione di pace sociale, ha necessità di una definizione, deve darsi un limite: altri Paesi hanno due gradi di giudizio, noi tre, proprio perché riconosciamo che il sistema è fallibile. Del caso specifico non conosco gli atti, ma in generale si può dire che il riconoscimento di testimoni è sempre un elemento di accusa da prendere con grandissima cautela. Un Pm deve sempre mentre indaga confrontarsi mentalmente con l’ipotesi opposta che contraddice la sua ipotesi e se trova elementi a favore dell’imputato non può nasconderli. Al contrario se l’avvocato trovasse prove a carico dell’assistito e le rivelasse commetterebbe reato».

Lei scrive nel libro che il concetto di “errore va maneggiato con cautela”, ci sono equivoci?

«Si parla di errore ogni volta che la tesi dell’accusa non è accolta. Ma se così fosse non avremmo bisogno di fare il processo, che invece serve proprio a verificare che quell’ipotesi di responsabilità sia fondata. Non è un errore l’assoluzione in primo grado, né l’appello che la modifica: è la regola che ci siamo scelti sul presupposto della fallibilità del giudizio. Purtroppo ci sono e ci saranno casi di indagini sciatte, ma non è sempre quello il caso e definire errore ogni modifica di decisione è scorretto. Il sistema è fatto così proprio per ridurre il margine di errore e garantire un controllo sufficienti dell’uno sull’altro».
 


Gli errori veri giustamente turbano, ma tante volte poi si protesta ogni volta che una condanna esemplare non arriva. È un problema?

«Dopo anni in cui s’è detto a ragione che si dava poca voce alle vittime, oggi c’è quasi nell’opinione pubblica un tentativo di fomentarne la voglia di vendetta: se da parte delle persone direttamente coinvolte è umanamente comprensibile, quando diventa un modo di far pressione sulla giustizia può essere pericoloso. Si rischia di far prevalere la volontà di trovare un colpevole a tutti i costi, di pene sempre più elevate: quando sento dire è stato condannato “solo” a vent’anni e non all’ergastolo, mi chiedo se ci si soffermi su che cosa siano vent’anni di pena».

In questi giorni a proposito di pressione, una petizione social ha chiesto a un docente di diritto penale dell’università di Padova di rinunciare alla difesa del ragazzo accusato dell’omicidio di Giulia Cecchettin. Che riflessione le suscita?

«Non ho letto il documento preciso, ma è un atteggiamento non condivisibile. Anche coloro che appaiano colpevoli hanno diritto a una difesa. Un avvocato può accettare o meno un mandato, ma anche il più efferato degli assassini ha sempre diritto a una difesa e tocca a un avvocato assumerla. Ho citato nel mio libro quello di due avvocati torinesi, L’avvocato necessario, che spiega bene perché il giudice deve essere guidato dalla dialettica tra la difesa e l’accusa per avere chiaro il quadro e in coscienza decidere».

 



C’è chi vorrebbe un Pm “avvocato dell’accusa”. Perché giudica la definizione fuorviante?

«Il difensore deve fare di tutto per portare il suo contributo alternativo rispetto alla ricostruzione del Pm, ma è fuorviante definire il Pm avvocato della polizia o dell’accusa. Le posizioni sono diverse. Il difensore ha il dovere di difendere anche la persona verso cui ci siano elementi significativi di colpevolezza, ha il dovere di insinuare il dubbio e di limitare la pena. Il Pm non ha il dovere di accusare purchessia, né di portare a casa la condanna. Il Pm che non trova elementi in indagine deve chiedere l’archiviazione e se il processo non dimostra prove deve chiedere l’assoluzione anche se ha sostenuto l’accusa, diversamente va contro la deontologia. E se trova prove a discarico deve tirarle fuori, mentre se l’avvocato svela una prova a carico commette reato. È una delle ragioni per cui non condivido l’idea della separazione delle carriere: un cittadino è meglio garantito da un Pm che ragiona il più possibile come un giudice che da un Pm che ragiona come un agente di Polizia. Se si separassero si finirebbe per attrarre il Pm sotto l’esecutivo e dove il Pm è meno indipendente la parte più debole è meno garantita».

Nel libro, a proposito di sistema statunitense, parla di fattore economico come elemento di diseguaglianza. I poveri sono più deboli nel sistema giustizia?

«Nel sistema degli Stati Uniti a livello statale e federale questo fattore pesa in modo decisivo. Se oggi in Europa possiamo discutere di questi temi lo dobbiamo anche ai soldati americani che si sono sacrificati contro il nazifascismo, ma l’infatuazione della giustizia alla Perry Mason è irragionevole. Quando si dice che quel sistema funziona perché il 95% dei casi si risolve con patteggiamento, vuol dire che l’imputato si arrende alla tesi dell’accusa. Lo fa perché è colpevole o perché non può permettersi una difesa? Nel caso di O.J. Simpson, assolto nel penale e condannato al risarcimento nel civile, il processo di selezione della giuria durò settimane, un imputato privo di mezzi non avrebbe potuto permetterselo».

È un fattore significativo anche da noi?

«Noi abbiamo un sistema di patrocinio a spese dello Stati che garantisce compensi modesti a pioggia, si rischia di dare a chi non ne ha bisogno, come chi risulti indigente per evasione fiscale totale, e di non dare a chi ne avrebbe reale necessità, soprattutto dove ci sono costi elevati perché il caso richiede consulenti tecnici per la difesa».