logo san paolo
giovedì 02 dicembre 2021
 
dossier
 

Alberto Cairo: "Sì al dialogo con i talebani, la guerra è inutile"

27/08/2021  Intervista al fisioterapista piemontese, da 31 anni in Afghanistan con la Croce rossa internazionale, a poche ore dall'attentato che ha colpito Kabul. "Non ho mai visto la gente così confusa e disperata", dice. "Sta partendo anche gente che qui ha un lavoro e un futuro. Siamo assistendo a un esodo di cervelli"

(Foto Ansa/Alessandro Bianchi: Alberto Cairo nella sede della Croce rossa internazonale a Kabul in un'immgine di alcuni anni fa)

«Con i talebani non solo si può, ma si deve dialogare. Uno degli errori commessi all’inizio degli anni Duemila è stato quello di volersi contrapporre frontalmente a loro. I talebani e i loro simpatizzanti costituiscono il 25-30% della popolazione. Sappiamo bene che si sono macchiati di crimini orrendi. Ma esistono frange più morbide, occorrerebbe cominciare interpellando quelle».

Chi parla è uno che l’Afghanistan e i talebani li conosce bene. Nativo di Ceva (Cuneo), laureato in Legge a Torino, diventato fisioterapista per vocazione, Alberto Cairo, cattolico, ha trascorso gli ultimi 31 dei suoi 69 anni a Kabul per conto della Croce rossa internazionale. E, insieme con i suoi collaboratori, ha rimesso in piedi - nel senso letterale del termine - ben 210 mila disabili. L’abbiamo intervistato a poche ore dal terribile attentato che ha squassato Kabul, provocando un centinaio di morti e moltissimi feriti.

Cairo non ha dubbi: «Ormai i talebani hanno in mano il Paese e temo che il loro regime resisterà a lungo. C’è quindi da augurarsi che sia meno rigido e più aperto di prima e che i suoi leader capiscano che non si può governare un Paese con la repressione e basta. La comunità internazionale dovrà vigilare che i diritti vengano tutelati e, allo stesso tempo, deve fare tutto quel che si può per instaurare relazioni costruttive con i talebani». Poi precisa: «Io non sono un politico, ma questa mi pare la via più di buon senso. Del resto, 42 anni di guerra – a partire dall’invasione sovietica del 1979 – a cos’hanno portato? A nulla. Anzi: siamo al punto di partenza, ma con molto più odio tra i diversi gruppi etnici, un’animosità terribile tra pashtun e gli altri. Un risultato proprio della guerra».

Quando gli ricordo che Ettore Mo, grande inviato del Corriere della sera, scrisse: «La pace non è fatta per gli afgani», replica: «Gli afgani sono gente bellicosa di carattere, tendono a scontrarsi facilmente: prima di discutere fanno a pugni (basta vedere quando accade un incidente stradale). Questa è la loro indole. Ma se l’Occidente la cavalca strumentalmente, non si andrà da nessuna parte. Ricordo bene le parole di Bush all’indomani dell’11 settembre: “Staneremo i talebani dalle loro caverne”. Odio puro! Vent’anni dopo, mi chiedo: a che cosa ha portato? Gli americani oggi se ne vanno dall’Afghanistan con la coda tra le gambe».

Chiedo a Cairo come vive queste ore drammatiche e la risposta è intrisa di un’amarezza infinita: «Provo tantissima tristezza perché non ho mai visto la gente così confusa e disperata. Stanno partendo in tantissimi, compresa gente che qui ha un lavoro e un futuro. Negli ultimi giorni abbiamo perso una decina di collaboratori, tra cui ragazze preparate, molto brave, giovani, fisioterapiste, tecniche ortopediche... ». Continua: «Assistiamo a un vero e proprio esodo di cervelli. Queste che partono sono persone che hanno studiato, persone aperte, con un senso civico e una sensibilità per i diritti umani. Gente su cui il Paese avrebbe potuto contare per rinascere. Ora, come sarà riempito questo vuoto? Quali direttive daranno i talebani? Io so solo che se negli ospedali togliessero le ragazze sarebbe drammatico! E se le scuole non saranno garantite, come potrà avvenire la formazione del personale?».

Il messaggio finale è un appello a non dimenticare l’Afghanistan nell’ora più buia. «È necessario che le organizzazioni umanitarie possano continuare ad operare, che siano loro garantiti i fondi necessari e via di questo passo. Ad ogni crisi politica segue sempre una economica: l’Afghanistan, che già viveva una situazione molto precaria, ora la paga cara. Ogni giorno vedo gente che viene a chiedere lavoro, tantissimi sono i disoccupati. Tra un po’ l’interesse sul Paese si spegnerà, con il rischio concreto che la condizione del popolo peggiori ulteriormente. Diventa fondamentale, quindi, che l’attenzione sull’Afghanistan rimanga viva». 

Multimedia
Afghanistan, "Il grande gioco" attraverso scatti d'autore
Correlati
 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo