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martedì 16 luglio 2024
 
Il caso
 

Caporalato, dove nulla cambia

22/06/2024  Riproponiamo il nostro reportage del 2019 che partiva proprio da Latina. Dopo cinque anni la condizione di sfruttamento persiste e anzi i sempre meno investimenti nell'integrazione dei migranti e la difficoltà di regolarizzarsi espone ancora di più al rischio schiavitù

Il buio cala fitto già alle 17.30 del pomeriggio. È ora di lasciare i campi, dopo una giornata cominciata ancor prima dell’alba. Piove a dirotto, ma i braccianti inforcano lo stesso le loro biciclette e sfidano il diluvio e una strada, la Pontina, considerata tra le vie più pericolose d’Italia persino per chi è in macchina. A Borgo Hermada, frazione di Terracina, si coltivano, in particolare, zucchine e primizie e l’odore del latte appena munto raggiunge le narici dai tanti allevamenti disseminati nella zona. Nei campi e nelle piccole aziende sono impegnati soprattutto gli indiani, sikh e indù, provenienti dalla zona del Punjab. Lavorano in silenzio e, in silenzio, sono sfruttati. I più fortunati guadagnano 4,50 euro all’ora, anche quando sui contratti c’è scritto che ne percepiscono 10. E non tutte le ore – otto o nove d’inverno, oltre dieci d’estate, sabato compreso – sono conteggiate. Ma, quando qualcuno prova a chiedere il rispetto dei suoi diritti, la risposta è sempre uguale: «Puoi andare, ce ne sono altri pronti a lavorare al tuo posto». È successo a Singh Jagtar, 53 anni, da 12 in Italia, che ha provato a chiedere, quest’estate, il pagamento delle sue ferie. Da allora è senza stipendio, con il suo contratto trattenuto dal datore di lavoro perché non provi a cercare occupazione altrove. Ha trovato il coraggio di denunciare, mentre altri, nella stessa situazione, si sono tirati indietro. Troppa paura, troppo isolamento. Troppe morti. A fine agosto, l’ennesimo cadavere, quello di un bracciante indiano di 41 anni, è stato trovato in uno dei canali qua attorno. Ormai quasi una routine. E sembrano spente anche le proteste per gli spari ai braccianti di Terracina, per farli lavorare di più, da parte di un imprenditore. In manette, oltre al datore di lavoro, è finito anche uno dei caporali, indiano come i suoi connazionali sfruttati. Ma dopo i cortei e le manifestazioni tutti sembrano essere tornati a lavorare a testa bassa. «La presa di coscienza dei propri diritti, il cambio culturale, sono i campi in cui ci impegniamo. Già parlare di “datore di lavoro” e non di “padrone” è un successo», spiega Arturo Mucciarelli, 65 anni, volontario della Caritas. A due passi dal presidio, nella parrocchia di Sant’Antonio, si svolgono i corsi di italiano, «perché non sapere la lingua è una barriera anche a far valere i propri diritti», aggiunge Ilarina Pacilli, 38 anni, coordinatrice del Progetto. A dare una mano c’è Singh Giurpreet, 19 anni, mediatore culturale. «Mi sono spaccato la schiena lavorando e adesso faccio fatica ad andare nei campi», racconta mentre fa da interprete con i suoi connazionali. Non ci sono i ghetti, in quasi tutto il territorio dell’Agro Pontino. Chi non vive nelle abitazioni, un tempo le seconde case dei romani, alloggia nelle stesse cooperative che danno lavoro. Ma lo sfruttamento si fa sentire. Qui come altrove, il Progetto presidio dà assistenza legale, consulenza, ascolto. Dal 2014, da quando la Caritas italiana ha avviato l’iniziativa per garantire, sui dieci territori maggiormente coinvolti, strutture permanenti per la tutela dei lavoratori vittime di sfruttamento lavorativo e per stimolare le istituzioni a farsi carico del problema, sono stati assistiti oltre cinquemila lavoratori.

Intanto qualcosa è cambiato dall’entrata in vigore della legge 199 del 2016 contro il caporalato. Almeno a livello repressivo: secondo i dati diffusi dal Comando dei Carabinieri per la tutela del lavoro c’è stato un incremento delle attività contro il caporalato del 230 per cento nel 2018 e del 30 nel 2019. Agli arresti per caporalato, quest’anno, sono finite 108 persone. Era stata soltanto una nel 2016.

«La repressione serve, ma non basta», spiega Roger Adjcoude, 61 anni, originario della Repubblica del Benin, responsabile dell’area immigrazione della Caritas di Aversa. «Con il Progetto presidio abbiamo una presenza fisse nelle rotonde, laddove i caporali vengono a reperire la mano d’opera. Informare e dare supporto è il primo passo. Cerchiamo di essere anche molto concreti, per esempio, fornendo alle persone i giubbini catarifrangenti da indossare quando sono in bicicletta. Ormai questo è il mezzo di locomozione usato quasi sempre dai braccianti, che siano in Campania o da altre parti». Ascolto e informazione, «conoscenza dei propri diritti, integrazione. Ci si può difendere dallo sfruttamento quando si conoscono le regole. Tante volte siamo intervenuti per far mettere a posto gli impianti elettrici delle case, per aiutare ad avere i documenti», aggiunge Sena Bonaventure Adjcoude, 34 anni, mediatore culturale. Senza documenti, quelle che il rapporto della Caritas denuncia come «vite sotto costo», sembrano valere ancora di meno. E non è un caso che, tra quanti si rivolgono ai volontari del Progetto, la percentuale di chi è iscritto all’anagrafe non raggiunge il 29 per cento. «Ci siamo resi conto che essere invisibili fa sprofondare le persone in una condizione di estrema esposizione allo sfruttamento e, ancor di più con il decreto sicurezza, avere i documenti sta diventando sempre più difficile», è la considerazione del direttore della Caritas di San Severo, don Andrea Pupilla, 38 anni. Scossi dall’incendio dell’agosto 2018 che ha causato 16 morti, la diocesi si è mossa fino a coinvolgere anche il Papa, «che, per la verità, era già molto informato sullo sfruttamento dei lavoratori». A Capitanata, nel cosiddetto "gran ghetto" in località Torretta Antonacci, nelle campagne tra San Severo e Rignano Garganico, lo scorso 8 settembre arriva l’elemosiniere di Francesco, il cardinale Konrad Krajewski. «Ci ha detto che la misericordia è un fatto e che quindi bisognava operare concretamente. Alla sua presenza, un mese dopo, il nostro vescovo, Giovanni Checchinato, e il sindaco di San Severo, Francesco Miglio, hanno firmato un protocollo d’intesa per il domicilio elettivo nelle nostre parrocchie. In questo modo i migranti possono iscriversi all’anagrafe. Le parrocchie si impegnano a ricevere la posta, le notifiche, a svolgere quei piccoli servizi che permettono alle persone di riappropriarsi della propria dignità». Perché più nessuno possa permettersi di calpestarle impunemente.

 
 
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