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sabato 24 febbraio 2024
 
CHIESA
 

«Il nostro laboratorio di fede coi bimbi, fatto di fantasia e creatività»

26/10/2023  Don Mino Gritti, salesiano della diocesi ambrosiana, non vuol che si usi la parola "catechismo". Referente della pastorale giovanile di cinque parrocchie, per 40mila persone, il sacerdote è certo: «I primi a dover parlare di Dio sono i genitori. È la mamma che chiede al figlio com’è andata la giornata, il bacio della buonanotte». Sul numero 44, in edicola da giovedì 26 ottobre, Famiglia Cristiana pubblica un'inchiesta sulle nuove frontiere della catechesi

Sopra e in copertina, mani di bambini, adulti e anziani, insieme, in una comunità parrocchiale del Bresciano. Foto di Attilio Rossetti per Famiglia Cristiana. In alto: foto per gentile concessione di don Mino Gritti.
Sopra e in copertina, mani di bambini, adulti e anziani, insieme, in una comunità parrocchiale del Bresciano. Foto di Attilio Rossetti per Famiglia Cristiana. In alto: foto per gentile concessione di don Mino Gritti.

«Sono un salesiano che ha “le mani in pasta con l’oratorio” da ormai vent’anni». Quando incontriamo don Mino Gritti, in una delle cinque parrocchie a Milano di cui è referente dell’iniziazione cristiana e della pastorale giovanile sorride ben sapendo quanto, invece, è centrale per l’oratorio l’impegno dell’annuncio cristiano. Lui che è il referente principale dell’iniziazione cristiana e dell’oratorio delle sue parrocchie, dove mai niente è dato per scontato, viene fatto per inerzia o “perché si è sempre fatto così”. Don Mino, 54 anni, bergamasco di origine vive e opera nei quartieri di Turro e Gorla dal settembre 2021 e ha portato da subito aria nuova costruendo per i ragazzi con il gruppo dei catechisti dei veri laboratori della fede.  «Mi appassiona il tema dell’annuncio, portare al cuore dei bambini la bellezza di appartenere al Dio della vita che è Gesù e vedere, con sorpresa, quanto i bambini si facciano evangelizzatori e promotori del linguaggio della fede con mamma e papà. Perché i primi ad avere bisogno di sentirsi sostenuti e amati da Dio nel loro compito educativo sono proprio i genitori, le famiglie».

E lui questa esigenza l’ha toccata con mano nella sua precedente esperienza parrocchiale a Ravenna. «Dove ho vissuto l’esperienza di gestione di una scuola dell’infanzia parrocchiale; prima di consumare il pranzo le insegnanti richiamavano il senso del pasto con una lode e un ringraziamento cantato a Dio. I bambini poi la esigevano a casa, in famiglia con sorpresa dei genitori. “Prima di mangiare” mi raccontavano "non abbiamo mai fatto una cosa del genere;  è nostro figlio che ci richiama al senso della vita, alla gratitudine”. Quanto è potente il linguaggio della fede e quello del bambino in relazione alla famiglia e agli adulti. Perché il bambino ci crede».

La famiglia è certamente il soggetto principale dell’iniziazione alla vita di fede «ma allo stesso tempo è la più bisognosa e fragile nella vita di fede. I bambini stessi avvicinano e coinvolgono alla pratica della vita di fede della famiglia nella comunità cristiana di appartenenza. Ecco l’importanza per esempio, soprattutto nei periodi forti dell’anno liturgico l’invito ai bambini di partecipare alla Messa con uno stimolo pratico fatto di gesti, parole, canti, preghiere curate, personaggi del presepio da accogliere, tasselli colorati da applicare attorno alla croce di Gesù. Non può essere pensato l’annuncio della Fede, a partire dalla fanciullezza, senza il senso della domenica. La domenica intesa non con lo sguardo giuridico del precetto festivo, ma come il giorno del vero riposo dato all’uomo in cui le relazioni si ritrovano e si intensificano proprio a partire dall’Eucarestia vissuta e celebrata. Con Gesù o senza Gesù non è la stessa cosa».

Don Mino Gritti, 54 anni
Don Mino Gritti, 54 anni

Così per il catechismo. «Che è laboratorio della fede, né dottrina né catechismo fatto di massime e monologhi che cadono dall’alto. Ora l’iniziazione cristiana è pensata più come laboratorio della fede. Va descolarizzata la catechesi a partire dai nomi che diamo alle cose. Non più classe o sezione, ma gruppo. Non più schede da colorare o domande a crocetta per rispondere.  Al gruppo va dato inoltre un nome, un’identità. Ecco allora che noi il percorso dei quattro anni dell’iniziazione cristiana della diocesi ambrosiana lo chiamiamo con i nomi delle città in cui Gesù ha compiuto segni e prodigi: Betlemme, Cafarnao, Cana ed Emmaus». 

Incontri laboratoristi in cui si mettono in gioco quattro dimensioni per dare struttura alla catechesi dei ragazzi: «L’accoglienza che deve essere condotta dalla gioia che nasce dal Risorto per dirci che siamo una chiesa chiamata a testimoniare la cultura dell’incontro e della relazione, proprio perché “comunità di persone” che vivono di relazioni, non un’istituzione burocratica che eroga sacramenti; relazioni dentro alle quali impariamo a entrare in relazione con Dio come persona che ci invita a lasciarci da lui amare. Noi pensiamo di dover amare Dio e il prossimo, ma nella vita sappiamo tutti che è più difficile lasciarsi amare quando, invece, quest’ultima è proprio l’esperienza originaria della vita. Accogliere in cerchio tutti, bambini e genitori, per cantare, saltare, pregare, cantare dicendo a tutti che l’oratorio è pieno di vita perché c’è Gesù».

La seconda dimensione è «la trasmissione della fede, il contenuto: la scelta di un’icona evangelica che si fa chiave di lettura di questo incontro di laboratorio della Fede e che può essere trasmesso con diversi linguaggi. L’arte del raccontare, la drammatizzazione, il linguaggio visivo; sono la creatività e la fantasia che permettono al bambino di percepire un messaggio che si fa vita nel suo cuore. Perché la Parola di Dio trasforma la vita dell’uomo».

La terza dimensione che non può mancare è «l’elaborazione dell’annuncio, la parte pratica, creativa e fantasiosa. La dimensione ludica non deve essere trascurata nell’esperienza del laboratorio della fede, certo va poi tematizzata, costruita in relazione all’annuncio. Se l’icona evangelica è per esempio “i pescatori sul lago di Galilea” potrà esserci un gioco tematizzato per coglierne il senso della pesca miracolosa soprattutto in relazione alle parole di Gesù quando dice “vi farò pescatori di uomini”. Non manca poi il riferimento alla santità giovanile e in particolare al santo della gioventù, don Bosco».

Lo spettacolo di magia a fine gennaio è diventato la cornice o meglio il pretesto per raccontare la vita di San Giovanni Bosco. «Il santo dei ragazzi, mago dell’educazione. La sua magia è di tirar fuori quel che hai dentro per trasformarlo nella tua vita. Non una magia ingannevole per ciò. Così il pio esercizio della via Crucis, ultimo tratto dell’amore di Gesù che si consegna a noi sulla via del Calvario: la viviamo facendo in modo che dica ancora qualcosa a noi oggi. L’obiettivo è quello di cogliere nell’oggi quelle croci che si fanno strada necessaria per risorgere».

L’ultima dimensione è il remind, «Il rimando e la sintesi: serve coinvolgere la famiglia attraverso i social per far risuonare in casa durante la settimana l’annuncio elaborato e condiviso coi bambini attraverso immagini, foto scattate durante l’incontro di gruppo, un piccolo esercizio pratico da condividere in casa. Tutto questo per coinvolgere la famiglia perché i primi educatori alla fede sono i genitori. È la mamma che chiede al figlio com’è andata la giornata, il bacio della buonanotte».

Fantasia, creatività sono due ingredienti necessari per il laboratorio della fede: questo è il suo metodo. «Da qui anche la scelta di un’esperienza quindicinale per superare l’idea della lezione settimanale, dell’oretta consumata in fretta e furia che non ci permette di esperire il messaggio. E il coinvolgimento della famiglia nel laboratorio della fede, con le “domeniche insieme” a partire dall’Eucarestia, il pranzo condiviso. «La fede non è semplicemente una scelta di vita che riguarda solo la mia persona o la mia famiglia, ma di una famiglia chiamata a crescere nella comunità cristiana».

 
 
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