«Non posso esprimermi sulla vicenda di Denise Cosco, ma posso dire che le ferite che generano le mafie continuano a sanguinare. Vittima di mafia si resta per sempre. E vittime non sono solo quelli che hanno subito l’uccisione, come nel caso di Denise, della mamma Lea, ma anche quei ragazzini e quelle donne che continuano a vivere in quegli ambienti, che hanno vissuto faide, carcerazioni, umiliazioni».

Don Luigi Ciotti alla mobilitazione in ricordo di Denise Garofalo ai Giardini Lea Garofalo, Milano, lo scorso 11 settembre (ANSA)

Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i minori di Catania, e prima di quello di Reggio Calabria dove aveva cominciato a sperimentare il protocollo Liberi di scegliere, ha visto decine e decine di ragazzi, «e continuiamo a vederli, che hanno dei traumi profondi, legati, per esempio, alla carcerazione improvvisa di uno o di entrambi i genitori traumi profondi legati ad esempio alle carcerazioni improvvise di uno o di entrambi i genitori. Hanno traumi legati alle visite in carcere e di quel ricordo di ferraglia che resta impresso al ritorno a casa. Se non vengono trattati e sostenuti i ragazzi rischiano di cronicizzare i loro traumi, che addirittura possono evolvere in patologie psichiatriche, in fatti depressivi».

Questo aspetto dell’accompagnamento è previsto nella legge Liberi di scegliere?

«Sì, ed è un fatto importante. Oltre alla possibilità di cambiare il cognome, c’è un supporto pedagogico e psicologico fatto in maniera costante sia con i ragazzi che con le loro mamme. Molte di queste donne provengono da contesti patriarcali difficilissimi dove hanno subito umiliazioni e dolori molto forti. E poi il supporto serve perché si abbandona un contesto traumatico, ma nel quale si aveva qualche piccola sicurezza. SI lascia il proprio quartiere, la propria famiglia, il proprio nome per andare in un posto del tutto nuovo. E quindi serve un accompagnamento psicologico per tutti i componenti del nucleo familiare e una rete, e questo la legge lo prevede, per integrarsi nel nuovo ambiente. Liberi di scegliere, proprio per questo, può diventare una pietra miliare nelle strategie di prevenzione del disagio giovanile e quindi nel contrasto ai sistemi di criminalità organizzata».

Cosa cambia con l’approvazione?

«L’impegno dello Stato in prima persona. Grazie all’apporto di Libera e della Conferenza Episcopale Italiana, delle Caritas, siamo riusciti in questi anni ad accompagnare queste donne, questi bambini, questi nuclei familiari garantendo loro il calore umano. Adesso è anche lo Stato che si impegna in questo. Il calore umano è fondamentale, così come lo è l’inclusione sociale, l’aspetto relazionale. Se prendi una persona, la sposti dal suo contesto e poi la lasci sola non ha risolto nulla. Devi farla integrare, devi far integrare i figli. In questi anni il volontariato come Libera è stato determinante e anche la legge nazionale non esclude la possibilità di stilare dei protocolli operativi per includere la possibilità di continuare a far partecipare il terzo settore, così come è stato fatto fino adesso, a questa fase molto delicata».

Come avete garantito questo supporto?

«Finora lo abbiamo garantito grazie ai fondi messi a disposizione dalla Conferenza Episcopale Italiana e con la rete di Libera. Oggi invece la legge prevede che il supporto pedagogico e psicologico siano assicurati dallo Stato in maniera specifica. Così come è lo Stato che si impegna a trovare un alloggio per i primi due anni prorogabili fino a tre e che provveda a un aiuto economico e a tutto ciò che serve per l’inserimento lavorativo e l’inclusione sociale. In ogni caso, anche se se ne fa carico lo Stato credo resti importante la sinergia col Terzo settore, cioè innanzitutto con Libera, la Cei, la Caritas, che continuano a rimanere fondamentali».

Quali sono i prossimi passi?

«Intanto aspettiamo i decreti attuativi. Quello che sarà importante è la formazione di tutti i magistrati minorili, delle direzioni distrettuale antimafia, degli operatori dei servizi sociali e sanitari che sono richiamati espressamente dalla legge. La legge prevede che l’esecuzione dei provvedimenti avverrà con la regia dell’ufficio di servizio sociale del Ministero della Giustizia che si avvarrà della collaborazione dei servizi sociali degli enti locali e dei servizi sanitari. In Sicilia abbiamo già fatto un grande passo in avanti perché una legge regionale ha cristallizzato le prassi catanesi. A Catania, infatti, anche su nostra indicazione, l’ASP ha assunto 22 professionisti tra assistenti sociali, psicologi e neuropsichiatri infantili che costituiscono delle equipe specializzate che lavorano solo per il tribunale per i minorenni e sono delle equipe formate ad affrontare il trauma del disagio giovanile legato ai contesti di criminalità organizzata. Si stanno formando nel trattare la psicologia del fenomeno mafioso e io mi auguro che anche altre regioni d’Italia seguano questo percorso virtuoso».

Questa è la chiave del successo di questo progetto?

«Sì: il supporto pedagogico, Il supporto psicologico costante dei nuclei che decidono di emanciparsi dal contesto mafioso e poi la rete, le relazioni, che fanno la differenza. Abbiamo visto che tante ragazzi e tanti ragazzi in questi anni ce l’hanno fatta, tante donne ce l’hanno fatta».

Ha incontrato qualcuno di cui si era occupato in passato?

«Sì. Dopo tanti anni, quando papa Francesco ci ha ricevuti in Vaticano insieme con don Luigi Ciotti nell’ottobre del 2023 ho rivisto alcune di queste donne e di quei bambini, oggi grandi, di cui mi ero occupato. È stato meraviglioso incontrarli dinanzi all’ingresso del Palazzo Apostolico sotto il colonnato di San Pietro. Ci siamo abbracciati. Mi hanno raccontato cosa fanno. Alcuni frequentano l’università, altri hanno fatto l’erasmus, chi si è sposato, chi ha dei figli. Ci sono donne che si sono rifatte completamene una vita e hanno assunto l’accento dialettale diverso da quello della Calabria o della Sicilia. Questo progetto ha dato risultati enormi e adesso, sistemando bene la filiera amministrativa, la formazione, può essere ancora più incisivo. Questa legge può diventare veramente una chiave di volta e aiutare migliaia di persone a scardinare dall’interno i sistemi di criminalità organizzata che spesso sulla famiglia fondano il loro mito, la loro forza».

Una legge importante, allora?

«Liberi di scegliere è un precedente assoluto a livello mondiale. In altri ordinamenti sono previste delle misure premiali, ma solo per chi collabora con la giustizia. Qui c’è un cambio di prospettiva: lo Stato non chiede l’utilità processuale ma aiuta chi vuole andare via dai contesti di mafia. Devo dire che in questo modo si attuano i principi della Costituzione. Si garantisce a tutti l’uguaglianza sostanziale e si alimenta la speranza. Perché la speranza è che nessuno è condannato dalla propria origine, dalla propria nascita e che per tutti c’è un diritto all’alternativa. Ecco questo è l’aspetto bello di questa legge».

Sono coinvolte anche le scuole?

«Sì, le scuole devono segnalare alla procura minorile le situazioni di disagio. Ovviamente va fatta una formazione su questi temi. Devo dire che c’è stato un grande lavoro della Commissione parlamentare antimafia, sia della Colosimo che della Rando, un rulo impornate del senatore ostellari, sottosegretario alla giustizia con delega agli affari minorili e del capo dipartimeno della giustizia minorile Sangermano. Hanno dato un contributo essenziale a questa legge che parte dal basso. E la loro opera sarà ancor apiù importante nella fase attuativa».

Ma la morte di Denise ha il timore che possa scoraggiare chi vuole allontanarsi dal contesto mafioso?

«No, assolutamente. Bisogna uscire da quei contesti a tutti i costi perché sono dei contesti che provocano solo sofferenza. È chiaro che ci sono dei traumi profondi che restano. Ma oggi lo Stato, con Liberi di scegliere, è più attrezzato. E dobbiamo anche guardare all’esperienza di tante donne che hanno fatto pure la carcerazione per colpa dei mariti che le hanno coinvolte in estorsioni e altro. Hanno subito dei traumi, sono state separate dai bambini piccoli, ma ce l’hanno fatta. Se c’è il supporto e la rete di inclusione le garanzie di successo aumentano in maniera esponenziale. Ed è quello che sta accadendo. Noi abbiamo in questo momento 34 nuclei familiari che sono entrati nel progetto, sei o sette nei programmi di protezione. Devo dire che è andato fino ad adesso molto molto bene».