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giovedì 13 agosto 2020
 
Paolo Benanti
 
Credere

Cercatori di Dio nel deserto della pandemia

23/04/2020  Il frate esperto di tecnologia ci spiega perché la solitudine può essere una risorsa spirituale e come usare computer e app senza farli diventare un nuovo Dio (foto di Stefano Dal Pozzolo / Contrasto)

Tra i post recenti pubblicati nel suo blog, ce n’è uno “o  topic” rispetto ai temi tecnologici di cui tratta abitualmente: s’intitola Sars-Cov2: isolamento o solitudine. Chi lo conosce sa che il suo interesse nei confronti della tecnologia e delle intelligenze artificiali è, innanzitutto, di natura spirituale. Non c’è da stupirsi, quindi, se in questi giorni così impegnativi per il mondo intero, padre Paolo Benanti, immerso nella quiete del suo convento ai Fori Imperiali, si interroghi sul significato profondo di ciò che stiamo vivendo. Romano, 46 anni, francescano del Terzo ordine regolare e docente di Etica delle tecnologie alla Pontificia università Gregoriana di Roma, padre Benanti è cresciuto con il mito del computer come molti giovani della sua generazione. Frequentava il quarto anno di Ingegneria quando ha sentito che la sua strada era un’altra: «Mi sono reso conto di essere alla ricerca di una risposta che la tecnica non era in grado di dare. Cosa fosse il computer era l’interrogativo più grande», racconta. «Notavo che, giorno dopo giorno, le macchine si stavano umanizzando. A quel punto è saltato l’interesse prioritario per la scienza e ho scelto la vita religiosa, provando a fare una sintesi tra i due ambiti». Tra i massimi esperti di innovazione digitale e post-umano, è membro di importanti gruppi di lavoro ed è spesso ospite di talk show televisivi e iniziative internazionali attinenti alla sua materia.

Lei distingue tra solitudine e isolamento. In che modo queste due condizioni entrano in risonanza con la pandemia che stiamo vivendo?

«Consideriamo che, a partire dal dopoguerra, ci siamo abituati a vivere e muoverci liberamente. Improvvisamente si è creata una situazione che ci costringe a non essere più liberi come prima. Stiamo sperimentando una nuova forma di isolamento che, tuttavia, non va confusa con la solitudine. L’isolamento è una sorta di malattia in cui l’uomo, che è un essere relazionale, si estranea da qualsiasi rapporto sociale. La solitudine, invece, è quella condizione che sperimenta il popolo d’Israele nel deserto, luogo in cui risuona la Parola. Trasformare l’isolamento in una solitudine, dove creare spazi fecondi per crescere, è l’opportunità da cogliere ora. Con questo non voglio dire che stiamo vivendo un tempo di grazia, anzi, è un periodo drammatico. Ci sono centinaia di persone che muoiono senza l’affetto dei loro cari, ma ciò non toglie che l’isolamento forzato possa servire a migliorare sé stessi. Questo tempo rallentato invita a gustare nuovamente i valori che contano».

Repetita iuvant. Può ricordarci quali sono i valori che contano?

«Inizio da ciò che non sono: valori misurabili. La tecnologia insegna che tutto è quantificabile e diventa un dato, ma i veri valori risuonano nel silenzio delle nostre solitudini».

Cosa intende dire?

«Immersi come eravamo in un frenetico mondo tecnologico, tutto sembrava avere uno scopo. Adesso, un fiore che non ha nessuno scopo ma è pieno di senso, rappresenta il modo più bello per dire ti voglio bene a una persona. Siamo chiamati a riscoprire questi valori semplici, che danno una risposta alle domande di senso che ci poniamo».

Il significato di questo tempo, che ha coinciso con la Quaresima e ora con il Tempo pasquale, potrebbe quindi far rima con introspezione?

«Di questa Quaresima-quarantena, di questo tempo rallentato e ovattato, abbiamo speso la prima parte per calmare il moto turbolento che abbiamo dentro. Adesso abbiamo un’occasione preziosa per ascoltarci, che necessita, però, di tranquillità».

Esiste un messaggio intrinseco che questa solitudine-isolamento vuole comunicarci?

«La pandemia sta rivelando tre forme diverse di crisi che riguardano il genere umano. La prima è rappresentata dalla disperazione della quarantena, da cui non sappiamo se ne usciremo vivi. Anche la Quaresima è una forma di crisi ma culmina con il trionfo della vita, un vento forte che spazza via il deserto. La terza crisi coincide con la cosiddetta mezza età. Rivolta e rassegnazione. Sull’invecchiare è un saggio dello scrittore austriaco Jean Amery, che visse l’esperienza dei campi di concentramento, in cui si parla di età sociale, quella fase in cui ognuno scopre di essere ciò che è. Di fatto, questo tempo non fa sconti a nessuno e pone l’uomo davanti alla sua fragilità, ma anche dinanzi alla sua capacità di compiere grandi gesti. La Pasqua è un elemento chiave per comprendere questo messaggio: la tomba vuota ci dice che si può vivere senza paura di perdere, perché il bene ha già vinto. Se ci facciamo illuminare dalla luce della Pasqua, le tenebre si diradano».

Il virus è qualcosa che ci mette a stretto contatto con la paura: di fatto, paura della comunità.

«Siamo cresciuti in un mondo in cui eravamo in grado di riconoscere il nostro nemico. Il virus contro cui combattiamo rappresenta la paura per eccellenza: è totalmente sconosciuto e mette a dura prova il nostro senso di controllo. L’importante è che la paura non sfoci nel terrore. In questo ci viene in aiuto la razionalità e la speranza che gli scienziati trovino presto una cura».

L’intelligenza artificiale ai tempi del coronavirus: supporto imprescindibile o generatore di isolamento sociale?

«Ora più che mai trascorriamo molto tempo sul web perché ci aiuta a vivere connessi; ma se ci diamo in pasto agli algoritmi, questi possono divorare la nostra identità e convincerci che l’intelligenza artificiale è meglio di quella umana. D’altro canto, quando l’intelligenza artificiale non è in competizione con l’uomo ma è uno strumento al servizio della ricerca e della medicina, aiuta a trovare soluzioni».

Molti contatti virtuali e sempre meno contatti reali: è una metafora del mondo che ci attende?

«Diciamo che il virus ha accelerato un processo in atto, che riguarda principalmente chi decide sulla digitalizzazione delle imprese. In questo frangente decide il Covid-19. Noi, di conseguenza, siamo saliti su un mezzo che ci permette di salvare il salvabile di cui, però, ancora non comprendiamo i meccanismi. Però dobbiamo fare attenzione, perché quello che si sceglie nella contingenza potrebbe determinare il futuro. Una scelta di questa portata necessita di un grande discernimento».

Che spazio intravede per il rapporto tra uomo e Dio nella società che si sta configurando?

«Posso rovesciare la domanda? Il rapporto uomo-intelligenza artificiale è solo un rapporto funzionale e tecnologico? Probabilmente la risposta è no. Il frammento 93 di Eraclito dice che l’oracolo di Delfi  non parla e non tace ma significa».

Cosa intendeva Eraclito?

«Era il modo di questo antico pensatore per dire che la filosofia stava prendendo il posto della relazione religiosa oracolare con gli dei. Ora, se siamo in un cambio d’epoca, l’uomo ha bisogno di risposte. E l’uomo che ha bisogno di risposte potrebbe tornare all’oracolo».

La tecnologia è il nuovo oracolo?

«Quando noi ci facciamo dire da un algoritmo chi può essere l’amore della nostra vita, utilizzando app di incontri, quello non parla e non tace, ma significa sulla base di dati. È un oracolo digitale. La domanda la rivolgerei in questo senso. Che tipo di relazione hanno i nostri contemporanei con la tecnologia? A volte di natura religiosa. A volte spostano il bisogno di spiritualità in una relazione di natura oracolare con questa divinità che abita i telefoni. Se una volta c’era il Partenone o il Pantheon con la dea della caccia, il dio dell’amore, il dio del commercio, oggi c’è lo schermo del telefono. Chi di noi, quando vuole vivere una bella serata con gli amici, non chiede alla piattaforma Tripadvisor dove andare? Quella è una divinità, è un accesso oracolare. Dicendo questo sono cosciente di mettere al centro la richiesta di una nuova filosofia. Esattamente com’è accaduto nel XV secolo con la lente convessa (che permise di studiare il cosmo con il telescopio, ndr), redo ci sia bisogno di nuove categorie filosofiche per comprendere questo cambio d’epoca».

Una lezione di Paolo Benanti alla Pontificia Università Gregoriana di Roma prima della sospensione a causa del coronavirus (foto di Stefano Dal Pozzolo / Contrasto)
Una lezione di Paolo Benanti alla Pontificia Università Gregoriana di Roma prima della sospensione a causa del coronavirus (foto di Stefano Dal Pozzolo / Contrasto)

Chi è

Il teologo della tecnologia

Come molti di coloro che sono stati ragazzi negli anni Ottanta, Paolo Benanti è cresciuto affascinato dai primi computer e dalla fantascienza. Nato a Roma nel 1973, dopo gli studi in Ingegneria, nel 1999 è entrato nel Terzo ordine regolare (TOR) francescano. Ha ottenuto il dottorato in Teologia all’Università Gregoriana con una tesi su Cyborg, corpo e corporeità nell’epoca del postumano. Si è poi perfezionato alla Georgetown University di Washington. Oggi insegna in Gregoriana a Roma, è consigliere del Pontificio consiglio per la cultura e ha collaborato con il Governo italiano a progetti sull’intelligenza artificiale.

Il libro

  

The cyborg: corpo e corporeità nell'epoca del post-umano

Disponibile a partire da 3 giorno/i vota, segnala o condividi Esplorando i più recenti sviluppi tecnologici, l'autore accompagna il lettore alla scoperta di questa nuova era in cui cosa vuol dire essere uomini dovrà essere capito come il risultato dell'interazione con una tecnologia sempre più pervasiva del nostro quotidiano.

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