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mercoledì 13 novembre 2019
 
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Chi ama la libertà non brucia libri e non minaccia i testimoni della storia

07/11/2019  Non è un bel Paese quello in cui ci si sveglia apprendendo che Liliana Segre finisce sotto scorta e che una libreria è stata mandata a fuoco per la seconda volta. Ecco perché dobbiamo tutti, ciascuno nel suo piccolo, vigilare

Non è un bel Paese quello in cui ci si sveglia apprendendo che, per la sua sicurezza, dobbiamo comprimere la libertà personale di una donna mite e profondamente libera come Liliana Segre, che della schiavitù ha conosciuto una delle forme recenti e peggiori e, a 89 anni, riceve in cambio della sua libertà di non smettere di testimoniare sequele di insulti e di minacce che ora il prefetto di Milano ha giudicato pericolose al punto di assegnarle una tutela, una guardia del corpo.

Non è un bel Paese quello in cui si manda due volte a fuoco una libreria- caffetteria, La pecora Elettrica, nota per il suo antifascismo: la prima volta era stato il 25 aprile. La seconda nella notte tra 5 e il 6 novembre, appena prima della riapertura che era prevista per oggi. Non sappiamo se a dare fastidio siano state le idee o il fatto che si stesse aperti fino a tardi facendo luce su una strada di Centocelle in cui lo spaccio vorrebbe agire indisturbato. Si stanno vagliando entrambe le ipotesi. Ma a ben vedere coglie ugualmente nel segno la poesia in romanesco che Marazico ha lasciato accanto alla saracinesca bruciata: Se ‘n’antra vorta ho ripijato foco/nun è pe’ ‘n incidente né pe’ ‘n gioco./È che ce sta ‘na mano criminale/ che me detesta e me vo’ fa’ der male… E ancora: Ma anche se so’ pecora sappiate che co’ ‘ste cose nun me spaventate/ Me riempirò de libri e de cultura/quello che a voi altri fa paura.

Che a bruciare i libri - atto che, volenti o nolenti, rimanda al 10 maggio 1933 a Bebelplatz a Berlino dove i nazisti bruciarono i libri contrari “allo spirito tedesco” - sia stata l’ideologia e o l’interesse delle piazze dello spaccio non cambia molto la sostanza: si tratterebbe in ogni caso di un attentato alla libertà, di chi vuole lavorare diffondendo cultura in un quartiere di periferia e potrebbe rappresentare per il solo fatto di esistere un pericolo tanto per chi ha in ubbia il sapere come antidoto alla riscrittura della storia, quanto per chi abbia interesse a continuare a smerciare nell’ombra sostanze che danno dipendenza, che poi è l’altro nome della schiavitù.

Non è un bel Paese quello che attraverso questi segni prova che una parte del suo popolo sovrano sta perdendo coscienza di quale immenso privilegio sia stato nascere nell’unico angolo di mondo e di storia, l’Europa occidentale, in cui si è vissuti per 74 anni consecutivi in pace e in libertà, senza segregazioni razziali di sorta. Cultura e memoria sono l’unico modo che abbiamo per conservare la coscienza di questo privilegio e per provare a conservarlo prima di finire, inconsapevoli e magari consenzienti, in braccio a qualche nuovo uomo forte. Chi legge i libri non li brucia, chi legge i libri non minaccia i testimoni che portano sul corpo e nell’anima le ferite della storia, ne custodisce e tramanda la memoria. Non per niente alla fine, in uno dei libri più simbolici del Novecento, Farenheit 451, a salvare i libri bruciati dall’oblio, e con essi la libertà, è la memoria di chi, ricordandone pezzi, li può tramandare scongiurando il rischio di un mondo condannato a ripetere gli errori del passato perché prigioniero in un presente ancorato a nulla. Il senso critico, da trasmettere di generazione in generazione, è l’unico strumento che ci può salvare da questi pericoli, lo si costruisce leggendo, studiando, sapendo, ricordando. È una fatica forse, anche se gratificante, ma se teniamo alla nostra libertà dobbiamo farla tutti, ciascuno nel suo piccolo, e indicarla ai figli. Diversamente rischiamo di consegnare loro un Paese peggiore di quello in cui siamo nati.

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