Lo slalomista che inforca, perde la medaglia e, tolti gli sci, se ne scappa nel bosco senza scendere a valle. Oppure quello che, dopo delle pessime performance, si dà del fallito sui social. Per non parlare del pattinatore che cade e al termine dell’esercizio cerca il conforto nello sguardo del padre allenatore senza trovarlo. Quanto è difficile reggere la pressione dello sport professionale? E soprattutto, quanto è difficile gestire psicologicamente una sconfitta?

Prova a spiegarcelo il professor Fabio Lucidi, 60 anni, direttore del servizio di Psicologia dello sport alla Sapienza di Roma e Prorettore della stessa Università: «Siamo di fronte a delle situazioni in cui la ricerca del limite è l’unica possibile chiave per tentare di vincere. Scendere in sicurezza o saltare in sicurezza non permette di garantire le probabilità di vittoria a un livello competitivo come quello olimpico e se si è al limite, l’errore è sempre possibile».

«L’atleta cerca la sua zona di funzionamento ottimale, cioè il punto emotivo dove deve essere per cercare quel limite, ed è diversa da persona a persona», spiega ancora lo psicologo. «Normalmente gli atleti sono in grado di entrare in quella zona di funzionamento ottimale poco prima dei loro appuntamenti più importanti, ma ci sono situazioni in cui questo non avviene, per esempio quando a un certo punto la pressione diventa eccessiva a causa delle aspettative che vengono da interlocutori differenti, l’allenatore piuttosto che la famiglia, il mondo che ti guarda, i media, e ciò determina l'ingresso in una condizione chiamata di choking, una sensazione di soffocamento che si presenta in modo improvviso e impedisce all’atleta di mettere in atto i gesti che sa fare con fluidità».

Poi, ci sono sconfitte e sconfitte, non solo in termini di importanza della competizione, ma proprio nel senso della gestione mentale: «Il primo livello della sconfitta è qualcuno più forte di me o che comunque ha fatto meglio di me e mi ha battuto, cosa accettabilissima nel percorso di un atleta. Statistiche alla mano è una cosa abituale per chiunque, compresi i più forti del mondo. Nello sport vince uno solo, il numero di persone che vincono è molto più basso del numero di persone che perdono e qualsiasi atleta è abituato a perdere».
 

«Ciò a cui un atleta invece non è abituato», prosegue il professor Lucidi, «è trovarsi nella situazione in cui nel momento più importante non riesce a erogare la sua migliore prestazione possibile, e questa è un'altra storia. Un atleta si prepara a essere potenzialmente forte e a realizzare quella potenzialità nel momento migliore. Se in quel momento specifico non riesce a dare il meglio di sé, questa sconfitta è molto più amara e pesante da gestire».

Nel caso di Atle McGrath - lo sciatore norvegese che era in testa nella prima manche dello slalom, inforca nella seconda e, disperato, si allontana da tutti cercando rifugio nel bosco - quella persona «è in chiara difficoltà emotiva e non necessariamente uno vuol farsi vedere mentre nei momenti di maggior fragilità, e l'isolamento nei confronti della difficoltà è uno dei possibili pattern di risposta. Nella vita di un atleta la gara olimpica può durare un minuto, ma c'è un quadriennio di preparazione tecnica e fisica e mentale e l’errore nella seconda manche spazza via la costruzione di un sogno».

L'italiano Alex Vinatzer sconsolato dopo l'uscita nello slalom maschile (foto EPA)
L'italiano Alex Vinatzer sconsolato dopo l'uscita nello slalom maschile (foto EPA)
L'italiano Alex Vinatzer sconsolato dopo l'uscita nello slalom maschile. (foto EPA)

Perché non scendere a valle come tutti e ricevere comunque la solidarietà degli altri atleti e l’abbraccio consolatorio del pubblico? «Tutti gli studi tendono a dire che lo sconfitto compatito soffre emotivamente di più di uno sconfitto a cui quel compatimento non viene offerto. All'interno della ritualità degli sportivi c’è la regola non scritta che l’amaro calice della sconfitta vada bevuto fino in fondo; quindi, l’atleta deve far finta di non essere una persona provata, accogliere la sconfitta, congratularsi con il vincitore e sorridere. Fa parte dei riti giusti dello sport, perché ha anche un valore educativo e pedagogico. Le posso dire, tuttavia, che io non conosco atleta – e ne ho seguiti un bel po' – che assorbe una sconfitta del genere con una scrollata di spalle e un sorriso. Le assicuro che quello non è il pensiero di un atleta che inforca in testa a una gara olimpica».

Che dire invece del nostro Alex Vinatzer che, dopo essere caduto nello slalom e aver fallito in precedenza anche gigante e combinata, rivela cosa ha pensato di sé: “Sono uno dei perdenti di questi Giochi”? È contemplato il concetto di fallimento nello sport agonistico?

«Un grande tennista come Jannik Sinner agli inizi di carriera ripeteva spesso una frase: “O vinco, o imparo”. È un mindset molto potente, ma va appreso, impostato. Se io posso usare nello sport la parola “successo”, devo dimenticare che l'opposto del successo è il fallimento e costruirmi un'antinomia non tra vincere e perdere, ma tra vincere e imparare».

«Su questo lavoriamo moltissimo noi psicologi», insiste Lucidi, «perché non viene spontaneo, ma è un apprendimento capire che ogni esperienza è un’occasione di crescita».