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martedì 16 agosto 2022
 
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«Chiara è il dono di Dio che ci ha fatto per rivalutare la vita dei santi»

12/06/2022  A dieci anni dalla morte della giovane mamma per cui è stato aperto il processo di beatificazione e canonizzazione il marito e il suo confessore spirituale ne celebrano la figura. Un modello semplice e grandioso per tutti

«L’amore resta». Domani saranno 10 anni da quando Chiara Corbella Petrillo è salita in Cielo, a 28 anni, per un tumore. Eppure, sintetizza il vedovo Enrico Petrillo nella testimonianza di questa mattina alla Domus Pacis di S. Maria degli Angeli (Assisi), di lei resta l’amore disseminato non solo nella sua famiglia, negli amici, in chi l’ha conosciuta, ma in migliaia di persone che l’hanno incontrata solo dopo la sua morte attraverso il libro che ne riassume l’esperienza, “Siamo nati e non moriremo mai più”, edito da Porziuncola e tradotto ormai in 16 lingue. Oppure attraverso il sito www.chiaracorbellapetrillo.org, dove in tanti lasciano messaggi e richieste di intercessione, così come sull’omonima pagina Facebook.

Dopo un decennio l’interesse per la serva di Dio – nel settembre 2018 è stata aperta a Roma la causa di beatificazione e canonizzazione – «continua a essere vivo», ha sottolineato fra Vito D’Amato, frate minore e padre spirituale della coppia fin dal loro fidanzamento, presente con Enrico stamattina alla testimonianza. «Chiara è un dono che Dio ci ha fatto anche per rivalutare la vita dei santi, che sono vivi. San Francesco d’Assisi non sapeva che nel suo sì alla Porziuncola ci sarebbe stata Chiara. È stato un modello e un’ispirazione per lei. Chiara è contenuta dentro san Francesco, lui all’interno di Cristo, Cristo nel seno del Padre. Quando l’altro ti vive dentro lo vedi ovunque, nell’amore, e non si muore più», ha aggiunto fra Vito, spiegando il senso dell’immagine-ricordo realizzata per l’anniversario da un amico di Enrico.

Per chi non conoscesse la storia di Chiara, era una sposa e una mamma che ha accolto l’amore del Padre e ha compreso con la vita che «il contrario dell’amore è il possesso», scrivendolo sulla lettera per il suo terzogenito Francesco, nato 12 mesi e mezzo prima che la mamma morisse a causa di un carcinoma scoperto proprio durante la gravidanza, operandosi ma rinunciando a cure invasive che avrebbero potuto danneggiarlo. Prima di lui aveva dato alla luce Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni, vissuti per pochi minuti a causa di diverse patologie congenite. «Il sinonimo della povertà è l’amore: tutto è un dono. Se Dio ti chiede qualcosa, è per darti molto di più. Ti senti amato quando Dio ti dà un figlio e te lo toglie, perché ti dà la vita eterna e ti toglie la paura di morire», ha commentato fra Vito. Così Chiara ed Enrico sperimentano «una misteriosa letizia, una grazia – ha aggiunto Enrico –. Come accogliere un figlio disabile, che sta con te
9 mesi nella pancia, e poi quando nasce lo devi salutare? Ci siamo sentiti amati perché ci sono stati questi due bambini speciali.
Accoglierli significava accogliere Dio, credere che la storia non fosse un caso. Maria e Davide sono un dono eterno, sapevamo che il loro bene era stare finalmente davanti a Dio a cui portavano un po’ di noi. Un figlio in Cielo ti costringe a guardare il Cielo, perché sta lì. Non so perché Dio sceglie queste strade, ma alzare lo sguardo al Cielo è un dono perché tu non possa perdere la tua vita». E ha
concluso: «Chiara è morta felice perché ha capito che anche nella morte c’era un dono; il dolore e la morte non hanno avuto l’ultima parola, non ci hanno separato dal Signore: me l’ha insegnato lei. Per grazia di Dio non è un’eroina da mettere su un altarino: era una di noi».

«San Francesco ha scoperto in questa Porziuncola il volto nuovo di Dio proprio nell’incontro con l’altro: i lebbrosi gli hanno spalancato questa realtà», ha ricordato fra Massimo Fusarelli, ministro generale dei frati minori, presiedendo nel pomeriggio la Messa solenne nella basilica di Santa Maria degli Angeli, concelebrata da tanti sacerdoti fra cui fra Francesco Piloni, ministro provinciale dei frati minori dell’Umbria e Sardegna, alla presenza di centinaia di fedeli: laici e religiosi, famiglie e fidanzati, giovani e anziani. «Qui 16 anni fa Chiara Corbella ha avuto la percezione di avere davanti il suo sposo, ha cominciato ad accogliere Enrico come un dono. Se l’incontro è vero, non ti stancherai mai di trovare nell’altro una nuova luce. Non c’è un francescanesimo scelto come livrea, medaglia, vernice: c’è stato nell’incontro con l’altro una consonanza che ha permesso di sentire loro stessi in maniera nuova. Perché? Francesco con il Vangelo ha interpretato la sua realtà umana facendo saltare gli schemi e chi si confronta con lui rilegge la sua umanità in modo nuovo, fino a benedirla. Francesco li ha accompagnati al dono di una pace più profonda, anche nel loro fidanzamento tribolato. Se scopriamo di essere figli amati, come Chiara ha vissuto, possiamo morire adesso felici. Chiara non è una donna coraggiosa, ma una donna che si è lasciata amare». E ha concluso: «Il sorriso di Chiara ci indica il Cielo, un sorriso di luce di cui il nostro tempo ha tanto bisogno. Mi sto avvicinando ora al mistero della sua vita: non mi sembra un’icona, ma una vita piena nell’incontro con il Signore, con il suo sposo, i suoi figli, tanti. Francesco d’Assisi ha lasciato in lei una traccia profonda». E ha quindi annunciato che la causa per la beatificazione della serva di Dio passi alla postulazione dei frati minori: «Abbiamo riconosciuto che la serva di Dio ha tratti caratteristici del carisma
francescano: sarà anche per noi frati una via per capire che il carisma di Francesco assume colori inediti e inattesi». Una notizia accolta dall’assemblea con un caloroso applauso.

 

 
 
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