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Una situazione complessa e delicata che, però, Unifil cerca di monitorare per contribuire alla de escalation. «Nelle ultime ore abbiamo osservato attività militari, inclusi lanci di razzi dal territorio libanese verso Israele e attacchi aerei israeliani, che rappresentano violazioni della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite», spiega subito, in videocollegamento, il generale di divisione Diodato Abagnara, capo missione e comandante della Forza Unifil in Libano.
Cosa sta accadendo?
«C’è una situazione sul terreno molto fragile. Stiamo cercando di evitare una escalation maggiore. Il nostro mandato prevede, innanzitutto, di riportare ogni violazione della risoluzione Onu 1701. In modo molto chiaro stiamo facendo proprio questo: segnaliamo ogni attacco che parte dal Libano verso Israele e ogni attacco di Israele verso il Libano. Accanto a questo il nostro obiettivo è quello di prevenire ogni tipo di incidente, di contribuire affinché questa escalation sia contenuta e si possa ritornare prima possibile a una sorta di stabilità».
In che modo?
«Attraverso i nostri meccanismi di collegamento e coordinamento manteniamo canali di comunicazione aperti tra le parti e lavoriamo costantemente per prevenire incidenti lungo la blue line. La presenza stessa dei peacekeeper sul terreno rappresenta un fattore importante di stabilità e contribuisce a evitare che tensioni locali possano trasformarsi in una crisi più ampia. Ricordo anche che il contingente italiano ha il maggior numero di peacekeepers sul terreno. Stiamo riuscendo a lavorare al meglio sia per la fiducia della popolazione locale sia per il supporto che abbiamo dal Governo italiano, dal ministro della Difesa, dal capo di Stato Maggiore della difesa, con cui mi sento quotidianamente, e dal comandante del Comando di vertice interforze. È solo lo sforzo collettivo che ci permette di avere ottimi risultati sul terreno».
Iran, ecco perché l’uccisione di Khamenei potrebbe rafforzare il regimeDopo l’attacco in Iran sono aumentate le violazioni?
«Sì. C’è stata una escalation. Il numero delle violazioni è aumentato considerevolmente. Abbiamo segnalato lanci di droni e missili da parte libanese, in particolar modo da parte degli Hezbollah, e attacchi aerei e attività sul terreno da parte israeliana. In questo momento la nostra presenza è cruciale per evitare una escalation ancora più pericolosa. Inoltre riusciamo a permettere alle varie agenzie umanitarie di poter intervenire a supporto della popolazione che sta soffrendo da tempo con il covid, la crisi economica, l’esplosione al porto di Beirut, le continue guerre. È logorante. A questo proposito vorrei ricordare anche l’aiuto che ci arriva dalla nunziatura. Monsignor Paolo Borgia è molto vicino a noi e alla popolazione. Il Nunzio è sempre presente, chiede aggiornamenti e cerca di supportare non solo le comunità cristiane, ma tutte le comunità che sono al sud».
Israele ha detto che vuole creare una fascia cuscinetto in Libano.
«Sì, loro vorrebbero creare una sorta di fascia, lungo la Blue Line, che eviti ogni tipo di minaccia nei confronti dei cittadini che attualmente vivono nei Kibbutz a ridosso di questa linea a nord di Israele. Dal punto di vista libanese, invece, c’è l’intendimento di poter garantire un ritorno a casa a coloro che hanno lasciato ormai da tempo le proprie abitazioni. La forza Unifil è l’unico strumento in grado di poter bilanciare queste due richieste cercando di evitare un conflitto che si protrarrebbe nel tempo. Un conflitto non tra Stati, ma tra Israele da un lato e la presenza degli Hezbollah dall’altro».
Come reagire alla richiesta israeliana di evacuare 13 villaggi libanesi nel Sud del Paese?
«Unifil non ha il mandato né l’autorità per ordinare o gestire evacuazioni della popolazione civile. Tuttavia monitoriamo con grande attenzione ogni sviluppo che possa avere un impatto sui civili e continuiamo a ribadire a tutte le parti la necessità di rispettare pienamente la risoluzione 1701 e di evitare qualsiasi azione che possa aggravare ulteriormente la situazione. In momenti come questi la priorità deve essere la protezione della popolazione civile e la ricerca di ogni possibile via di de-escalation».


Qual è il supporto di Unifil alla popolazione?
«Unifil mantiene da sempre un rapporto molto stretto con le comunità del sud del Libano. Anche in questa fase difficile, i nostri peacekeeper continuano a essere presenti sul territorio, mantenendo un dialogo costante con le autorità locali e con la popolazione. Ove possibile, facilitiamo attività umanitarie e sosteniamo iniziative che possano contribuire alla protezione dei civili. La nostra presenza non è solo operativa, ma rappresenta anche un elemento di rassicurazione per molte comunità locali che da anni convivono con la missione e ne conoscono il ruolo di stabilizzazione».
Qual è la situazione a Beirut?
«A Beirut la situazione è attentamente monitorata dalle autorità libanesi e dalla comunità internazionale. Per quanto concerne Unifil, abbiamo adottato alcune misure precauzionali per il personale civile, come è normale quando il contesto regionale diventa più volatile. Allo stesso tempo, la missione mantiene la piena capacità operativa nel sud del libano, dove è concentrato il nostro mandato e dove i peacekeeper continuano a svolgere il loro lavoro quotidiano a fianco delle forze armate libanesi».
Il contingente italiano è al sicuro?
«Ho adottato personalmente ogni tipo di misure di sicurezza perché quella della protezione dei nostri militari è in assoluto una delle mie priorità. Noi manteniamo una massima sicurezza sul terreno e all’interno delle basi che ci permette di avere una garanzia di sicurezza come self protection, ma allo stesso tempo di svolgere il nostro lavoro».









