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giovedì 01 dicembre 2022
 
Timidezza
 

Come aiutare i giovani a essere più socievoli?

01/09/2022  "Mio figlio di 13 anni è sveglio e bravo a scuola ma da qualche tempo non esce più gli amici. É sempre incupito e perso nei suoi pensieri, troppo timido per socializzare. Preferirei che ogni tanto anche lui facesse qualche "bravata" come i suoi coetanei." Leggi i consigli di Alberto Pellai

Mio figlio ha 13 anni e ha da poco finito la terza media. Bravissimo a scuola, è passato da essere un bambino vivacissimo e instancabile, pieno di amici e di sorrisi, ad essere un ragazzo troppo zitto e chiuso! Fa fatica anche a parlare con i suoi amici, non si fa mai trascinare in una bravata o un momento di sana euforia, si vergogna di tutto e ne soffre molto. Non si fa mai promotore di un’iniziativa, ma penso più per timidezza che per mancanza di interesse. Durante la gita scolastica la timidezza si è resa ancora più evidente e lui è tornato triste e incupito. Me ne ha parlato, ha anche pianto ma non so materialmente come aiutarlo. Ho paura che anche le tante ore che passa al telefono non lo aiutino. A volte mi sembra come se fosse disconnesso con la realtà e non si renda conto di quello che gli succede intorno. Cosa posso fare per aiutarlo ad essere più socievole, spigliato, attento alla vita reale? GIOVANNA

— Cara Giovanna, racconti la pre- adolescenza di tuo figlio come un tempo di profonda trasformazione. Prima era allegro e socievole, ora è spesso triste, pensieroso e molto solitario. La preadolescenza porta cambiamenti così drastici nella mente e nel corpo dei nostri figli da renderli a volte ansiosi e preoccupati di non essere all’altezza delle aspettative che essi hanno su sé stessi ma soprattutto che il gruppo dei pari nutre verso di loro.

Così preferiscono rimanere isolati, stare a distanza per evitare giudizi e confronti. Ma in questo modo, si allontanano ancora di più e la sensazione di inadeguatezza cresce proporzionalmente. Come scrivi tu, non aiuta poi il fatto che abbiano a disposizione strumenti digitali sempre connessi che all’inizio vengono usati per non sentire troppo la solitudine e la noia, ma che a lungo termine diventano essi stessi elementi che aggravano l’isolamento e il ritiro.

A te, Giovanna, consiglio in primo luogo di mantenere aperto il dialogo con il ragazzo, ben sapendo che non può essere la conversazione con la mamma ciò che risolverà il suo problema di socializzazione. La conversazione tra voi due dovrà essere orientata ad accogliere e validare la sua tristezza e la sua fatica, ma al tempo stesso a comprendere insieme a lui quali sono i cambiamenti da apportare per uscire da questa zona di stallo. Favorisci in tutti i modi inviti pomeridiani, coinvolgimento in attività di associazioni sportive e dell’oratorio. Verifica se in questa fase di “fatica sociale” non abbia desiderio di parlare anche con uno psicologo dell’adolescenza che lo sappia sostenere nel mettere in gioco abilità socio- relazionali che magari in lui non sono ancora ben allenate. Poiché nei giovanissimi la riduzione della relazionalità spesso si accompagna a un aumento del tempo speso nella virtualità, aiutalo a riflettere e a ridimensionare questo aspetto all’interno del palinsesto della sua giornata

 
 
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