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martedì 28 giugno 2022
 
l'esperto
 

«Con il family act possiamo diventare un modello per l'Europa»

12/04/2022  «Con questa nuova legge ciascuna azione deve diventare parte di un sistema che mette le persone nelle condizioni di realizzare pienamente i propri progetti di vita in relazione positiva tra di loro», così Il demografo Alessandro Rosina spiega la novità per le politiche familiari in Italia

Con il family act che diventa legge anche il nostro Paese muove i primi passi verso le politiche familiare con un intervento finalmente organico. Ne parliamo con il demografo Alessandro Rosina, autore del libro Crisi demografica. Politiche per un paese che ha smesso di crescere, Vita e Pensiero 2021.

Innanzitutto lo scenario. Il nostro Paese soffre di profonda denatalità...

«Come conseguenza di decenni di persistente bassa fecondità l’Italia ha perso la sua capacità di crescita, avviandosi verso un declino che continuerà per tutto questo secolo. Un’inversione di tendenza delle nascite può però contenere la riduzione complessiva della popolazione e, ancor più, limitare il peggioramento degli squilibri interni tra componente anziana in aumento e fasce giovani-adulte in riduzione. Senza cambiare rotta tali squilibri rischiano sia di frenare lo sviluppo economico del paese sia di mettere a repentaglio la sostenibilità del sistema sociale. Va poi considerato che la denatalità passata sta riducendo il numero di donne in età feconda, vincolando così ulteriormente verso il basso le nascite future. Servono quindi politiche a supporto della scelta di avere figli in grado di farci uscire da questa trappola demografica prima che sia troppo tardi. Teniamo presente che già oggi nel nostro paese i nuovi nati sono meno degli ottantenni».

I temi toccati dal family act sono innanzituttol’assegno unico

«L’assegno unico e universale rappresenta una reale svolta sul fronte delle politiche familiari in Italia. Il suo essere “unico” risponde all’esigenza di ridurre la frammentazione e le inefficienze delle misure di sostegno economico alle famiglie con figli preesistenti. L’essere “universale” va nella direzione di rivolgersi direttamente ad ogni bambino, indipendentemente dalle caratteristiche dei genitori. Inoltre c’è un impegno dello Stato a contribuire alla crescita e allo sviluppo dalla nascita (anzi dal settimo mese di gravidanza) fino alla maggiore età. L’impostazione è ispirata alle migliori esperienze europee. Va migliorato rafforzando l’importo di base, la parte che va a tutti, per renderlo un effettivo sostegno alla genitorialità, mentre attualmente domina la componente variabile legata al reddito della famiglia che crea complicazioni nell’erogazione e lo rende uno strumento più sbilanciato verso il contrasto alla povertà».

C'è poi il tema dell’autonomia dei giovani?

«Larga parte della riduzione delle nascite degli ultimi anni è dovuta alla riduzione del numero di figli delle donne under 30. L’Italia è il paese in Europa in cui l’età media al primo figlio è più ritardata, arrivando oramai a superare abbondantemente i 31 anni. La denatalità passata sta riducendo le nuove generazioni, se poi si trovano con difficoltà a formare un proprio nucleo familiare, con accesso ad una adeguata abitazione e un percorso di lavoro stabile con continuità di reddito, diventa difficile invertire la tendenza negativa della demografia italiana. L’autonomia dei giovani è quindi un asse centrale delle politiche familiari, dato che al centro delle dinamiche demografiche c’è il rinnovo generazionale».

E per quanto riguarda la conciliazione famiglia lavoro?

«La difficoltà di armonizzare la dimensione familiare con quella lavorativa è uno dei principali nodi dello sviluppo del nostro paese. Le carenze su questo fronte portano le donne con figli a rinunciare al lavoro e le donne che lavorano ad avere meno figli. La conseguenza è sia una più bassa fecondità sia una più bassa occupazione femminile in Italia rispetto al resto d’Europa. Il rafforzamento dei servizi per l’infanzia e dei congedi parentali, compreso quello obbligatorio di paternità, consentono alle coppie di gestire meglio tempi di vita e ruoli familiari, con ricadute positive in termini di benessere relazionale e economico».

Si accende la luce su temi fondamentali: il diritto delle donne a essere mamme e lavoratrici felici, la libertà dei giovani di progettare senza ansie il futuro e i figli come valore dell’Italia intera non solo dei genitori.

«Si, questo deve essere l’obiettivo a cui puntare con le misure integrate previste nel Family act, ma soprattutto con un nuovo approccio culturale rispetto alle politiche per la famiglia. Non c’è un intervento che da solo risolve tutto, ma ciascuna azione deve diventare parte di un sistema che mette le persone nelle condizioni di realizzare pienamente i propri progetti di vita in relazione positiva tra di loro. L’autonomia dei giovani con la responsabilità di formazione di un nucleo familiare, la realizzazione femminile nel mondo del lavoro con la scelta di avere figli, il benessere economico delle famiglie con quello relazionale, vanno considerati meccanismi di uno stesso ingranaggio da far funzionare meglio anno dopo anno. Solo così il paese può uscire dall’inverno demografico e iniziare una nuova stagione più generativa e fiduciosa verso il futuro».

Finalmente la famiglia torna al centro. Pensa che sia la strada per far ripartire il Paese?

«Alcune condizioni favorevoli ci sono. In primo luogo, il desiderio di formare una famiglia con figli non è più basso rispetto a paesi i Europa con fecondità più alta. In secondo luogo, gli interventi previsti dal PNRR-Piano nazionale di ripresa e resilienza e dal Family act sono una novità in grado di dare nuovo impulso, in discontinuità con le dinamiche negative passate. Se, però, si vuole davvero invertire la tendenza delle nascite, partendo da livelli più bassi e con una struttura demografica meno favorevole, è necessario passare dall’essere stati nel decennio scorso i peggiori in Europa a porsi ora come l’esempio da seguire nelle politiche familiari e per le nuove generazioni da realizzare dal 2022 in poi. Gran parte del successo delle misure previste sta nel come vengono realizzate, ovvero nell’effettiva implementazione, nel monitoraggio e nella valutazione di impatto. Devono, infatti, essere intese come punto di partenza di un processo in cui chi ha un figlio sa che nasce e cresce in un Paese impegnato in un percorso di miglioramento continuo delle condizioni che aumentano il valore individuale e collettivo di tale scelta. Se non contribuisce a rafforzare il valore attribuito a tale scelta, qualsiasi azione è destinata a rivelarsi inefficace».

 
 
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