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Rubava al nonno per “nutrire” la pancia famelica delle slot. E quando lo racconta la voce si incrina. «Mio nonno non poteva nemmeno alzarsi dal letto. Io entravo nella sua stanza e prendevo i soldi dai cassetti per andare a giocare».
Nicola Bosco ha vent'anni, vive a Roma e porta sul volto una storia che sembra molto più lunga della sua età. Per mesi le slot machine hanno occupato ogni spazio della sua vita. Le giornate scorrevano dentro sale senza finestre, dove il tempo si scioglie e la realtà perde consistenza. Arrivava a giocare per quattordici ore consecutive. La famiglia tentava di fermarlo. Lui non riusciva a fermare se stesso.


La sua testimonianza è stata una delle più forti ascoltate durante il convegno "Scommettere sul futuro (quello vero)", promosso dal Forum delle Associazioni Familiari a Roma, dove è stato presentato un documento sottoscritto da quasi ottanta organizzazioni del Terzo settore, enti sanitari, fondazioni, associazioni e realtà civiche, tra cui Famiglia Cristiana.
Ma Nicola non è soltanto una storia individuale. È il volto umano di un fenomeno che negli ultimi trent'anni è diventato un gigantesco fatto economico, sociale e culturale.
L'Italia è ormai uno dei più grandi mercati dell'azzardo in Europa. Oltre 160 miliardi di euro movimentati ogni anno. Una cifra che continua a crescere mentre cresce anche il numero delle famiglie travolte dai debiti, dalle separazioni, dalle depressioni e dalle dipendenze.
«Non possiamo restare indifferenti davanti a tutto questo», ha affermato il presidente del Forum delle Associazioni Familiari, Adriano Bordignon. «L'azzardo non è un problema che riguarda soltanto chi gioca. Coinvolge le famiglie, le comunità, i territori. Consuma relazioni, genera fragilità e colpisce soprattutto chi vive situazioni di maggiore vulnerabilità».
È proprio questa la chiave di lettura emersa durante il convegno. L'azzardo non è soltanto una questione sanitaria. È una questione sociale. Perfino antropologica.
Per questo il documento presentato a Roma non si limita a denunciare il fenomeno. Avanza proposte precise: una legge quadro nazionale che metta al centro la salute pubblica, la drastica riduzione dell'offerta, il contrasto effettivo alla pubblicità, la salvaguardia delle normative adottate da Comuni e Regioni, il ripristino dell'Osservatorio nazionale abolito dalla legge di bilancio e un forte investimento nella prevenzione e nell'accompagnamento delle famiglie.
«Il nostro Paese è stato trasformato in un casinò diffuso», si legge nel documento. Un'espressione che fotografa una realtà sotto gli occhi di tutti: sale slot, scommesse sportive, gratta e vinci, piattaforme online accessibili ventiquattr'ore su ventiquattro.
Il sociologo Maurizio Fiasco, presidente di Alea, l’associazione per lo studio del gioco d'azzardo e dei comportamenti a rischio, e tra i maggiori studiosi italiani del fenomeno, ha invitato a guardare oltre le semplificazioni. «Non siamo di fronte a una forma di intrattenimento neutrale», ha spiegato. «L'azzardo industriale contemporaneo è progettato per catturare l'attenzione e prolungare il tempo di permanenza delle persone. Una parte rilevante degli introiti deriva proprio da chi sviluppa forme problematiche di dipendenza».


Secondo Fiasco, la questione riguarda il modello economico che sostiene il settore. Un sistema che trae profitto dalle fragilità e che prospera sulla promessa di una soluzione immediata alle difficoltà economiche e personali. Una riflessione ripresa anche dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, che ha collocato il tema dentro un orizzonte ancora più ampio. «Serve uno spirito costituente», ha affermato. Non un semplice tavolo tecnico, ma un percorso condiviso capace di coinvolgere istituzioni, politica, sanità, associazionismo e mondo educativo.
Per Zuppi l'azzardo è una delle nuove forme di schiavitù del nostro tempo. Una schiavitù che non produce soltanto perdite economiche ma impoverimento relazionale, isolamento e solitudine. Il presidente della Cei ha insistito soprattutto sul ruolo delle nuove tecnologie. Se una volta l'azzardo aveva luoghi riconoscibili, oggi entra nelle case attraverso uno smartphone. Si nasconde dietro applicazioni, piattaforme digitali e meccanismi che rendono tutto immediato.
«Bisogna trovare un algoritmo comune che vinca gli algoritmi che producono dipendenza», ha osservato. Una sfida che riguarda in modo particolare le nuove generazioni. Gli esperti presenti al convegno hanno richiamato l'attenzione sui meccanismi di fidelizzazione presenti nei videogiochi, nelle loot box e nei sistemi di ricompensa digitale che abituano precocemente alla logica dell'azzardo. Ma se il problema è grande, durante la mattinata romana è emerso anche un messaggio di speranza. Lo ha portato Flora, 68 anni, ex giocatrice, raccontando il percorso che l'ha aiutata a uscire da una dipendenza che aveva divorato oltre centomila euro e rischiato di distruggere i suoi affetti più cari. Lo ha portato Nicola.


A un certo punto della sua testimonianza non ha parlato più delle slot. Ha parlato delle persone.
Ha raccontato la notte in cui rimase davanti a una macchina dalle undici di sera fino all'una del pomeriggio successivo. Ha raccontato le telefonate disperate di sua madre. La vergogna. La depressione. Il desiderio di sparire.
Poi qualcosa è cambiato.
«Mi hanno aiutato i gruppi della Rete italiana senza azzardo», ha spiegato. Non parla di formule magiche. Non parla di scorciatoie. Parla di ascolto. Parla di relazioni.


Parla di qualcuno che ha scelto di restare accanto a lui quando lui stesso non riusciva più a vedere un futuro. «Mi ha salvato il valore immenso dell'immaterialità», racconta. «Uno sguardo sincero. Una parola. Una spalla che sorregge». Forse è questa l'immagine che resta dopo il convegno di Roma. Da una parte un sistema economico che trasforma la speranza in consumo e la fragilità in profitto. Dall'altra una rete di famiglie, associazioni, operatori sanitari e volontari che prova a ricostruire ciò che l'azzardo spezza.
Perché il contrario dell'azzardo non è soltanto una norma più severa. È una comunità che sceglie di non lasciare solo nessuno.










