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COP26 al via tra incognite, veglie di preghiera e due assenti illustri

30/10/2021  L’inviato Usa John Kerry l’ha definito «l’ultima speranza per il mondo di salvare se stesso». Viaggio nella città che ospita il summit Onu sul clima, al quale non ci saranno il Papa e la Regina Elisabetta, invasa dagli attivisti e dai fedeli cristiani. Gli obiettivi fissati a Parigi nel 2015 sulla diminuzione delle emissioni di CO2 non bastano più. Il ruolo cruciale di Cina e India

Glasgow (Scozia)

Chissà se a disturbare la routine dei seicentomila abitanti di Glagow sarà di più lo sciopero degli spazzini o le urla di Greta Thunberg, che marcerà per le vie della città venerdi 5 novembre, quattro giorni dopo l’inizio della Cop26, insieme a circa ottomila attivisti dell’ambiente tra I quali rappresentanti di “Extinction Rebellion”. Certo questa tranquilla cittadina attraversata dal fiume Clyde, famosa per il calore e l’incomprensibile accento dei suoi abitanti e il tasso di piovosità, non ha mai visto né probabilmente vedrà mai più una tale concentrazione di potenti della terra.

Perchè dentro lo “Scottish Exhibition Centre”, il più importante centro conferenze scozzese con il famoso “Armadillo”, l’auditorium in grado di ospitare tremila persone, convergerà, dal 31 ottobre al 13 novembre, il mondo intero. Padroni di casa il premier britannico Boris Johnson e, insieme a lui, quello italiano Mario Draghi ai quali toccherà il compito di accogliere oltre 120 capi di stato, quasi ogni nazione della Terra, dall’americano Joe Biden al francese Emmanuel Macron al premier australiano Scott Morrison e oltre trentamila persone tra delegati, negoziatori e giornalisti. A Glasgow vi saranno migliaia di cristiani impegnati in funzioni religiose.

Perchè con l’arrivo, alla sera di sabato 30 ottobre, di centinaia di pellegrini dal resto del Regno Unito e dall’Europa, la ventiseiesima Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico diventa anche un momento spirituale con una marcia cristiana per le vie della città sabato 6 novembre, una Messa alla quale parteciperanno tutti I vescovi scozzesi, insieme a una delegazione vaticana guidata dal cardinale Pietro Parolin, nella chiesa dei Gesuiti di Saint Aloysius e una funzione ecumenica nella cattedrale presbiteriana di Saint Mungo.

La grande convention di Glasgow, che l’inviato per il clima americano John Kerry ha definito “l’ultima speranza per il mondo di salvare se stesso”, segna anche una prima, lenta, uscita dalla pandemia e il ritorno a una seminormalità perchè si svolge in presenza, anche se con un anno di ritardo, e con l’obbligo per I partecipanti di sottoporsi ogni giorno a tamponi rapidi indispensabili per accedere alla conferenza purchè negativi.

Vaccinazioni gratis saranno anche offerte a delegati e giornalisti per garantire, a chi proviene dal Terzo Mondo e ha difficoltà ad ottenere le preziose iniezioni antiCovid, l’ opportunità di partecipare. Anche se molti delegati dei Paesi poveri sono rimasti, purtroppo, esclusi perché non sono riusciti a ottenere alcun posto in albergo o in appartamento in una Glasgow dove ogni camera disponibile è già prenotata dalla scorsa primavera.

Grandi assenti dalla Cop saranno papa Francesco e la Regina Elisabetta II. In un messaggio, registrato per gli ascoltatori della Bbc Radio, il Santo Padre ha incoraggiato il leader mondiali a “offrire efficaci risposte alla crisi ecologica in cui viviamo e, in questo modo, concreta speranza alle generazioni future” e ha aggiunto che: “tutti noi — è bene ripeterlo, chiunque e ovunque siamo — possiamo avere un ruolo nel modificare la nostra risposta collettiva alla minaccia senza precedenti del cambiamento climatico e del degrado della nostra casa comune” .

Anche la sovrana inglese, che, nei giorni scorsi, ha criticato i politici perché “parlano tanto ma fanno poco” manderà un videomessaggio registrato che verrà guardato dagli ospiti del ricevimento che inaugurerà il summit climatico la sera del 1° novembre. A sostituirla saranno il principe Carlo, da sempre grande sostenitore dell’ambiente e il nipote William con le rispettive consorti.

Il successo di questo summit, il più importante che il Regno Unito abbia mai ospitato, sarà dato dalla capacità di mantenere vivo l’impegno preso a Parigi, durante la Cop 21 del 2015, di mantenere al di sotto dei 2 gradi la temperatura mondiale. Il governo britannico cercherà di convincere gli altri Paesi a passare dal “ben al di sotto dei 2°” della capitale francese all’ 1,5°, un risultato che inserirebbe Glasgow nei libri di storia.

Purtroppo le previsioni della vigilia non fanno sperare nulla di buono con lo stesso premier britannico Boris Johnson che ha ammesso che ci sono sei possibilità ogni dieci che l’importante obbiettivo venga raggiunto. Cruciale, a questo proposito, sarà il numero di Paesi che si impegneranno a raggiungere zero emissioni nette entro il 2050, ovvero a bilanciare qualsiasi anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera da una quantità equivalente rimossa. Importantissimi, a questo proposito, sono I cosiddetti “contributi determinati a livello nazionale” (NDC), decisi sempre a Parigi, che stabiliscono l’impegno di ciascun Paese per ridurre le emissioni e sono sottoposti, ogni cinque anni, al segretariato delle Nazioni Unite. Purtroppo quelli esistenti, che devono essere riveduti proprio a Glasgow, sono insufficienti perché risulterebbero in un aumento di emissioni anidride carbonica del 16% mentre è necessaria una riduzione dei 45%.

Il Summit dei capi di stato del mondo, che inaugurerà la Cop 26, l’1 e 2 novembre, e chi vi parteciperà sarà un primo segnale importante del peso che avrà Glasgow nella storia del cambiamento climatico ma mancano due figure chiave come il presidente cinese Xi Jinping e quello russo Vladimir Putin anche se i due si collegheranno via video. Il tanto atteso piano nazionale della Cina, il più grande inquinatore del mondo, pubblicato qualche giorno fa, ha deluso gli esperti perché prevede che le emissioni di CO2 raggiungano quota zero entro il 2060, troppo tardi per mantenere l’impegno di Parigi.

A preoccupare è anche l’India, il terzo Paese, dopo Cina e Stati Uniti, per emissioni di gas serra e il secondo per uso di carbone. Secondo le Nazioni Unite i previsti tagli indiani di emissioni del 33-35% del Pil, entro il 2030, non sono sufficienti. Anche l’Arabia Saudita, il più grande produttore di petrolio ha fatto promesse non soddisfacenti e non credibili. La data del 2 novembre segnerà anche la richiesta del Regno Unito, fatta agli altri Paesi, di firmare la dichiarazione sulla deforestazione, già sottoscritta da Unione Europea, Indonesia e Congo che punta a fermare l’eliminazione degli alberi per fare spazio a terreno coltivabile, una delle cause più importanti del riscaldamento climatico entro il 2030.

A mancare all’appello è il Brasile, che ospita la foresta amazzonica, la più grande foresta tropicale del mondo. Un’assenza cosi importante da lasciare un punto di domanda sull’iniziativa. Una promessa importante per i cristiani sono quei 100 miliardi di dollari all’anno, garantiti dai Paesi più ricchi ai più poveri nel 2009, che non arriveranno fino al 2023, e che dovrebbero essere spesi, secondo molte charities cristiane, almeno per la metà per aiutare i Paesi del Terzo mondo a fare i conti col cambiamento climatico e non soltanto per ridurre le emissioni di carbonio.

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COP 26, preghiere e manifestazioni a Glasgow per il summit sul clima
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