La figura, diritta dentro, è da sempre dell’hombre vertical. Mario Soldati diceva di Dino Zoff che era un cavaliere dell’Ottocento, lo è rimasto e per certi versi non gli dispiace. Ha un cellulare non di primo pelo e non usa whatsApp. La misura delle parole, però, è una cosa diversa dalla loro parsimonia: qualche volta i due concetti coincidono ma non è detto. In questi giorni in cui tutti lo vogliono e tutti lo cercano per gli 80 anni imminenti (è nato a Mariano del Friuli, Gorizia, il 28 febbraio del 1942), ne ha spese tante. Il fatto è che non escono mai a caso, sono sempre pensate e pesate. Concetti chiave ricorrono: responsabilità e dignità. La serietà dell’uomo le racchiude entrambe. La serietà del calciatore, dell’allenatore vengono di conseguenza. È chiaro che Dino Zoff non concepisce l’idea che un uomo perbene possa abitare in un professionista per male e viceversa: si lavora come si è. E conta quello che ti hanno seminato dentro, da piccolo.

All’ultima elezione per la presidenza della Repubblica uno ha dato un voto anche a Lei. Che pensiero ha avuto?

«Mah... Una sciocchezza».

Più seriamente. Nei discorsi recenti del presidente Mattarella e di papa Francesco ricorre la parola dignità. Si direbbe sia un tema centrale nella sua vita. È vero?

«Direi di sì, ma non vorrei innalzarmi troppo, se lo dicono loro, ha un altro peso. Però anch’io penso che sia importante, perché è la forza dell’uomo, dà un indirizzo al comportamento, al coraggio delle idee».

Anche Lei da capitano e da Ct ha rappresentato in modo diverso il Paese. Che cosa le piace dell’Italia e in che cosa le piacerebbe che fosse diversa?

«I tempi cambiano, l’importante è che si mantenga una solidità di fondo, che non diventi tutto così leggero da oscillare a ogni refolo di vento».

Lei è nato in tempo di guerra in una terra di frontiera. È vero quello che diceva Churchill che gli italiani vanno alla partita di calcio come alla guerra e alla guerra come alla partita di calcio?

«È vero che qualche volta facciamo delle guerre anche nelle partite di calcio, ma non direi che sia del tutto vero: anche gli italiani sanno bene che la guerra è una cosa seria, che non è la stessa cosa».

Ha lasciato il Friuli tanti anni fa, che cosa le è rimasto?

«Quello che ero e quello che sono».

Una notte di 40 anni fa ha alzato la coppa del mondo, preso un bacio dalla regina, dato un bacio a Bearzot, giocato a carte con Pertini. Qual è il suo ricordo più personale di quella notte madrilena?

«Direi il momento in cui ho alzato la Coppa e poi la partita a carte con Pertini e Bearzot. Il presidente giocava in coppia con me, dopo mi mandò un telegramma in cui mi diceva che aveva sbagliato e che era pronto a rigiocare la partita».

Mai rigiocata?

«Purtroppo no».

C’è mai il rischio che dopo aver vissuto una notte così, da campioni del mondo, sembri tutto piccolo?

«No, perché passa subito. Si sta in gloria per un brevissimo periodo. Ci sono i ricordi piacevoli, cui anche gli altri continuamente ti riportano. Ma poi devi tornare con i piedi per terra».

Esiste la parata della vita?

«Della vita non so, la parata che dia un’impronta decisiva al proprio lavoro sì. A me è capitato al Mondiale 1982, quando ho fermato prima della linea di porta il colpo di testa di Oscar negli ultimi minuti della partita contro il Brasile, sul 3-2 per noi».

C’è qualcosa che le sarebbe piaciuto saper parare meglio in campo e fuori?

«In campo tante cose, ma se non ci sono riuscito è perché in quei momenti non ero in condizione di farlo. Fuori direi che mi accontento, non mi sentirei di pretendere di più».

Ha avuto un grande talento come portiere. C’è un talento che le sarebbe piaciuto avere e non ha avuto?

«Ho sempre bonariamente invidiato gli artisti, quelli che creano, perché io non ho mai creato niente. Il mio lavoro era parare le creazioni altrui».

Anche lei da bambino ha sognato di fare l’attaccante?

«No, io da bambino giocavo e basta. Ho fatto il portiere senza sognare di diventarlo».

Oggi i genitori sognano figli calciatori, la sua famiglia come prese la sua vocazione?

«Non la prese. Avevo la possibilità di studiare o di imparare un mestiere e nel frattempo potevo provare a giocare. Poi se fossi stato bravo avrei potuto continuare, ma non sono partito pensando di arrivare. La concezione che ti fa dire “farò il calciatore”, “vincerò” ai miei tempi, nel mio contesto, non esisteva. Era tutto troppo grande».

Quando si è reso conto di avere un’attitudine particolare?

«A grandi linee me la riconosco, ma non c’è mai la conferma, bisogna ogni volta conquistarsi tutto».

Neanche da campione del mondo ha avuto la conferma?

«Sì, per quella sera, ma poi passa e devi rigiocare. Non è per sempre».

Se non fosse riuscito a fare il portiere che cosa avrebbe fatto nella vita?

«Chi lo sa? Il meccanico motorista forse o il contadino».

Di questa lunga avventura di calcio, quali sono stati i momenti di maggior soddisfazioni e quale è stata la più grande delusione?

«Le soddisfazioni più grandi sono state le vittorie con la Nazionale: Coppa Europa e Coppa del mondo. Le delusioni sono state tante, ma la logica dello sport sta anche nel fatto che la vittoria ti fa dimenticare le sconfitte».

È vero che lei fa fatica a dimenticare le seconde?

«Qualche volta, sì. (Ride) Dipende dall’intensità delle cose».

Il portiere è uno che voleva fare uno sport individuale?

«Volere o volare, è un uomo solo. È l’unico ad avere tempi morti in una partita».

Le sarebbe piaciuto poter condividere un po’ di responsabilità?

«No, no. Il ruolo è individuale, la responsabilità è individuale: non hai scuse».

Fu un atto di responsabilità individuale anche fare il portavoce dell’Italia 1982 sotto assedio e in silenzio stampa o era insito nel ruolo di capitano?

«Un po’ e un po’, io ho sempre pensato che il capitano abbia responsabilità e doveri più degli altri e poi avevo quarant’anni, un’età in cui era giusto che toccasse a me».

Non per tutti i campioni è naturale passare alla panchina, quando ha capito che le sarebbe piaciuto allenare?

«Negli ultimi anni in campo, quando cominciavo a osservare il gioco con una mentalità più spaziosa».

Che cosa le piacerebbe aver trasmesso da padre e da nonno?

«Una certa voglia di far bene le cose, di avere una linea di comportamento, il cercare di fare del proprio meglio in quello che uno fa».

Un giorno mi ha detto che in casa sua quand’era ragazzo arrivavano Famiglia Cristiana e l’Unità, che cosa le hanno lasciato?

«Prima di tutto la possibilità di confrontare le varie posizioni, per farsi un’idea propria».

«Ha detto: “Le dimissioni in Italia sono un gesto rivoluzionario”. Ci sono momenti nella vita in cui bisogna saper essere “rivoluzionari”?

«Dipende da quello che succede».

Ha sentito come rivoluzionario quel suo gesto di dimettersi da Ct quando Berlusconi allora presidente del consiglio le diede dell’indegno o lo hanno sentito così gli altri?

«Direi sia io che gli altri».

È più difficile rappresentare l’Italia sulla panchina della Nazionale o tra i legni?

«Sono entrambi posti difficili, perché hai la grande responsabilità della maglia di un Paese. È pesante in entrambi i ruoli».

Tutti l'avvertono così o era particolare lei?

«Cambiano il mondo, i giovani, il modo di esprimersi. Però la responsabilità secondo me rimane».

Come ha vissuto questi ultimi due anni complicati?

«Con la rassegnazione del dovere».

E come vive le notizie di questi giorni?

«Con preoccupazione, ma, purtroppo, è la storia del mondo».

Qual è la domanda che rivolge più spesso al Padreterno, se ce n’è una?

«Che mi mantenga in salute».