«Presto la periferia di Beirut diventerà come Khan Younis». Lo ha detto parlando in diretta dal nord di Israele, Bezalel Smotrich, ministro delle finanze del governo Netanyahu ed esponente di estrema destra. Il sogno, o l’incubo per chi vi abita, di estendere i confini del Paese dal fiume al mare, si sta facendo largo a suon di bombardamenti. Senza risparmiare nessuno. Neppure i caschi blu delle Nazioni Unite che, in conformità con il mandato della risoluzione 1701, monitorano il rispetto della linea di demarcazione tra i Israele e Libano segnando il limite entro il quale le truppe israeliane si ritirarono dopo 22 anni di occupazione. Il fuoco di Israele ha infatti raggiunto, nella serata del 6 marzo, una delle basi Unifil, quella che ospita il contingente ghanese, provocando dei feriti.

Nelle stesse ore, mentre il ministro della difesa israeliano, Israel Katz, dichiarava che «il governo del Libano e il Libano pagheranno un prezzo molto alto», continuavano gli attacchi contro il Paese dei cedri provocando ulteriori vittime. Finora si stima che siano circa 300 i morti, in gran parte civili, e oltre mille i feriti. Drammatica la situazione di oltre 500 mila sfollati. In particolare per quelli di religione sciita diventa difficilissimo trovare un rifugio. «Le bombe ci inseguono», sono le dichiarazioni raccolte dal quotidiano Avvenire. Perché Israele minaccia di distruggere i luoghi dove vengono ospitati. Ad alzare la voce contro questa situazione è stata, ancora una volta, la Spagna che ha condannato «categoricamente» i «massicci» attacchi di Israele sul Libano. Il Governo di Pedro Sanchez ha inviato le sue «condoglianze e solidarietà» alle famiglie dei civili uccisi e, attraverso una nota del ministero degli Affari esteri, ha ribadito il proprio impegno per la sicurezza e la stabilità del Libano, Paese «vitale per l'intera regione».

«Tutte le parti», si legge nella Nota», «devono rispettare pienamente la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza, così come l'accordo di cessate il fuoco raggiunto nel novembre 2024». Inoltre, continua il documento, «la Spagna esorta il rispetto di Israele per le forze di mantenimento della pace, incluso il contingente spagnolo, schierate in Libano in conformità con il mandato della risoluzione 1701». E si schiera contro l’intenzione di demolire parte di Beirut, «una misura senza precedenti», titola il quotidiano spagnolo El Pais, «che mira all'espulsione di metà della popolazione dell'area metropolitana della capitale come punizione collettiva per le ostilità di Hezbollah».

La Spagna fa appello al rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale del Paese e promette di continuare a sostenere il governo del presidente Joseph Aoun che sta lavorando per garantire il monopolio dello Stato sulle armi in tutto il territorio libanese e controllare così anche Hezbollah.

Intanto Unifil fa sapere che «indagherà sulle circostanze di questo terribile evento» perché «è inaccettabile che i peacekeeper impegnati in compiti affidati dal Consiglio di Sicurezza vengano presi di mira». Inoltre ricorda «fermamente a tutti gli attori coinvolti i loro obblighi, previsti dal diritto internazionale, di garantire la sicurezza del personale e delle proprietà delle Nazioni Unite in ogni momento. Qualsiasi attacco ai peacekeeper Unifil costituisce una grave violazione del diritto internazionale umanitario e della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza e può costituire un crimine di guerra». La Spagna schiera 600 militari nella missione, oltre mille sono quelli italiani.