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Saluta tutti, ma poi non se la sente di leggere il testo. Papa Francesco, in piazza San Pietro, tiene la consueta catechesi che, questa settimana, si incentra sulla virtù della prudenza. Una delle quattro cardinali, perché costituiscono i pilastri per tutte le altre, insieme con giustizia, fortezza e temperanza. Non si tratta di prerogative del cristiano perché «appartengono al patrimonio della sapienza antica, in particolare dei filosofi greci. Perciò uno dei temi più interessanti nell’opera di incontro e di inculturazione fu proprio quello delle virtù».
Le quattro virtù cardinali e le tre teologali portano l’uomo a una continua tensione verso il bene. La prudenza, in particolare, non è «la virtù della persona timorosa, sempre titubante circa l’azione da intraprendere. No, questa è un’interpretazione sbagliata. Non è nemmeno solo la cautela. Accordare un primato alla prudenza significa che l’azione dell’uomo è nelle mani della sua intelligenza e libertà. La persona prudente è creativa: ragiona, valuta, cerca di comprendere la complessità del reale e non si lascia travolgere dalle emozioni, dalla pigrizia, dalle pressioni, dalle illusioni».
Va recuperata «l’antica lezione della prudenza» in «un mondo dominato dall’apparire, dai pensieri superficiali, dalla banalità sia del bene che del male».
Con le parole di san Tommaso, sulla scia di Aristotele, la prudenza è la «recta ratio agibilium», «la capacità di governare le azioni per indirizzarle verso il bene; per questo motivo essa è soprannominata il “cocchiere delle virtù”. Prudente è colui o colei che è capace di scegliere: finché resta nei libri, la vita è sempre facile, ma in mezzo ai venti e alle onde del quotidiano è tutt’altra cosa, spesso siamo incerti e non sappiamo da che parte andare. Chi è prudente non sceglie a caso: anzitutto sa che cosa vuole, quindi pondera le situazioni, si fa consigliare e, con visione ampia e libertà interiore, sceglie quale sentiero imboccare. Non è detto che non possa sbagliare, in fondo restiamo sempre umani; ma almeno eviterà grosse sbandate. Purtroppo, in ogni ambiente c’è chi tende a liquidare i problemi con battute superficiali o a sollevare sempre polemiche. La prudenza invece è la qualità di chi è chiamato a governare: sa che amministrare è difficile, che i punti di vista sono tanti e bisogna cercare di armonizzarli, che si deve fare non il bene di qualcuno ma di tutti».
Non solo, «la prudenza insegna anche che, come si suol dire, “l’ottimo è nemico del bene”. Il troppo zelo, infatti, in qualche situazione può combinare disastri: può rovinare una costruzione che avrebbe richiesto gradualità; può generare conflitti e incomprensioni; può addirittura scatenare la violenza».
Chi è prudente sa custodire «la memoria del passato, non perché ha paura del futuro, ma perché sa che la tradizione è un patrimonio di saggezza. La vita è fatta di un continuo sovrapporsi di cose antiche e cose nuove, e non fa bene pensare sempre che il mondo cominci da noi, che i problemi dobbiamo affrontarli partendo da zero. E la persona prudente è anche previdente. Una volta decisa la meta a cui tendere, bisogna procurarsi tutti i mezzi per raggiungerla».
Il Vangelo ci aiuta a capire la prudenza spiegando che «è prudente chi costruisce la sua casa sulla roccia e imprudente chi la costruisce sulla sabbia», che sono «sagge sono le damigelle che portano con sé l’olio per le loro lampade e stolte quelle che non lo fanno». La vita cristiana «è un connubio di semplicità e di scaltrezza. Preparando i suoi discepoli per la missione, Gesù raccomanda: “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”». In altre parole ««Dio non ci vuole solo santi, ci vuole santi intelligenti, perché senza la prudenza è un attimo sbagliare strada!».
Alla fine della lettura il Papa prende la parola per salutare i pellegrini italiani e per affidare a San Giuseppe, non solo la Chiesa, il mondo, tutti i papà, ma soprattutto per raccomandargli le martoriate popolazioni dell’Ucraina, della Palestina, di Israele. Francesco ricorda, ancora una volta che «sempre la guerra è una sconfitta. Dobbiamo fare tutti gli sforzi per trattare, per negoziare, per finire la guerra.





