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martedì 03 agosto 2021
 
Camorra
 

Don Diana spiegato da Cafiero De Raho

23/05/2021  Il procuratore nazionale antimafia fu il primo ad arrivare sul luogo dell'uccisione del sacerdote. Ecco perché fu assassinato

«Ricordo il silenzio, le imposte chiuse dei balconi. Mi sembrava di essere in uno di quei film western in cui c’è il duello finale e tutti si rintanano in casa per paura di essere coinvolti» Federico Cafiero De Raho, oggi procuratore nazionale antimafia, fu tra i primi ad arrivare nella chiesa di San Nicola, a Casal di Principe, dove la mattina del 19 marzo 1994 la camorra aveva ucciso don Peppe Diana. Fu poi lui a guidare le indagini contro la camorra e il clan dei casalesi sfociate nell’operazione Spartacus. «Mi immaginavo di trovare la chiesa affollatissima e, invece, non dimenticherò mai quella scena dove c’erano solo le persone delle forze dell’ordine a compiere i rilievi tecnici che vengono svolti in queste occasioni. Quella era la camorra: la paura che aveva la gente di essere confusa con quelli che parteggiavano per don Diana. All’epoca c’era il terrore di essere catalogati come quelli che stavano dall’altra parte. Fortunatamente l’inverso di quello che accade ora».

Non c’era proprio nessuno?

«In chiesa e per le strade no. Nell’edificio accanto, invece, c’erano tanti ragazzi, quelli che don Peppe aveva guidato e formato. Quei giovani che piangevano, che si disperavano sarebbero poi stati il seme della rinascita di fronte a un fatto così grave. Da lì partì un totale cambiamento».

In che clima maturò l’assassinio?

«In quel periodo il clan dei casalesi controllava tutto sul territorio. Non solo in Casal di Principe e nel casertano, ma in gran parte della Campania e oltre. Michele  Zagaria, uno dei boss dei casalesi, aveva addirittura il governo di tutta l’alta velocità e la sua era la famiglia alla quale tutta la camorra campana faceva riferimento. Sul territorio il clan dei casalesi e gli scissionisti di quel clan guidati da Nunzio De Falco si contendevano il campo. Quasi quotidianamente c’erano manifestazioni di violenza, si muovevano in corteo in vari comuni del casertano con le armi spianate fuori dalle auto, commettendo omicidi persino fuori dalla caserma dei carabinieri. Non avevano paura di niente, non temevano né lo Stato né le leggi. Esercitavano una arroganza, una prepotenza che non trovava limite. Avere il coraggio, la fede, la santità di poter dire dal pulpito ai camorristi, come faceva don Peppe, che comportarsi come stavano facendo era non solo contro la legge di Dio,ma contro la legge degli uomini, era un atto di coraggio unico in un momento in cui tutti erano in silenzio. È come se lui avesse immolato il proprio corpo per la rinascita del suo territorio. Era l’unico parroco che, durante le omelie rimproverava apertamente anche i fedeli di tenere alcuni comportamenti contigui alla camorra».

È per questo che è stato ucciso?

«I clan avevano capito che don Peppe era il modello del contrasto effettivo alla camorra. Gli scissionisti, che lo uccisero materialmente, sapevano anche che il suo omicidio avrebbe attirato sul territorio le forze dello Stato e questo avrebbe messo in difficoltà i loro rivali. Effettivamente fu così e il clan dei casalesi iniziò a screditare la figura di don Diana. Grazie alle proiezioni che aveva anche nelle istituzioni cominciò a trovare qualche addentellato che poteva consentire un depistaggio. Alcuni depistaggi furono smascherati immediatamente, altri nel corso delle indagini».

 

Cosa accadde dopo?

«Innanzitutto arrivammo subito all’arresto di Giuseppe Quadrano grazie alla testimonianza di Augusto Di Meo. E poi proseguimmo le indagini. Avevamo già cominciato ad acquisire nuove informazioni, già dal maggio del 1993, con la collaborazione di Carmine Schiavone. Fu però con l’omicidio di don Diana che le coscienze si risvegliarono. Quell’assassinio ha fatto comprendere come bisognasse a ogni modo e comunque combattere la cattiveria degli uomini del clan che si erano impossessati di tutto: della politica, dell’economia, della libertà delle persone. Non vi era più la possibilità di parlare. Ricordo che, quando acquisivo dichiarazioni nel corso dell’indagine, chi menzionava il clan dei casalesi, nel farlo, abbassava la voce anche se si era nel segreto del mio ufficio. Questo dice qual era il livello di condizionamento e di paura che aveva la gente. Poi, però, andammo avanti. E ci apparve una ricostruzione totalmente nuova rispetto all’organizzazione che faceva capo ad Antonio Bardellino, il boss ucciso nel 1988. A partire dall’omicidio di don Diana c’è stata una reazione talmente forte dello Stato, con l’operazione Spartacus, che ha portato a decine di arresti, all’indebolimento dei clan e al recupero della libertà da parte del popolo dei casalesi».

E oggi?

«Dobbiamo trovare quella che io chiamo la cassaforte. Che non è un luogo o una cosa, è la struttura economico-imprenditoriale del clan. Fino a quando non verrà totalmente distrutta quella struttura economica finanziaria con arresti e ulteriori confische non si potrà dire che il clan è totalmente debellato».

 

 
 
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