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Don Fabio Stevenazzi torna a fare il medico contro il Coronavirus

15/03/2020  Il sacerdote incarna non solo metaforicamente la concezione di Chiesa di Francesco di ospedale da campo. "Ho letto di tanti miei ex colleghi in prima linea a Codogno, l'ho sentita come la prosecuzione della mia missione di sacerdote". E' stato assegnato all'ospedale di Busto Arsizio

Don Fabio è molto schivo in questi giorni a dispetto del suo carattere gioviale. Intende entrare nell’équipe della task force dell’Ospedale di Busto Arsizio impegnata a combattere il Coronavirus in punta di piedi, evitando clamore, a fianco “di coloro che da settimane si stanno prodigando al massimo delle loro forze”, ci confida, “e che alla fine avranno fatto molto più di me”.

Don Fabio è un prete di 48 anni con “vocazione adulta”, come si dice in ecclesialese. E' originario di Lozza, il Comune del Varesotto celebre per il distretto degli occhiali, in cui è nato anche l'ex ministro e governatore lombardo Roberto Maroni. Dal 1997 era un medico internista, abituato all’urgenza del Pronto soccorso di Legnano, dove ha lavorato per 10 anni. E’ diventato sacerdote nel 2014, a 42 anni.  Ha fatto la sua brava "gavetta" di prete negli oratori di Somma Lombardo e Mezzana, poi è stato assegnato a una comunità gallaratese, sempre nel Varesotto.  Ma le vie del Signore sono infinite. E così ha tolto momentaneamente la tonaca e si è rimesso il camice bianco. La considera una chiamata, la naturale prosecuzione della sua missione al servizio del prossimo. Unire vocazione e professione, curare i malati in terapia intensiva, benedirli curandoli, aiutarli a respirare chiedendo a Dio che ne escano il prima possibile, aspettando che arrivino più respiratori possibile. E' questo l'amore di Dio e l'amore per il prossimo, il punto di contatto tra cielo e terra, tra desiderio di fare qualcosa di concreto e ansia di infinito? Sì è questo, oggi è questo. E così don Fabio si è messo a disposizione del nosocomio dell’Alto Milanese, trasformato in centro medico di prima linea contro il Covid-19. Qui arrivano i malati dalle “zone rosse”, dai focolai dove ormai le strutture sono al collasso, come a Bergamo. Qualche giorni fa ha salutato i suoi parrocchiani della Chiesa di San Cristoforo, a Gallarate. Ora le anime da servire sono i malati dei reparti di infettivologia che lottano con questo maledetto virus. La sua nuova parrocchia.

“Forse sono un attrezzo un po’ arrugginito, ma sento di poter dare il mio contributo”, ha scritto sul sito della diocesi di Milano, “magari anche per smuovere altri a fare lo stesso anche se sono, comprensibillmente, intimoriti". Nasce tutta da qui, dalla consapevolezza dell’essere sacerdote e medico e, quindi, di doversi mettere a servizio nel momento dell’emergenza del Coronavirus, la sua scelta. Maturata "apprendendo dai giornali, che anche ex colleghi con i quali avevo studiato al San Matteo di Pavia sono diventati volontari a Codogno”. Del resto la sua professione don Fabio non l'ha mai lasciata. D'estate se ne andava in Africa a curare i bambini con l'organizzazione umanitariua Cuamm di Padova: le sue ultime esperienza sono state l'Etiopia e la Tanzania.

Tutto il resto è avvenuto in un lampo: “Il vicario episcopale di Zona, monsignor Giuseppe Vegezzi e il prevosto di Gallarate, don Riccardo Festa, – al quale avevo manifestato questo mio desiderio -, ottenendo il parere favorevole dell’Arcivescovo, si sono detti d’accordo”, ha raccontato sempre sul portale Chiesadimilano.it. Successivamente il passo per prestare la propria opera in qualità di medico. “Ho, dapprima, inviato il mio curriculum a un primario dell’ospedale di Gallarate che è mio parrocchiano. L’Ufficio delle risorse umane dell’Asst “Valle Olona” ha individuato nell’ospedale di Busto Arsizio il luogo che presentava maggiore necessità. Allora, come prevede il bando di Regione Lombardia per l’assunzione immediata, vista la crisi, ho provveduto a inoltrare l’autocertificazione della mia laurea, il mio curriculum di studi universitari, comprendente anche la specializzazione quinquennale in Medicina interna. L’Asst ha subito recepito la domanda. Per 4 ore ho partecipato all’addestramento, apprendendo le procedure per il biocontenimento e la salvaguardia personale e dei colleghi. Ho persino montato un respiratore”.

“Buon lavoro! Tutti abbiamo bisogno di preghiera, forza e coraggio”, si congeda così don Fabio, splendido testimone del clero ambrosiano, della "Chiesa in uscita" di papa Francesco, “ospedale da campo” anche nei fatti e non solo nelle metafore, prima di affrontare la sua nuova missione. Al ritorno dal reparto vivrà isolato in un’abitazione della sua parrocchia già predisposta, lontana da tutti, senza vedere nessuno. “Mi sono già attrezzato per celebrare l'Eucarestia da solo, nel mio salotto”. Perchè in questi giorni drammatici e paradossali amare il prossimo significa anche tenerlo a distanza.

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