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martedì 22 settembre 2020
 
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Don Giovanni Berti: Siamo fatti anche per ridere

06/08/2020  «L’auto-ironia, anche sulla Chiesa, aiuta a capire più profondamente il significato delle cose», dice il sacerdote vignettista. «E per i cristiani imparare a trovare sempre un motivo di sorriso è quasi un “dovere”» (foto di Beatrice Mancini)

IRONIA - Alfabeto per il futuro - parole per il domani - 12a puntata

Con il tema “Ironia” prosegue la serie di articoli sulle parole chiave che, con gli occhi della fede, possono aiutarci a ripartire dopo il trauma della pandemia da Coronavirus.

«Al termine del Giubileo della misericordia, nel 2016, avevo fatto una vignetta in cui si vedeva il Papa durante la cerimonia di chiusura della Porta santa, che non riesce a chiudere il battente perché qualcuno ha infilato un piede di mezzo... E quel qualcuno è Gesù! Papa Francesco, poco tempo dopo, incontrando un gruppo di seminaristi a Molfetta, l’ha anche citata! A quel punto, il mio ego si è espanso fino ai confini dell’universo». Don Giovanni Berti, prete veronese e vignettista ormai di una certa fama, si presenta così, con un tocco auto-ironico, che gli disegna sul volto un sorriso da Giamburrasca in talare. «Scherzi a parte», aggiunge, «con quella vignetta ho voluto esprimere un’idea: che è Gesù stesso a volere che la porta della Chiesa sia sempre aperta. Se vuole essere strumento di misericordia, la Chiesa non può tenere i battenti chiusi a chiave».

Don Berti ha 53 anni, è sacerdote da 27 e dal 2015 è parroco di Moniga del Garda, un gioiello di paese in provincia di Brescia (ma fa parte della diocesi di Verona) che si affaccia sul lago: 2.500 abitanti, vita rilassata, una forte vocazione turistica e un numero di parrocchiani che raddoppia con la bella stagione. Nulla di insolito, insomma. Se non fosse che don Giovanni, in arte Gioba, è ormai una star dei social network grazie alla sua bravura come disegnatore satirico. Il suo blog (gioba.it), nato nel 2007, conta migliaia di fedelissimi fan; le sue battute, postate su Facebook, riscuotono centinaia di like e di condivisioni. E sono talmente apprezzate che l’editrice Àncora ne ha raccolto un’ampia selezione in due volumi: Nella vignetta del Signore e Nella vignetta del Signore2. Già, perché se non lo si fosse già capito, don Berti ama ironizzare sempre bonariamente, ma non senza qualche gentile stilettata su tic, difetti e ossessioni della Chiesa e dei suoi uomini.

Una passione nata al liceo

Non è così consueto che un prete prenda in giro se stesso e il suo “club di appartenenza”. Come è nato tutto quanto? «Mi è sempre piaciuto disegnare», racconta don Gioba. «Ai tempi del liceo, a 17 anni, ho iniziato a fare vignette, caricature di studenti e professori. Il mio diario girava tra i banchi, tanti miei compagni ci scrivevano commenti, una sorta di Facebook ante-litteram.

Dopo il liceo avevo pensato di andare all’Accademia di belle arti, ma poi il Signore mi ha chiamato... forse per mettere in salvo l’Arte!», chiosa con un’altra battuta. «E così a 19 anni sono entrato in seminario a Verona. E lì, al secondo o terzo anno, ho ripreso a disegnare: quasi tutti i giorni facevo delle vignette che appendevo in bacheca nella sala da pranzo. Era un racconto della vita all’interno del seminario, che contrariamente a quanto si possa pensare è piuttosto ricca di spunti. Ma era tutto orientato all’interno di quel mondo. Ne ho fatto anche dei piccoli volumi auto-prodotti, intitolati il Sceminario».

Un'impronta familiare

  

E una volta diventato prete? «Ho continuato, ma con il passare degli anni le mie vignette hanno cambiato punto di fuoco: racconto la Chiesa e i credenti, certo, ma guardo a tutto il mondo che mi circonda, all’attualità in generale, senza steccati. In termini di visibilità e “notorietà”, ciò che ha cambiato le cose è stato l’avvento di internet: le mie vignette hanno iniziato a circolare, all’inizio via mail, in una cerchia di amici, poi attraverso il mio blog e poi sui social media. Mi sono accorto che non erano più una cosa privata tra me e pochi amici, ma che cominciavano davvero a “fare opinione” quando, una volta, mi è arrivata l’email di una persona che me ne mandava una, dicendomi “guarda questa che bella!”, senza sapere che fossi io l’autore! Quella vignetta aveva fatto tutto un largo giro... e mi era tornata indietro, chiudendo il cerchio».

Una vocazione naturale, quella per il disegno e la battuta ironica. Ma quella sacerdotale, invece, come è nata? «Sono cresciuto a Bussolengo, un paese del Veronese, in una famiglia molto normale, con due sorelle più grandi e una più piccola. Dopo due femmine, mia madre voleva un maschio. Se fossi stata una bambina, sarei rimasto in ospedale: “Prima l’Elisa, poi la Giulia... Se non è Giovanni, ve la lasso qua!”, diceva mia mamma ai medici prima di partorire. Abbiamo ricevuto un’educazione religiosa semplice ma improntata alla contemplazione del bello e all’apertura mentale, non mi è mai stata trasmessa la visione di un Dio arcigno che giudica e condanna. E poi avevamo anche un mitico zio che era prete-operaio a Livorno negli anni Sessanta».

«Il salto di qualità dal punto di vista della fede», continua don Gioba, «è avvenuto ai tempi del liceo. Ho iniziato a frequentare con assiduità la parrocchia grazie a delle compagne di scuola di un paese vicino, che mi avevano coinvolto in alcuni campi estivi. Lì ho scoperto la parrocchia come luogo di amicizia e di crescita nella fede: per me che ero un adolescente molto nerd e piuttosto chiuso e timido è stata l’occasione per maturare dal punto di vista religioso ma anche da quello dell’apertura agli altri».

Le accuse di blasfemia

«Nella mia esperienza», precisa, «ho sempre percepito che crescere nella fede voleva anche dire crescere in umanità, nella capacità di entrare in relazione con gli altri. La mia maturazione come cristiano coincideva con la mia maturazione come persona, anzi la esaltava. Perché la fede deve coniugarsi strettamente al vivere concreto: o tocca l’umanità o non serve».

Anche da prete, don Berti ha sempre mantenuto un legame strettissimo con il mondo parrocchiale: prima come vice-parroco in varie realtà della diocesi di Verona, poi da parroco, per un periodo nel suo paese d’origine e oggi a Moniga del Garda. Lo ha fatto senza però rinunciare ai suoi strumenti di comunicazione preferiti: il disegno e l’ironia. «È vero, il mondo della comunicazione mi ha sempre affascinato», nota. «L’avvento di Internet, dicevo, ha aumentato la possibilità di condividere i miei pensieri. Certo, i social amplificano il tutto, anche le polemiche che talvolta le mie battute possono scatenare. Quando ero parroco a Bussolengo, ad esempio, un gruppo di cattolici tradizionalisti fece un volantinaggio contro di me davanti alla chiesa, accusandomi di essere blasfemo e contro la Chiesa… Accuse curiose, da parte di persone che definiscono il Papa “eretico”, no? In un’altra occasione, poi esplose un dibattito su una mia vignetta che toccava la Lega: uno dei suoi esponenti locali replicò in maniera dura e la questione venne ripresa anche dal quotidiano veronese L’Arena. In ogni caso, i social media, pur avendo questo lato negativo della tendenza a esasperare la polemica, hanno un ruolo molto importante come spazio di condivisione e di discussione delle idee».

Ridere con Dio... non di Dio

  

Ma fare satira sui temi religiosi non è materia delicata e complessa, specie per un prete? «Quando faccio una vignetta», risponde don Gioba, «la mia intenzione non è mai quella di “ridere di” Dio o della fede delle persone, semmai è di “ridere con”: fissare l’attenzione sulla Chiesa di cui io stesso sono parte, uno sguardo dunque auto-ironico che serve a smontare gli elementi, ad esempio dei brani evangelici, per poterli guardare e comprendere meglio. Mi piace l’espressione “giocare”, che non vuol dire “prendersi gioco”, ma appunto lavorarci su in maniera sperimentale per capire più profondamente il significato delle cose. Serve anche una certa maturità mia, innanzitutto per saper sorridere di se stessi senza per ciò sentire messa in pericolo la santità di Dio. D’altronde è Dio stesso che si è “abbassato”, incarnandosi nella realtà umana, “dando scandalo” spesso e volentieri. Eppure è così che Gesù ci ha fatto vedere la grandezza dell’uomo e di Dio. Il cristianesimo ha, in questo senso, un elemento originale: come cristiani non possiamo avere un approccio fondamentalista, altrimenti rischiamo di non vedere

l’essenza profonda del cristianesimo, che è proprio l’incarnazione nella realtà umana. E l’uomo è fatto anche per ridere, sorridere, giocare con la propria realtà».

Ai tempi del Covid-19

Da un punto di vista cristiano, dunque, si può attraversare con un sorriso anche un tempo tragico come quello della pandemia del Covid-19? Don Giovanni riflette un istante e poi risponde: «Chiuso in casa durante il lockdown, ho fatto tante vignette, praticamente una al giorno. È stata la mia terapia, il mio modo per riflettere sulla fede in questo tempo tragico dell’esistenza collettiva. Penso che il sorriso sia una necessità profonda di tutti noi umani. Vero, dobbiamo star attenti a non sminuire il dramma, però è bello imparare a sostenersi reciprocamente nel dolore, dandosi anche momenti di leggerezza. Il Covid è stato una forte esperienza collettiva di sofferenza. L’aspetto positivo è che siamo stati spinti a condividerla, partecipando ai sentimenti gli uni degli altri. Come ha detto papa Francesco, siamo tutti sulla stessa barca. E in questa barca, aiutarsi a trovare un motivo di sorriso, come una boccata d’aria, è quasi un dovere».

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