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sabato 18 settembre 2021
 
La testimonianza
 

«Duro con i demoni, paterno con i posseduti», padre Amorth nel ricordo di chi lo conobbe e lo raccontò

15/09/2021  «Due cose su tutte ci colpivano di lui: il suo sguardo fisso su Dio e l'amore verso Maria», raccontano i coniugi Elisabetta Fezzi e Fabrizio Penna, due giornalisti che hanno scritto diverse opere con e don Gabriele Amorth, l'esorcista più famoso al mondo.

Fabrizio Penna ed Elisabetta Fezzi.
Fabrizio Penna ed Elisabetta Fezzi.

Chi non ricorda la talare consunta di don Gabriele Amorth, il suo aspetto austero, la voce pacata ma ferma durante le sue interviste? Il cuore di questo sacerdote paolino, lo “scacciadiavoli” più famoso del mondo, cessava di battere alle 19,50 del 16 settembre 2016 al Policlinico Gemelli di Roma, dove era ricoverato per una grave sofferenza polmonare. Accadeva esattamente cinque anni fa. Lasciava il palcoscenico di questo mondo dopo aver esercitato il ministero di esorcista della diocesi di Roma per ben 30 anni. Era stato, infatti, nominato nel 1986 dal cardinale Ugo Poletti, Vicario di Roma, che lo aveva affidato nei suoi inizi al Servo di Dio padre Candido Amantini, passionista e storico esorcista della Diocesi di Roma presso la Scala Santa.

Una figura interessante quella di don Amorth. I coniugi Elisabetta Fezzi e Fabrizio Penna, giornalisti, lo hanno conosciuto bene per motivi di lavoro, avendo scritto alcuni libri, fra cui una sua biografia dal titolo La mia battaglia con Dio contro Satana, e vari altri testi, da ultimo Vattene, satana! Storie di sofferenza, esorcismi e liberazioni (entrambi San Paolo). A loro, che poi sono diventati amici del grande esorcista, abbiamo posto alcune domande.

In quali circostanze avete conosciuto don Amorth?

«Lo contattammo all’inizio degli anni 2000 per un’intervista, lasciandogli un messaggio in segreteria telefonica. Dopo due giorni ci richiamò e ci diede appuntamento subito dopo. Lo incontrammo a Roma, nel suo ufficio di via Alessandro Severo, la sede romana dei Paolini, dove ha praticato a lungo gli esorcismi. Era un pomeriggio di Pasqua, quel giorno era più libero dai suoi impegni».

Come andò l’intervista?

«Fu puntualissimo nel rispondere alle nostre domande. Ci colpì la sua capacità di ironia e autoironia, cosa sorprendente perché ci aspettavamo un tipo austero. Invece sdrammatizzava le cose serie di cui ci parlava. Era certo che i risultati della sua attività non dipendessero da lui, ma dall’Alto... Era certo della protezione di Maria. Ci sembrò molto paterno e dolce quando parlava della sofferenza delle persone sofferenti che trattava».

Penna, lei ha partecipato anche a qualche esorcismo. Com’era don Amorth in quelle occasioni?

«Prima di iniziare voleva conoscere bene le persone che si presentavano per la prima volta. Era capace di stabilire in tempi brevi una forte empatia con loro, cercando di inquadrare subito il male di cui erano affette. Era sostenuto da una memoria impressionante, si ricordava delle persone che aveva già ricevuto e dei mali di cui soffrivano. Per questo non prendeva mai appunti. Era molto paterno con le persone, arrivando spesso a scherzare con loro per eliminare ogni barriera psicologica. Con Satana e gli spiriti immondi, invece, era durissimo, al punto che cambiava addirittura fisionomia durante il rito. Interrogava lo spirito con calma, ma sempre con fare molto deciso. Non rispondeva mai al contro interrogatorio di quest’ultimo e ai suoi insulti. Sapeva sempre quello che era corretto fare. Partecipare agli esorcismi è stato per me come andare a una lezione di teologia. Una volta il diavolo gli disse: “Tu hai potere su di me”. E lui, per tutta risposta: “Io non ho nessun potere, quello che faccio viene solo da Dio”. Non spostava mai il baricentro da Dio».

Fezzi, lei lo ha intervistato a lungo per il suo libro La mia battaglia con Dio contro Satana. Che tipo di comunicatore era?

«Don Gabriele era un comunicatore completo. Era in grado di esprimersi su questa materia molto delicata con particolare chiarezza, dando un preciso ordine di priorità a ciò che voleva dire. Insomma, era un ottimo Paolino e figlio di Don Alberione, il Fondatore della Società San Paolo, congregazione che si occupa di comunicazione nella Chiesa. Il fatto, poi, che abbia dato un grande contributo a sistematizzare i tipi di azioni demoniache straordinarie – possessione, ossessione, infestazione e vessazione diabolica – nasce dal suo pensiero analitico, che aveva bisogno prima di chiarirsi dentro di lui per poi essere espresso in modo comprensibile al grande pubblico. Le sue interviste avevano sempre un canovaccio preciso nella sua mente, che poi poteva essere ampliato o ristretto a seconda delle circostanze. Era sempre abilissimo ad adattarsi ai tempi e ai modi del mezzo: alla televisione era sintetico e schematico, in una conferenza offriva contenuti più ampi, alla radio aveva una grande chiarezza espositiva, non potendo godere dell’inquadratura. Insomma, era un vero “animale da palcoscenico”: usava benissimo il verbale e il paraverbale. Lo faceva istintivamente, dosando perfettamente i cambi di tono e la faccia, ad esempio spalancando a volte le palpebre per colpire lo spettatore. E poi c’era la sua immancabile talare: non ne faceva una malattia, ma amava dire che se l’abito non fa il monaco, non è men vero che esso in fondo si riconosce dall’abito. La talare per lui aveva un forte carico simbolico, lo faceva sentire prete fino in fondo. Don Gabriele in una parola era un uomo moderno nel comunicare ma antico nella forma».

 

 
 
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