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mercoledì 19 gennaio 2022
 
Il papa
 

«Senza l'adorazione di Dio, l’efficienza pastorale serve a poco»

06/01/2020  Francesco celebra a San Pietro la Messa dell’Epifania: «La vita cristiana, senza adorare il Signore, può diventare un modo educato per approvare sé stessi e la propria bravura. È un rischio serio: servirci di Dio anziché servire Dio. I Magi non furono solo sapienti organizzatori di un viaggio, ma camminarono e adorarono»

«La vita cristiana, senza adorare il Signore, può diventare un modo educato per approvare sé stessi e la propria bravura. È un rischio serio: servirci di Dio anziché servire Dio». È tutta incentrata sul significato dell’adorazione l’omelia di papa Francesco che celebra la Messa nella Basilica di San Pietro nella solennità dell’Epifania. C’è l’incenso, le preghiere in latino, l’altare addobbato di fiori. L’Epifania è, assieme al Natale, la Pasqua e Pentecoste, una delle più importanti solennità del cattolicesimo. Perché si celebra la manifestazione di Dio, in Gesù Bambino, a tutti i popoli della terra, simboleggiati dai Magi che offrono oro, incenso e mirra. E per sottolineare questo aspetto, dopo il Vangelo, in latino, il diacono proclama l’annuncio del giorno di Pasqua (il 12 aprile, quest’anno) perché se l’Epifania è la prima delle manifestazioni del Signore, la Pasqua è la realizzazione piena dell’epifania di Dio. Quindi, l’annuncio serve a far comprendere ai fedeli il collegamento tra l’Epifania e la Pasqua e l’orientamento di tutte le feste verso la massima solennità cristiana.

Francesco, nell’omelia, parte proprio dal gesto dei Magi raccontato nel Vangelo di Matteo («Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo») per sottolineare che «adorare è il traguardo del loro percorso, la meta del loro cammino. Infatti, quando, giunti a Betlemme, “videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono”. Se perdiamo il senso dell’adorazione», aggiunge, «perdiamo il senso di marcia della vita cristiana, che è un cammino verso il Signore, non verso di noi. È il rischio da cui ci mette in guardia il Vangelo, presentando, accanto ai Magi, dei personaggi che non riescono ad adorare».

Papa Francesco li passa in rassegna, analizzando alla luce dei racconti evangelici il loro comportamento: «C’è anzitutto il re Erode, che utilizza il verbo adorare, ma in modo ingannevole. Chiede infatti ai Magi che lo informino sul luogo dove si trovava il Bambino “perché – dice – anch’io venga ad adorarlo”. In realtà, Erode», dice il Papa, «adorava solo sé stesso e perciò voleva liberarsi del Bambino con la menzogna. Che cosa ci insegna questo? Che l’uomo, quando non adora Dio, è portato ad adorare il suo io. Quante volte abbiamo scambiato gli interessi del Vangelo con i nostri, quante volte abbiamo ammantato di religiosità quel che ci faceva comodo, quante volte abbiamo confuso il potere secondo Dio, che è servire gli altri, col potere secondo il mondo, che è servire sé stessi!».

Oltre a Erode, ci sono altri personaggi che non riescono ad adorare Dio: i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo: «Essi», spiega il Papa,«indicano a Erode con estrema precisione dove sarebbe nato il Messia: a Betlemme di Giudea. Conoscono le profezie e le citano esattamente. Sanno dove andare, ma non vanno. Anche da questo possiamo trarre un insegnamento». Questo: «Nella vita cristiana», mette in guardia Bergoglio, «non basta sapere: senza uscire da sé stessi, senza incontrare, senza adorare non si conosce Dio. La teologia e l’efficienza pastorale servono a poco o nulla se non si piegano le ginocchia; se non si fa come i Magi, che non furono solo sapienti organizzatori di un viaggio, ma camminarono e adorarono. Quando si adora ci si rende conto che la fede non si riduce a un insieme di belle dottrine, ma è il rapporto con una Persona viva da amare. È stando faccia a faccia con Gesù che ne conosciamo il volto. Adorando, scopriamo che la vita cristiana è una storia d’amore con Dio, dove non bastano le buone idee, ma bisogna mettere Lui al primo posto, come fa un innamorato con la persona che ama. Così dev’essere la Chiesa, un’adoratrice innamorata di Gesù suo sposo».

Ecco dunque che il significato più autentico e profondo della solennità dell’Epifania è quello di «riscoprire l’adorazione come esigenza della fede», scandisce il Papa, «se sapremo inginocchiarci davanti a Gesù, vinceremo la tentazione di tirare dritto ognuno per la sua strada. Adorare, infatti, è compiere un esodo dalla schiavitù più grande, quella di sé stessi. Adorare è mettere il Signore al centro per non essere più centrati su noi stessi. È dare il giusto ordine alle cose, lasciando a Dio il primo posto. Adorare è mettere i piani di Dio prima del mio tempo, dei miei diritti, dei miei spazi. Adorare è incontrare Gesù senza la lista delle richieste, ma con l’unica richiesta di stare con Lui. È scoprire che la gioia e la pace crescono con la lode e il rendimento di grazie. Quando adoriamo permettiamo a Gesù di guarirci e cambiarci».

Adorare, secondo Francesco, «è andare all’essenziale: è la via per disintossicarsi da tante cose inutili, da dipendenze che anestetizzano il cuore e intontiscono la mente. Adorando, infatti, si impara a rifiutare quello che non va adorato: il dio denaro, il dio consumo, il dio piacere, il dio successo, il nostro io eretto a dio. Adorare è farsi piccoli al cospetto dell’Altissimo, per scoprire davanti a Lui che la grandezza della vita non consiste nell’avere, ma nell’amare». Francesco spiega il significato dei doni dei Magi: «Adorare è portare al Signore l’oro, per dirgli che niente è più prezioso di Lui; è offrirgli l’incenso, per dirgli che solo con Lui la nostra vita si eleva verso l’alto; è presentargli la mirra, con cui si ungevano i corpi feriti e straziati, per promettere a Gesù di soccorrere il nostro prossimo emarginato e sofferente, perché lì c’è Lui». Infine, il Papa invita a chiedersi: «Sono un cristiano adoratore?». E ricorda che «tanti cristiani che pregano non sanno adorare». E conclude: «Troviamo tempi per l’adorazione nelle nostre giornate e creiamo spazi per l’adorazione nelle nostre comunità. Sta a noi, come Chiesa, mettere in pratica le parole che abbiamo pregato oggi al Salmo: “Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra”. Adorando, scopriremo anche noi, come i Magi, il senso del nostro cammino. E, come i Magi, proveremo “una gioia grandissima”».

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