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F-35: ma quanto ci costi?

22/02/2014  Cinquantadue miliardi di euro: ecco quanto potrebbe spendere l'Italia al termine del programma Joint Strike Fighter relativo ai cacciabombardieri d'attacco. Con la stessa cifra si retribuirebbero 3.400 ricercatori per un anno.

Cinquantadue miliardi di euro: ecco quanto potrebbe costare all'Italia il programma Joint Strike Fighter relativo ai cacciabombardieri d'attacco F-35. Per l'acquisto e lo sviluppo dei 90 aerei previsti dalla nostra Difesa si spenderanno 14 miliardi di euro, una cifra cui vanno aggiunti i costi di gestione e mantenimento per l'intera durata del programma. Con i soldi necessari per comprare un singolo velivolo (l’aggiornamento della stima fatto dalle associazioni disarmiste porta la cifra a 135 milioni di euro) sarebbe possibile retribuire 3.400 ricercatori per un anno, oppure consentire a 20.500 ragazzi di partecipare al Servizio Civile, o mettere in sicurezza 135 scuole, o ancora costruire 405 nuovi asili capaci di accogliere 12.150 bambini e creare 3.645 nuovi posti di lavoro.

Sono numeri esorbitanti (difficili perfino da immaginare) quelli contenuti nel rapporto
"Caccia F-35: la verità oltre l'opacità", pubblicato  in questi giorni dalla campagna Taglia le Ali alle Armi. Lo studio, realizzato dalle associazioni del mondo della Pace e del Disarmo che hanno dato vita nel 2009 alla campagna contro i caccia, è un contributo prezioso: nasce da una minuziosa analisi e per questo riesce a bucare la cappa di silenzi e disinformazione che avvolge il programma militare più costoso della storia.  

Quanto abbiamo speso finora per gli F-35? E quanto spenderemo in futuro?  La risposta a domande tanto semplici è in realtà molto complessa, sia perché i problemi tecnici riscontrati negli aerei fanno aumentare a dismisura le spese, sia perché, come scrivono gli analisti della campagna «la Difesa ha sempre cercato di diffondere notizie tranquillizzanti relativamente ai costi di acquisto dei caccia, riferendo, anche in sedi ufficiali, stime non aggiornate o costi di sola produzione base, incapaci quindi di dare conto dell’effettivo costo per le casse dello Stato di ogni singolo velivolo». Dal rapporto emerge che nel decennio 2003-2013 sono stati già impegnati per il programma sui bilanci pubblici ben 2.447 milioni di euro: va osservato che gran parte di questo periodo è stata occupata dalle fasi preliminari, non ancora dall'acquisto vero e proprio. E' infatti negli ultimi tre anni che si concentrano gli investimenti più corposi. Dal 2011 al 2013 (proprio mentre i fondi per le politiche sociali venivano falcidiati) il nostro Governo ha sottoscritto i primi contratti di acquisto per 735 milioni di euro (480 solo nel 2013).

Se il Parlamento non interverrà e il programma non sarà modificato, nei prossimi tre anni l'Italia procederà all'acquisto di altri 8 aerei (7 a decollo convenzionale e 1 a decollo verticale, che si aggiungono ai 6 velivoli già acquisiti). Il che, tradotto in costi, significa 540 milioni di euro nel 2014, 660 milioni nel 2015 e 750 milioni nel 2016. Totale: quasi 2 miliardi di euro (in media 650 milioni l'anno). Con queste cifre, sottolineano i referenti della campagna, si potrebbero affrontare alcune reali priorità del Paese: rafforzare (e non tagliare) il Servizio Sanitario Nazionale, rilanciare l'occupazione giovanile, sostenere la cultura, arginare le emergenze abitative, rafforzare i programmi per rifugiati e richiedenti asilo.  

Uscire dal programma Joint Srike Fighter sarebbe possibile, in qualunque momento e senza dover pagare alcuna penale. Anche la tesi dei contratti già sottoscritti (e quindi immodificabili) si dimostra, alla prova dei fatti, molto labile. Per cambiare direzione basterebbe che ci fosse la volontà politica. Ecco perché, oltre ai dati, il rapporto contiene un esplicito e duro atto d'accusa nei confronti della Difesa italiana. «Emerge una grave mancanza di rispetto delle decisioni prese dal Parlamento con le mozioni votate a metà 2013». Infatti, nonostante le Camere avessero chiesto una sospensione di nuovi contratti, in attesa di chiarimenti, la Difesa non si è limitata a concludere gli acquisti già pianificati nel 2012, ma «ha proceduto a confermare definitivamente ulteriori tre velivoli. Con una giustificazione debole. Ci si poteva ancora fermare e il nostro stesso Ministero ha acquisito un caccia in meno di quanto previsto, confermando come i precedenti contratti non fossero vincolanti verso un acquisto definitivo». Non solo: «il Ministero della Difesa, non contento di una scelta già grave, sta cercando di utilizzare lo stesso schema per i successivi lotti. Un precedente pericoloso, che rischia di compromettere qualsiasi controllo parlamentare sul programma F-35».   Il rapporto completo è disponibile sul sito www.disarmo.org.

 
 
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