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Ferramonti: dove la musica consentiva di confidare nella vita

26/01/2017  Giornata della Memoria. Resistere alla negazione di tutti i diritti contando sulla musica. È quanto fecero i più di 3 mila ebrei stranieri e dissidenti italiani che transitarono per il campo d'internamento, il più grande d'Italia in provincia di Cosenza. Una storia poco conosciuta

Kurt Sonnenfeld. Foto Collezione privata Locatelli, Milano
Kurt Sonnenfeld. Foto Collezione privata Locatelli, Milano

Resistere alla negazione di tutti i diritti contando sulla musica. È quanto fecero i più di 3 mila ebrei stranieri e dissidenti italiani che transitarono per Ferramonti, in provincia di Cosenza, fra il 1940 e il 1943. Una storia rimossa e poco conosciuta, quella del primo e più grande campo di internamento d’Italia, che oggi torna alla luce grazie al lavoro di Raffaele Deluca, musicista e musicologo del Conservatorio di Milano. «Due anni fa Armida Locatelli, erede del compositore austriaco Kurt Sonnenfeld, portò al Conservatorio trecento manoscritti del maestro. Sonnenfeld non aveva mai parlato di quanto composto al Ferramonti, come per tagliare il legame con quegli anni di grande sofferenza che gli ricordavano anche l’uccisione dei genitori, in un campo di concentramento in Bielorussia».

 

A Ferramonti furono internati numerosi musicisti tedeschi e austriaci, alcuni diventati poi celebri, come il pianista Sigbert Steinfeld e il trombettista Oscar Klein: il lascito è una produzione di grande eclettismo, che spazia dalla musica strumentale a quella liturgica, passando per la classica e il cabaret. In una baracca adibita a sala della musica si tenevano addirittura i “Bunter abend” (Serata colorata), delle serate di intrattenimento musicale di cui si sono conservati i programmi. Gli strumenti a disposizione? Alcune fisarmoniche scampate alle perquisizioni, e un pianoforte a coda «fatto arrivare rocambolescamente da Cosenza, mentre una famiglia di liutai locali, i De Bonis, costruì chitarre e alcuni violini tra cui uno in noce, con legno trafugato dal teatro Rendano di Cosenza», racconta ancora Deluca.

 

Capitava così che nella landa malarica del cosentino - dove al più pascolavano le greggi - risuonassero melodie viennesi degli anni Trenta come il “valzer” di Ferramonti, la cui aria leggera era nota a tutti gli internati. «Brani che esprimono il dolore del mondo e, allo stesso tempo, aspirazione all’infinito», commenta Deluca. «Nei campi di concentramento la musica è sempre stata un segno di speranza: pur privati della libertà individuale, gli internati non hanno smesso di confidare nella vita proprio attraverso la musica».

 

Alcune musiche del Ferramonti verranno proposte giovedì 26 gennaio all'auditorium Parco della musica di Roma durante l’evento “Serata colorata”. Fra queste anche alcuni brani del coro di Ferramonti – diretto dall’allora già noto Lav Mirski -, che animava le celebrazioni religiose nelle tre baracche elette a sinagoga, chiesa greco-ortodossa e chiesa cattolica, e che poteva contare anche su un armonium recuperato da padre Callisto Lopinot, padre spirituale per i fedeli cristiani ed ebrei rinchiusi nel campo.


A guidare “Serata colorata” sarà Peppe Servillo, che narrerà la vita e le atmosfere del campo attraverso filmati e spartiti. Lo spettacolo, in diretta e in streaming su Rai 5, è patrocinato dall’Unione delle comunità ebraiche Ucei. «Una grande occasione per fare memoria», chiude Deluca. «Ora che le testimonianze dirette si riducono sempre più per motivi anagrafici, dovremmo interrogarci sul ruolo della musica, così importante per tramandare il ricordo e il monito della Shoah».

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