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martedì 22 giugno 2021
 
intervista
 

De Bortoli: «La Chiesa c’è dove lo Stato è assente ma noi raccontiamo solo gli scandali del Vaticano»

29/11/2020  «Abbiamo il dovere di dire la verità, non possiamo indebitarci all’infinito». E sul mondo cattolico: «Sta alle frontiere della vita dove lo Stato e la società civile, compresi noi giornalisti, siamo assenti. Si parla pochissimo di tutte quelle forme di eroismo quotidiano dei preti». L'ex direttore del Corriere della Sera è autore del libro "Le cose che non ci diciamo (fino in fondo)", pubblicato da Garzanti

 

Ferruccio De Bortoli, il MES è da attivare o no?

«Sì. L’Italia ha posto un veto alla riforma di questo strumento e oggi si lamenta del veto imposto da Polonia, Ungheria e Slovenia sul Recovery and Resilience Facility. Non possiamo lamentarci dei veti altrui se anche noi ci comportiamo allo stesso modo».

I detrattori del MES, con il quale potremmo ottenere 36 miliardi di euro per rafforzare la sanità, dicono che non abbiamo bisogno di quei soldi.

«Una pessima lezione civica e di economia. Sugli interessi risparmieremmo qualcosa come 500 milioni di euro. Non sono bruscolini. La linea prevalente, almeno finora, è che siccome abbiamo 209 miliardi di euro del Recovery in arrivo, 500 milioni non sono niente. Con questi soldi quante persone travolte dalla crisi economica potremmo aiutare? È un atteggiamento di estrema leggerezza e d’irresponsabilità».

Le cose che non ci diciamo (fino in fondo), pubblicato da Garzanti (pp. 160, € 16), l’ultimo libro di De Bortoli, è una radiografia impietosa della crisi italiana, ora acuita dalla pandemia. Produttività, concorrenza, debito pubblico, sussidi a pioggia. L’ex direttore del Corriere della Sera non le manda a dire e avverte che non possiamo indebitarci all’infinito.

È favorevole a una Patrimoniale?

«No, avrebbe effetti eccessivi però penso che si debba alleggerire il peso fiscale su dipendenti e pensionati, fare una seria lotta all’evasione e dirci che non ha senso che il nostro Paese sia un paradiso fiscale per quanto riguarda l’imposta di successione. Sono d’accordo sul reperire fondi magari con delle emissioni ad hoc di titoli di Stato che siano vincolati per attività che servano per le prossime generazioni».

È da decenni che si parla di lotta all’evasione fiscale.

«Sì, ma in questa situazione così drammatica non è più moralmente accettabile. Come gli sprechi o i vantaggi impropri. Quante persone nelle forniture sanitarie hanno guadagnato in questo periodo fior di quattrini e magari non pagano le tasse? Io fossi al loro posto mi vergognerei. Va bene sospendere le tasse per chi è stato colpito dalla pandemia ma chi non è stato colpito, o lo è stato in minima parte, deve sentirsi ancora più in dovere di pagarle».

Di spending review non si parla più. Perché?

«La pandemia porta a far passare tutto in cavalleria come se la revisione della spesa e la lotta agli sprechi fossero un vizio rigorista. È moralmente inaccettabile. I miliardi in più che sono stati spesi finora per la sanità sono stati tutti spesi bene? Chiudiamo gli occhi e non ci facciamo nessuna domanda perché c’è l’emergenza? Così facendo, è un posto letto in terapia intensiva in meno e, magari, un morto in più. Ci sono sette regioni commissariate per la cattiva gestione nella sanità. Quindi, facciamo un’amnistia generale perché c’è il Covid? Invece, proprio perché siamo in quest’emergenza, bisognerebbe fare più attenzione a evitare gli sprechi e rafforzare l’accountability, ovvero la responsabilità nell’uso delle risorse soprattutto pubbliche, che sono per loro natura limitate, e il dovere morale di essere scrupolosi e onesti nel rendiconto».

Come giudica il caso Calabria?

«Il primo commissario Cotticelli era palesemente inadeguato ma qualcuno l’ha nominato. C’è un chiaro concorso di colpe tra governo e regione».

Sulle proposte da inviare a Bruxelles per il Recovery Plan finora siamo stati credibili?

«Il piano europeo ha come priorità sanità, capitale umano, inclusione, digitalizzazione, transizione energetica, sostenibilità, produttività, competitività, occupazione, coesione sociale. Faccio un esempio: come possiamo ricevere fondi per la transizione energetica se abbiamo 500 milioni di sussidi ambientalmente dannosi e nel bilancio 2021 non c’è stato nessun taglio su questo capitolo?».

Come giudica gli Stati generali del governo?

«Sono serviti più per fare passerella mediatica, nella sostanza abbiamo perso tempo. Spero che il grande lavoro della commissione Colao possa servire per il nuovo programma di riforme. Siamo in ritardo e dovremmo arrivare a febbraio con un piano definito. Il problema non è tanto avere idee e progetti ma saperli realizzare. Il 70% dei fondi europei non li abbiamo spesi per tempo e nella direzione auspicata. Sarebbe importante avere una governance snella con un comitato esecutivo che tracci la realizzabilità dei programmi. E questo implica massima attenzione a come spendiamo i soldi, fino all’ultimo centesimo».

Il virus ha sconfitto Milano? Nel libro dedica un ampio capitolo alla non-reazione della città in questa pandemia.

«È un mio grande turbamento».

Perché?

«È come se ad un certo punto, orgogliosi dei nostri primati e di essere una città solidale, ci fossimo dimenticati il rapporto con la povertà, la fragilità degli anziani, le esigenze degli ultimi delegando tutto alla rete di assistenza, laica e cattolica, che ogni giorno sostiene queste persone e in questo periodo ha moltiplicato il suo impegno. È come se non li volessimo vedere, consapevoli di vivere in una città solidale, e avessimo delegato tutto agli altri, come se le povertà e le fragilità fossero esteticamente impresentabili e disturbassero quella rappresentazione moderna, contemporanea e slanciata di cool city che c’era stata fino al Covid. Nell’ultima enciclica del Papa, Fratelli tutti, c’è un passo che mi ha colpito: la povertà, avverte Francesco, non puoi limitarti ad affrontarla con gli aiuti economici e basta ma la devi accompagnare, devi avere un rapporto con i poveri e questo rapporto non può essere mediato dal fatto che tu sei generoso verso le associazioni che se ne occupano e poi ti disturba vedere il povero per strada. Lo devi accompagnare, riconoscere come cittadino e nell’enciclica il Papa dice che non esistono minoranze, come noi, a volte, tendiamo a considerare i poveri».

Milano “col coeur in man” è una narrazione inverosimile?

«No, però manca uno scatto di reni. Tempo fa ho incontrato fra Marcello Longhi, il presidente dell’Opera San Francesco, e mi ha detto: “Siamo sommersi di aiuti, per fortuna, ma mi piacerebbe molto che arrivassero persone che offrissero alternative di riscatto, un posto di lavoro, un’altra opportunità. Che dica alle persone che aiutiamo ogni giorno: ho fiducia in te”. Ecco, credo che la peggiore delle povertà sia accorgersi che la gente attorno a te non ha più fiducia nella tua possibilità di riscatto. Ernesto Pellegrini (ex presidente dell’Inter e titolare dell’omonima azienda, ndr) è un esempio straordinario d’imprenditore cattolico che non ha dimenticato le sue umili origini e ha aperto un ristorante, dove i senza fissa dimora possono pranzare a 1 euro».

Il mondo cattolico come sta affrontando questa pandemia?

«Ha fatto di tutto per riportare la dignità della persona al centro delle politiche pubbliche e del rapporto tra Stato, mercato e comunità. E su molti temi, come quello ambientale, è all’avanguardia più di altre scuole di pensiero che replicano vecchi schemi del passato. Il rischio però è che i cattolici appaiano come i difensori dell'intervento salvifico dello Stato e contrari alle logiche del mercato, che quando non è regolato è alla fonte di disuguaglianze sociali anche forti, come denuncia il Papa, ma quando lo è, riesce a soddisfare i bisogni dei cittadini e far crescere il benessere. È significativo che il Papa parli dell’impegno politico come di una forma di carità».

I cattolici sono incisivi nella politica di oggi?

«Ci sono stati anni in cui la loro presenza era particolarmente importante sui temi dei valori non negoziabili, oggi siamo in una stagione diversa».

Quale?

«Di un protagonismo e una presenza differenti. La Chiesa è presente laddove lo Stato non c’è più: il parroco di frontiera c’è dove l’ufficio postale è stato chiuso, ci sono posti di grande sofferenza dove lo Stato non ha neanche provato ad arrivarci mentre la Chiesa non solo c’è ma in alcuni casi si è sostituita allo Stato. Vedo le difficoltà di tanti parroci che hanno tre o quattro parrocchie insieme da guidare, che accompagnano con grande sacrificio le difficoltà di giovani e anziani. Io penso che sia questo spirito di comunità e l’accettare di sacrificare se stessi e il proprio tempo il più grande esempio di resistenza e resilienza. La Chiesa sta alle frontiere della vita, è lì, noi come Stato, società civile, compresi noi giornalisti, a volte non ci siamo. I media parlano molto, e anche giustamente, degli scandali del Vaticano ma pochissimo di tutte quelle forme di eroismo quotidiano dei preti. Mi ha molto colpito la testimonianza di don Roberto Malgesini (ucciso a settembre a Como da un senza fissa dimora che assisteva, ndr). Noi dovremmo cercare di andare di più in questi avamposti e di ascoltare questi pionieri perché ci indicano com’è cambiata la nostra società e come possiamo guarirla nelle sue ferite più profonde. Spesso queste persone non hanno l’aiuto di nessuno, nemmeno della propria comunità. I sovranisti dicono “prima gli italiani” ma non considerano che oggi gli impoveriti italiani si vergognano a mostrare la loro povertà e anche a chiedere aiuto mentre gli immigrati, che già sono abituati a vivere in una condizione di disagio, sono più propensi e disinvolti nel chiedere».

Nel libro affronta il tema del rapporto tra le generazioni. Quota 100 è servita?

«No, è stata una delle peggiori riforme a danno dei giovani. Abbiamo mandato in pensione tantissime persone che avrebbero potuto continuare a lavorare, soprattutto in alcuni settori come quello sanitario, e posti di lavoro non se ne sono visti».

E il Reddito di cittadinanza?

«Utile come sussidio per le fasce meno abbienti, un disastro dal punto di vista dell’occupazione».

Quante possibilità ci sono per fare un governo di unità nazionale o di larghe intese per il post pandemia?

«Quasi nessuna. Il governo con quest’emergenza si è rafforzato, ci sono più ragioni perché resista e vada avanti, magari con un appoggio esterno di Forza Italia. Molto dipende anche dagli umori del Movimento 5 Stelle che sono altalenanti e dove non c’è una leadership chiara».

Le cose che non ci diciamo (fino in fondo)

€ 16,00 € 15, 20 -5% Editore: Garzanti Collana: Saggi Pubblicazione:12/11/2020 Pagine:160 Formato:Libro rilegato ISBN: 9788811817208 Disponibile a partire da 4 giorno/i vota, segnala o condividi Nel dibattito pubblico italiano sembra sempre mancare un pezzo di verità: pur di raggranellare qualche briciola di consenso e soddisfare gli appetiti di lobby e gruppi di potere, avanza inesorabile una narrazione di comodo che ci esenta da qualsiasi responsabilità personale e collettiva.

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