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giovedì 06 ottobre 2022
 
 

Fisco, l’accertamento che "uccide"

09/03/2011  Un’impresa su tre chiude in seguito alla visita degli agenti. Lo rivela il rapporto annuale dell’Associazione contribuenti italiani

Colpevoli o innocenti, di Fisco si muore: secondo i dati diffusi dall’Associazione contribuenti italiani (www.contribuenti.it), addirittura un’impresa su tre chiude i battenti in seguito a un accertamento fiscale. Nel dettaglio, il Rapporto annuale del contribuente 2010 ha rilevato che solo il 68,2 per cento delle aziende che ricevono una “visita” dagli agenti del Fisco riesce a sopravvivere, mentre al 31,8 per cento non resta che leccarsi le ferite. L’indagine è stata fatta su quasi un migliaio di aziende distribuite in tutta Italia e nei più diversi settori merceologici.  

L’identikit. A chiudere in seguito a un accertamento sono quasi esclusivamente le piccole e medie imprese, mentre quelle di grandi dimensioni sono in grado di reggere l’urto. Il Fisco miete più vittime al Sud e nelle Isole, dove lascia l’attività il 34,9 per cento delle società, mentre si resiste meglio al Nord (si arrende il 28,6 per cento) e al Centro (31,6 per cento).  

Tasse a rate. Secondo il Rapporto annuale del contribuente, anche le richieste di rateizzazione del pagamento delle imposte sono cresciute. In due anni, infatti, le domande sono passate da 800 mila a un milione e l'importo delle imposte rateizzate è cresciuto da 12 a 14 miliardi di euro.  

L’analisi. Dal Rapporto emerge in particolare che le piccole imprese non riescono a fronteggiare insieme due eventi straordinari come la crisi economica e l'accertamento fiscale. «Gli agenti della riscossione», dice a Famiglia Cristiana il presidente dell’Associazione contribuenti italiani, Vittorio Carlomagno, «hanno strumenti troppo invasivi, che dovrebbero essere utilizzati con maggiore cautela, visto che si tratta di strumenti di potenza smisurata rispetto alla portata dell’evasione». A chiudere, secondo Carlomagno, «sono le aziende che non hanno la possibilità di affrontare i costi degli accertamenti tributari, che sparano nel mucchio in modo indistinto, senza neppure ascoltare le imprese».  

L’esempio. «Per una presunta evasione fiscale di 5 mila euro», dice il presidente, «un’azienda viene sottoposta al fermo degli automezzi, al pignoramento del conto corrente e all’iscrizione ipotecaria dell’immobile a titolo cautelativo, con il risultato che l’impresa si vede revocato il fido dalla banca, che non può più contare sull’immobile come garanzia del prestito». Del resto, Carlomagno dice che in media l’accertamento avviene una volta ogni 11 anni e, quando arriva, la piccola impresa non ha i mezzi economici per difendersi. «I contribuenti italiani», conclude, «sono trattati come sudditi e questo genera altra evasione». Senza contare, sottolinea ancora il presidente, che nella maggior parte dei casi, quando si arriva a giudizio le sentenze sono a favore del contribuente.  

La proposta. L’Associazione contribuenti italiani si batte per avere un Fisco “più equo”. Per raggiungere questo obiettivo propone di introdurre la mediazione anche nella sfera tributaria, cioè «un istituto che permetta di accordarsi serenamente grazie a una figura terza, un arbitro, un mediatore fiscale». In questo caso, inoltre, non ci sarebbe neppure bisogno dell’avvocato e le spese legali che le piccole aziende dovrebbero sostenere per difendersi sarebbero abbattute.

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