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Banche dei semi queste sconosciute. Si sentono nominare, ma pochi sanno davvero che cosa sono e a che cosa servono. Né immaginano la loro utilità, men che meno pensano che possano tornare utili al contrasto dei cambiamenti climatici e della fame nel mondo presente e futura. Se ne parlerà a Pavia, in una tavola rotonda interdisciplinare Per salvare il mondo ci vuole un seme, che coinvolge la Caritas locale, l’Associazione Ayamé, e gli scienziati dell’Università e di Pavia e di Milano, riuniti alle 17 del 23 ottobre al Collegio Cairoli, in un incontro aperto al pubblico, quasi rispondendo – la data non è stata scelta a caso - alla recentissima esortazione apostolica Laudate Deum (ora in edicola con Famiglia Cristiana) di papa Francesco, che chiede di lavorare insieme per il bene della casa comune. Abbiamo chiesto al professor Graziano Rossi, presidente del corso di laurea in Agrifood sustainability di aiutarci a capire di che cosa stiamo parlando e perché è così importante.
Ci nutriamo per la gran parte di piante che nascono da semi (lo sono le verdure, la frutta, i cereali), ma non facciamo loro caso, li diamo per scontati. Che cosa significa dire che dobbiamo salvarli?
«Il problema è proprio che non ce ne preoccupiamo, eppure dai semi, dalla loro salvaguardia, dipende la nostra sicurezza alimentare e anche la certezza di potere come umanità continuare a nutrirci anche in futuro: abbiamo capito con la guerra in Ucraina qual è stato il problema dei rifornimenti di grano all’Africa. In un mondo che si fa sempre più complesso, per i suoi conflitti e per il clima che cambia, le nostre certezze vacillano».
Per questo il problema della salvaguardia dei semi è un problema globale?
«Tendiamo a dimenticare, nel nostro privilegio di vivere nel benessere, che nel mondo ci sono ancora tante persone che non sono sicure di avere un pasto al giorno. Ce ne saranno di più in futuro: nel 2050 passeremo sulla terra da 8 miliardi e mezzo a 10 miliardi di persone, sono numeri importanti. Non solo, il cambiamento climatico e l’inquinamento impongono all’agricoltura di adattarsi a nuove sfide. Salvare i semi rari, di piante coltivate o selvatiche, è un pezzo importante della salvaguardia dell’ambiente, perché tutela la biodiversità: anche quello che non è di immediato utilizzo, potrebbe servirci in futuro».


Ci spiega a che cosa servono le banche dei semi, come quella collegata all’Università di Pavia di cui si occupa?
«L’evoluzione naturale ha portato da piante senza semi a piante con semi, perché i semi sono un modo per avere piante più diffuse, ma un seme non è obbligato a germinare subito, può resistere nel tempo. In agricoltura, però, oggi c’è un turnover rapidissimo: una varietà dura due-tre anni poi se ne fa un'altra. C'è una continua ricerca di nuove varietà, perché dobbiamo produrre sempre di più. Questo fa sì che ci sia tutto un mondo di semi che vengono “abbandonati” e che invece può tornare molto utile. Per l’esigenza, scientifica ma non solo, di non perderli ci sono delle banche di semi, a livello nazionale ci sono quella del CNR di Bari per l'agricoltura oppure in centri di ricerca del Ministero dell'Agricoltura (Crea). Ce ne sono di importantissime nel mondo. Se io voglio ritrovare i semi dei risi antichi non più utilizzati della Lomellina, posso cercarli nella banca dei semi degli Stati Uniti o nella banca mondiale del riso delle Filippine, e se uno li chiede gli danno 100 semi per fare esperimenti, questo grazie al trattato Fao, ratificato dall’Italia nel 2004, che fa sì che i Paesi che aderiscono si scambino le risorse».
Riesce a fare un esempio dell’utilità di semi antichi?
«All’Università di Pavia abbiamo una banca del germoplasma vegetale, dal 2005 archiviamo semi di piante spontanee e dal 2015 varietà dimenticate di interesse agricolo, per esempio abbiamo una collezione di pomodori antichi, chiamiamoli cosi, esito di più di cento donazioni fatte da pensionati, piccoli coltivatori e adesso dopo averli caratterizzati geneticamente, di fare un progetto per andare a studiare la loro resistenza agli stress idrici, la siccità e la salinità, che sono due dei problemi che l'agricoltura deve affrontare a causa il cambiamento climatico: andiamo a cercare dei geni buoni che potrebbero essere inseriti in varietà moderne che non resistono allo stress per aiutarle a sopravvivere in un ambiente che si fa più difficile. Faccio un altro esempio, il mais da pop-corn: noi abbiamo una collezione nazionale che è l'unica in Italia di questo tipo di mais, che si chiama mais da scoppio, che è probabilmente il primo mais arrivato in Italia nel Cinquecento. Pochissime persone ormai lo coltivano per tradizione familiare, mentre l’unico mais da pop-corn che si trova sul mercato è ormai soltanto mais ibrido di origine americana. Con colleghi dell’Università Cattolica di Milano sede di Piacenza stiamo finendo uno studio di questi mais, ma è stato difficile ritrovarli. Una varietà mi è arrivata grazie a un appello su Facebook delle signore di Caserta, che si sono fidate di me, mi hanno risposto e mi hanno mandato dei semi che conserviamo in questa banca. Li mettiamo anche a disposizione di aziende che vogliono ritrovare prodotti locali. Stiamo facendo un accordo con una grande azienda sementiera italiana che vorrebbe produrre pop-corn con una linea italiana non ibrida».
Quanto vive un seme?
«In genere due tre anni poi finisce le risorse alimentari e muore, nelle nostre banche li teniamo congelati allungandone moltissimo la vita: il riso che può durare due-tre anni come seme vitale lo portiamo a 60 anni, il mais a 250 anni».
Si sa che collaborate con l’Africa, in che modo?
«Da un anno ha riaperto dopo 160 anni a Pavia il corso di laurea in agraria: una laurea magistrale internazionale rivolta a tutto il mondo. C’è un’attenzione verso i Paesi in via di sviluppo e vorremmo dare il nostro contributo per l’Africa, perché si sviluppi una generazione di tecnici agronomi consapevoli che non facciano le solite scelte di buttare la loro biodiversità locale, di comprare solo semi di multinazionali, di usare diserbanti che da noi non usiamo più e che sono ancora la normalità in Paesi come il Senegal. Il fagiolo dell’occhio, per esempio notissimo in bassa padana, è è africano non americano. Noi abbiamo fatto nel 2021 un progetto con Fondazione Cariplo e Slow food international in Kenya per formare 10 agronomi che sono andati ad aiutare i villaggi rurali a conservarne meglio i loro semi. E una delle mie scoperte è che lì hanno una decina di varietà diverse di questo fagiolo, perché l’Africa è il suo centro d’origine. Ho lavorato cinque anni Nepal e in Repubblica Dominicana per sviluppare piccole strutture, banche di villaggio, per mantenere i semi e fare produzioni locali che si vendono nei villaggi. Il mio sogno sarebbe mettere a sistema rapporti istituzionali con università africane per dare staff preparati e metterli al servizio di comunità locali».





