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Tra Europa e Missioni non esiste un "qui" e un "là"

22/10/2017  I missionari italiani sono poco più di 8 mila, rispetto ai 24 mila degli anni Novanta. Nel frattempo, però, crescono le giovani Chiese, in un mondo sempre più interdipendente. Ecco come gli istituti si stanno interrogando sulle nuove esigenze della missione

Tra pochi giorni padre Daniele Moschetti, dopo 17 anni in Africa, partirà per la sua nuova terra di missione: gli Stati Uniti d’America. Cinquantasei anni, sacerdote comboniano da 30, finora ha vissuto immerso in situazioni di povertà estrema e confl€itto: per undici anni a Korogocho, la vasta baraccopoli che sorge sulla discarica di Nairobi, e per altri sei come superiore dei comboniani in Sud Sudan, che da quattro anni vive il dramma della guerra civile.

«Negli Stati Uniti farò il lobbista», scherza, ma neppure troppo. A New York entrerà a far parte di Vivat, un organismo di missionari di diverse congregazioni che collabora con le Nazioni Unite portando al tavolo dei governi temi di giustizia internazionale. Padre Daniele svolgerà un lavoro di sensibilizzazione anche nei confronti del parlamento americano, attraverso l’Africa Faith and Justice Network, creato da una rete di istituti religiosi per promuovere relazioni responsabili fra gli Stati Uniti e i Paesi africani. Nell’immaginario collettivo il missionario è colui o colei che parte per terre lontane, nel Sud del mondo, per aiutare i poveri e annunciare il Vangelo. Eppure oggi, in un mondo globalizzato, la missione ha esigenze nuove rispetto alla fine del diciannovesimo secolo, quando in Italia vennero fondati i primi istituti missionari.

La Cimi e le diverse realtà missionarie italiane

 

Suor Giovanna Minardi, delle Missionarie dell’Immacolata, dopo 21 anni in Cina è tornata nella sua Sicilia per lavorare fra i migranti. Nel marzo dello scorso anno, la Conferenza istituti missionari in Italia (Cimi) ha compiuto una doppia svolta storica, decidendo di considerare la Sicilia “terra di missione” a tutti gli effetti, e di inviare un team composto da quattro religiosi di diverse congregazioni, due uomini e due donne, a servizio dei migranti e della Chiesa locale impegnata nell’accoglienza.

Oltre a suor Giovanna, originaria di Modica, gli altri tre hanno alle spalle anni di missione in Africa, parlano le lingue e conoscono le culture di origine di chi sbarca nell’isola. «Siamo partiti sulla scia dell’appello di papa Francesco a essere presenti nelle periferie», commenta suor Giovanna. «Il mondo è cambiato: le migrazioni hanno portato l’Africa in Europa, e noi che conosciamo le realtà di provenienza di queste persone possiamo dare il nostro contributo».

La Cimi raduna una dozzina di realtà missionarie di fondazione italiana (Pime, Comboniani, Saveriani e Consolata e omologhe femminili), altre fondate all’estero ma presenti nel nostro Paese (tra gli altri i Padri bianchi, i Verbiti, la Società Missioni africane e il suo ramo femminile, le Suore missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, e le Francescane missionarie di Maria), altre ancora di recente fondazione come la comunità missionaria di Villaregia.

Il calo delle vocazioni i numeri delle missioni e degli istituti

  

Quasi tutte registrano un calo numerico di membri e di nuove vocazioni. Oggi, fra sacerdoti, suore e laici, i missionari e le missionarie italiane sono circa ottomila (erano diecimila solo due anni fa). L’età media è di 63 anni. Dando un’occhiata al passato si scopre che l’Italia aveva 4.013 missionari nel 1934, saliti a 7.713 nel 1943 e a 10.523 nel 1984. L’apice è stato nel 1991, con oltre 24 mila missionarie e missionari, di cui 800 laici. A partire da allora il calo è stato progressivo, fino ai numeri attuali che coincidono con quelli degli anni Quaranta del secolo scorso.

Sembra davvero che si stia chiudendo un ciclo. Anche l’esperienza dei sacerdoti fidei donum, “prestati” ad altre diocesi per un periodo limitato di tempo, si è molto ridimensionata: da 1.052 nel 1999 sono scesi oggi a 407. Che la missio ad gentes («alle nazioni», dal titolo del decreto del Concilio Vaticano II del 1965 sull’attività missionaria della Chiesa) stia attraversando una crisi, soprattutto se la si osserva dall’Europa, lo dicono i dati. Ma se “crisi” – dal greco “decidere, giudicare” – è il segnale di un cambiamento, non è detto che quest’ultimo sia necessariamente negativo.

 

Il superiore del Pime Ferruccio Brambillasca (a destra nella foto)

In fase di profondo mutamento è la fisionomia stessa degli istituti missionari nati in Italia. Il più antico di tutti, il Pime (Pontificio istituto missioni estere), nato a Saronno nel 1850, oggi conta circa 500 membri, presenti in 18 Paesi del mondo, quasi tutti sacerdoti tranne una ventina di fratelli laici consacrati.

I seminaristi ordinati quest’anno sono sette e tutti asiatici: provengono dall’India, dal Bangladesh, dalla Thailandia e dalle Filippine. «Abbiamo molte vocazioni dall’India, dove siamo presenti da 150 anni», afferma il superiore generale padre Ferruccio Brambillasca. «In un futuro non molto lontano l’istituto sarà composto per la maggior parte da sacerdoti indiani. Da tempo ci stiamo preparando a questa trasformazione, che rende il Pime sempre più internazionale».

In questi anni il Pime ha aperto un seminario minore e uno maggiore in India, dove sono in formazione oltre cento seminaristi. E in Brasile e Camerun esistono altri due seminari dove i futuri missionari frequentano il primo biennio di studi, per concludere poi l’iter a Monza con quattro anni di teologia. In Italia l’istituto ha di recente deciso di spostare la direzione generale da Roma a Milano, in quella Lombardia in cui è iniziata la sua storia.

Fine di un ciclo? «Non c’è nessun ritorno al passato», afferma padre Brambillasca. «Il motivo è una ristrutturazione delle nostre case, vista la mancanza di personale, così come il richiamo di papa Francesco a una maggiore essenzialità nelle strutture. Può darsi che quando il Pime sarà per il 70 per cento indiano la direzione generale sarà in India. Di certo la missione non è finita. Dall’Italia può sembrare così, ma girando per il mondo si vede che in certe zone siamo ancora agli inizi. Il Vangelo deve essere ancora annunciato, magari con categorie nuove».

Le Missionarie dell’Immacolata, fondate nel 1936 a Milano, indiane in maggioranza lo sono già. Con una decisione coraggiosa, nel 2006 il consiglio generale ha nominato superiora suor Rosilla Velamparambil, nata in Kerala. Il superiore generale dei Comboniani da due anni è l’etiope Tesfaye Tadesse Gebresilasie. Fondati a Verona nel 1867 da san Daniele Comboni, i Comboniani nel mondo oggi sono 1.539, di 44 diverse nazionalità. Gli italiani ormai sono 583, poco più di un terzo. Segno anche di una “missione di ritorno” dai Paesi in cui si è seminato.

Secolarizzazione e globalizzazione la fine della dimensione geografica della missione

 

 

 

Padre Andrea Lembo del Pime in Giappone

Secolarizzazione e globalizzazione hanno annullato la dimensione geografica della missione. Rispetto ai secoli precedenti, non c’è più un “qui” omogeneo (l’Europa cristiana) da considerare punto di partenza e un “là” da evangelizzare.

Francesco, un Papa che viene dal Sud del mondo, ha detto che la Chiesa respira con i due polmoni delle Chiese giovani e antiche. Le prime «sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire e quindi diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche». Però ambedue «costruiscono il futuro, le prime con la loro forza e le altre con la loro saggezza. Ci sono dei rischi, ma il futuro si costruisce insieme».

Da tempo le Chiese africane si sono aperte alla missionarietà. In Nigeria nel 1995 è nato un istituto esclusivamente missionario, la Missionary Society of St. Paul, che invia sacerdoti soprattutto in altri Paesi del continente, ma anche nel resto del mondo. Conta 300 membri e ogni anno riceve oltre quattromila richieste di ingresso in seminario, anche se ne accetta 25. Istituti simili esistono anche in Asia e in America Latina. Il rischio, a volte, è che riproducano un’impostazione clericale, facendo coincidere la figura del missionario esclusivamente con quella del sacerdote.

Una missione meno eurocentrica per molti è un cambiamento positivo. «La missione del passato non è stata priva di ambiguità», afferma padre Francesco Pierli, già superiore generale dei Comboniani e da oltre quarant’anni missionario in Kenya. «Un certo tipo di evangelizzazione è stata parte del progetto colonialista degli Stati europei. La stessa espressione “missione ad gentes” è sempre più problematica e non sembra inserirsi nella nuova visione della Chiesa nel mondo di oggi. Personalmente ho eliminato dal mio vocabolario l’espressione “religioni pagane”. E “ad gentes” significa più o meno questo. In passato si accentuava soltanto l’aspetto di non-verità che c’era in queste fedi. Questa visione negativa è decisamente da rigettare. L’obiettivo dell’evangelizzazione non è distruggere le altre religioni, ma avere su di loro un’inflŽuenza attraverso l’esperienza religiosa di Gesù, che riteniamo paradigmatica. La missione è un’attitudine: uscire da noi stessi per il bene dell’altro, non per fare proselitismo, per arricchire la Chiesa o renderla più forte, per avere più fedeli rispetto ad altre religioni. Qual è l’obiettivo? Che tutti si convertano a Gesù Cristo? Non credo. L’obiettivo è aiutare tutte le religioni a una rimarchevole trasformazione a contatto con Cristo».

La crisi degli istituti missionari italiani e il futuro

  

Gli istituti missionari nati in Italia fanno però fatica a mantenere le strutture e a ridenire i propri obiettivi. Alcuni cambiamenti auspicati, come una maggiore condivisione di responsabilità fra sacerdoti e laici, tardano a essere messi pratica. La crisi degli istituti missionari italiani, paradossalmente, coincide con il momento in cui papa Francesco chiede alla Chiesa di essere «in stato permanente di missione», rimettendo al centro del suo annuncio il Vangelo della misericordia. «È una chiamata capita e condivisa da molti missionari», dice padre Kizito Sesana, missionario comboniano. «Le istituzioni però hanno più difficoltà delle persone a entrare nelle nuove logiche della missione. Fanno fatica a recepire la libertà, lo slancio, l’apertura, il rischio come valori. Per questo probabilmente molti istituti scompariranno. Ma questo non significa che scomparirà la missione».

Per la prima volta quest’anno si è svolto il Festival della missione, dal 12 al 15 ottobre a Brescia. «Rappresenta una grande novità e una sfida per tutti noi», afferma suor Marta Pettenazzo, presidente della Cimi. «Ci ha permesso di lavorare in sinergia: laici, consacrati e consacrate, donne e uomini per condividere e annunciare in modo fresco e originale la nostra fede in Cristo». Durante il Festival si è svolta anche una tavola rotonda sul futuro della missione, «per riŽettere sulle sfide che interpellano oggi gli istituti missionari», spiega suor Marta.

«Oggi, forse più umilmente rispetto al passato, essere missionari significa fare qualche passo accanto ai popoli fra i quali siamo inviati, accogliendo tutto il loro quotidiano, i problemi, le sfide che devono attraversare», afferma suor Teresina Caffi, missionaria saveriana che vive fra Italia e Repubblica democratica del Congo.

Nei molti anni trascorsi in questo Paese si è spesa con tutte le sue energie per promuovere la pace a fianco delle comunità locali, denunciando le violenze di una guerra per la spartizione delle risorse. «La missione deve essere inclusiva di tutto ciò che è umano», continua. «Noi donne forse questo lo sentiamo di più, visto che rivestiamo di carne l’essere umano. E forse in nome di questa concretezza e dell’amore di Dio che testimoniamo, dovremmo anche abbandonare la preoccupazione per le nostre strutture, per la nostra sopravvivenza, cercando soluzioni più adatte a questi tempi. Per esempio, forse, oggi non ha senso che esistano così tanti istituti missionari, eredità di un secolo che è denitivamente alle spalle. Dovremmo provare a unire le forze, facendo scelte coraggiose».

Partire per annunciare il Vangelo mantiene il suo valore, per padre Daniele Moschetti: «Il mondo di oggi però è sempre più interdipendente. Ho vissuto gli ultimi anni in Sud Sudan, dove in un solo anno un miliardo di dollari di armi ha alimentato la guerra civile. Ma chi le ha vendute? Quando sarò negli Stati Uniti porrò questa domanda». Prima di ripartire, padre Daniele ha compiuto il pellegrinaggio di Santiago: «In quella che era la cattolicissima Spagna mi ha colpito la lontananza dei giovani dal messaggio della Chiesa», dice. «Forse oggi più che di missione “alle genti” avrebbe più senso parlare di missione circolare, da un lato all’altro del globo».

Foto Sean Sprague-Marka

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