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Gran Bretagna, tutti contro Bojo, il sovranista che aspira a divenire sovrano

10/12/2019  Alla vigilia del voto il premier uscente è dato vincente nei sondaggi. Se prevarrà l'Inghilterra è fuori dall'Unione entro la fine di gennaio

Ruth Nicholson fa la parrucchiera da sempre. Si e’ sposata a diciannove anni. E’ una di dodici fratelli, cresciuti nel palazzo aristocratico “Sutton Bonington Hall”, nel cuore dell’Inghilterra, dove il padre lavorava come giardiniere e la mamma come cameriera. Proprio come in Downton Abbey.

Non sa che il prossimo 12 dicembre, con il suo voto “Tory”, provochera’ il cambiamento geopolitico piu’ importante del dopoguerra.

“Get Brexit Done”, “Fare Brexit”, “Brexit done and dusted”, “Brexit sistemato e a posto”. La retorica da massaia efficiente di Boris Johnson l’ha convinta, anche se qualche dubbio sulla zazzera arruffata del premier continua a tormentarla. “Voglio l’Inghilterra di una volta”, dice, “Quando gli stipendi aumentavano e i figli diventavano piu’ ricchi dei genitori. Quando eravamo un grande Paese, aperto al resto del mondo, e gestivamo i nostri affari senza delegarli a una commissione non eletta da nessuno”.

Alla vigilia del voto “BoJo” è ampiamente vincente nei sondaggi. Boris conquistera’ quei voti di  idraulici, taxisti, elettricisti, camerieri, donne delle pulizie del nord e del centro Inghilterra impoveriti dalla fine delle industrie del carbone e dell’acciaio. Tutta gente che da sempre vota laburista ma è antieuropea.

Proprio come Ruth, che non si fida del grigio leader laburista Jeremy Corbyn. Il quale ha presentato il programma socialista piu’ ambizioso dai tempi di Clement Attlee. Oltre 30 miliardi di euro iniettati nel servizio sanitario, l’investimento piu’ importante degli ultimi sessant’anni, il salario minimo alzato da 9 a 11 sterline all’ora, l’eta’ pensionabile fermata a 66 anni, 100.000 nuove case di edilizia sociale, distrutta fin dai tempi di Margaret Thatcher.

E poi Ruth e’ “born and bred in England”, “nata e cresciuta in Inghilterra” e non ha simpatia per quegli scozzesi che succhiano da sempre le casse di Westminster. Corbyn avra’ certo bisogno dei voti del loro partito, lo “Scottish National party”, per contare su una maggioranza decente e, in cambio, concedera’ un nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia. Cosi’ l’Unione potrebbe spezzarsi e perdere quel suo importante pezzo a nord del vallo di Adriano.

“Dudley north, appena fuori Birmingham, Barrow and Furness, vicino alla bellissima regione dei laghi, Colne Valley, nello Yorkshire. Sono questi i seggi “marginal”, ovvero laburisti, ma soltanto per una manciata di voti, nel nord e centro d’Inghilterra, che Johnson deve vincere per conquistare Westminster”, spiega John Curtice, il piu’ importante esperto di sondaggi, docente all’universita’ scozzese di Strathclyde, “Non fara’ fatica perche’, qui, chi vota laburista e’ pro Unione Europea e, quindi, il prossimo 12 dicembre scegliera’ i liberaldemocratici perche’ sono meno confusi dei laburisti in materia di Brexit”.

Dai 326 seggi vinti in su Johnson e’ al sicuro. Ha la maggioranza dei 650 “members of Parliament” della Camera dei Comuni.

Il Regno Unito sara’ fuori dalla Ue entro la fine di gennaio. Con il suo partito di falchi “Brexiteers” trasformera’ la Gran Bretagna in una Singapore europea, vassalla degli Stati Uniti. Via la manifattura, potenziati la City e i servizi. Le cassette di arance e meloni dei mercati inglesi arriveranno dalla Florida anziche’ dalla Sicilia. Quel famoso “Nhs”, la sanita’, del quale ogni britannico va orgoglioso, perche’ simbolo di giustizia e solidarieta’, verra’ privatizzato e dato in pasto alle ditte farmaceutiche statunitensi. Trump permettendo, Johnson stringera’ accordi anche con Cina, Canada e India.

Ma non e’ detta l’ultima parola. Assaltati dall’uragano Johnson, istrionico, colorito e buffone, i fedelissimi dell’Europa si sono alleati.

Laburisti, liberaldemocratici, i nazionalisti scozzesi dello “Snp”, i gallesi del “Plaid Cymru” e i Verdi vogliono tutti un secondo referendum e, per questo motivo, sono pronti a sostenere un governo di minoranza targato laburista.

Se BoJo scende sotto i 320 parlamentari alle urne, una seconda consultazione sulla Ue potrebbe diventare realta’, anche se chi vuole andarsene potrebbe vincere ancora.

E’ a quel punto che il governo potrebbe cadere, ancora una volta, e gli elettori chiamati di nuovo a votare.

Mai cosi tante elezioni, in cosi poco tempo, senza concludere nulla.

2015, 2016, 2017, 2019 e magari 2020 o 2021. Mai visto nella democrazia piu’ stabile del mondo ed e’ importante ricordarsi che, qui, il referendum si usa pochissimo. E’ un vero avvenimento nazionale capitato soltanto nel 1975 e nel 2011.

Tante urne e una vera rivoluzione. Trentotto deputati laburisti e cinquantadue conservatori si sono ritirati, hanno cambiato partito o corrono come indipendenti in questo 2019, tre volte la cifra del 2017. Di politica si parla qui, per la prima volta, violando quella regola tradizionale che lo vieta seguita anche dalla Regina. Secondo i sondaggi di Yougov per la prima volta l’Unione Europea supera sanita’ e criminalita’, come tema caro per importanza agli elettori. Le iscrizioni ai corsi universitari di politica sono aumentati del 30% e si prevede un’alta partecipazione alle urne, come era capitato nel 2016.

Peggiorata e’ la qualita’ di questa conversazione pubblica nei pub, nei ristoranti e alle feste natalizie. Amici e famiglie hanno rotto, perche’ pro o contro Brexit. Oppure evitano l’argomento.

Gli insulti sono aumentati, grazie anche alle parolacce usate da Johnson, e, cosi, gli attacchi ai deputati, soprattutto donne, molte delle quali hanno deciso di ritirarsi dalla politica.

Mentre ci si avvia al giorno piu’ corto che ci sia tanti parlamentari in campagna elettorale hanno deciso di smettere di bussare alle case appena fa buio. Troppo pericoloso.

 

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