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Grazie Tokyo, Arigato all'olimpiade più italiana

08/08/2021  Si conclude Tokyo 2020, destinata a passare alla storia per i suoi guai e che l'Italia ricorderà per averla portata al centro del mondo più di Roma 1960.

Giù il sipario. Finisce qui un’Olimpiade nata unica, già solo per la sua cadenza: cinque anni dopo Rio 2016 tre prima di Parigi 2024. In mezzo il Sars-Cov-2 che ha costretto al rinvio nel 2020, lasciandole in memoria il paradosso del nome: Tokyo svolta nell’estate 2021, l’unica edizione dei Giochi olimpici estiva in anno dispari dal 1896, ha continuato a chiamarsi Tokyo 2020. Un monito: ricordate quello che è stato, ma forse molto di più un’esigenza temporal-commerciale. Non ci sarebbe stato il tempo di rifare chissà quante volte il logo (presente ovunque dal merchandising ai campi di gara) e sarebbe costato una fortuna, in un’edizione già minata dall’assenza del ritorno economico dovuto alla drastica decisione precauzionale per ragioni di pandemia di non ammettere il pubblico neppure giapponese.

La ricorderemo come storica per tante altre ragioni. È stata, a giudicare dal medagliere la più italiana delle olimpiadi avute fin qui: 40 medaglie, 10 d’oro, cinque delle quali nell’atletica. Più delle 36 di Los Angeles 1932, la notte dei tempi, e di Roma 1960, un mito nel ricordo scanzonato. Tutt’altra atmosfera là: la dolce vita Anita Ekberg nella fontana, nel mondo l’immagine della città eterna portata in giro in Vespa da Gregory Peck e Audrie Hepburn, tuttora il mito di gioventù dei nati alla fine della guerra: i primi a cogliere i vantaggi del boom economico, stregati dal ricordo di Wilma Rudolp. Giochi a misura d’uomo, grandiosi, eppure acqua e sapone: Gian Paolo Ormezzano ricorda bene che poteva persino accadere che un giovane cronista torinese riportasse a casa in auto lo studentello diventato nel frattempo campione olimpico dei 200 metri: Livio Berruti. Cosa impossibile di lì in poi.

Tokyo 2020 al contrario era nata sotto cattivi auspici: la giustificata paura del covid, in un Paese con un’età media tra le più elevate al mondo, ha lasciato tutto in forse, la necessità sanitaria l’ha costretta a tenere a freno le emozioni chiudendole sotto le mascherine. Poteva essere un’edizione triste, e invece ci portiamo via il ricordo più bello dal 1896 in qua. Un’Italia vincente e vera, con tante facce nuove: capace di vincere in 19 sport diversi, tornando al centro del mondo nell’atletica dove non era dai tempi di Pietro Mennea, Sara Simeoni, Maurizio Damilano, bissando le loro medaglie d’oro con Marcell Jacobs nella velocità, con Gimbo Tamberi nell’alto e con Antonella Palmisano e Maurizio Stano nella 20 km di marcia. Ricorsi storici superati in corsa dalla meravigliosa e sorprendente 4x100 d’oro: quei quattro ragazzi diversissimi (Marcell Jacobs, Lorenzo Patta, Eseosa “Fausto” Desalu , Filippo Tortu) italianissimi nelle loro diversità, che cantavano l’inno di Mameli sul podio a squarciagola fuori tempo sotto la mascherina sono l’immagine più fedele dell’Italia vera, con le sue fatiche quotidiane, il suo entusiasmo, le sue ansie, la sua promessa di futuro.

Come lo sono le tante medaglie nate ai bordi di periferia, dove iniziare uno sport spesso è incontrare un maestro che ti dà una prospettiva in mezzo al degrado : intanto si cresce e si impara la vita, poi si vede: magari 15 o vent’anni dopo ci scappa pure una medaglia, l’inno, il podio e tutto quanto.

Arigatō (有り難う) TOKYO. Grazie Tokyo

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