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venerdì 03 febbraio 2023
 
crimini di guerra
 

«Dalle stragi di civili alle bombe a grappolo, quanti trattati violati»

19/10/2022  «È stato valicato ogni limite» spiega Edoardo Greppi, docente di Diritto internazionale all’Università di Torino e Presidente dell’Istituto internazionale di diritto umanitario. «Bisogna che la ragione torni a prevalere sulla forza. È un conflitto dell'Ottocento, scatenato per conquistare terre, combattuto con angoscianti mezzi ultramoderni»

Sono centinaia i civili uccisi in Ucraina (sopra, una donna a Bucha), prova delle ripetute violazioni delle Convenzioni e dei Trattati internazionali che proteggono popolazioni e siti non militari. Foto Reuters. In copertina: sepoltura di massa a Bucha. Foto Reuters.
Sono centinaia i civili uccisi in Ucraina (sopra, una donna a Bucha), prova delle ripetute violazioni delle Convenzioni e dei Trattati internazionali che proteggono popolazioni e siti non militari. Foto Reuters. In copertina: sepoltura di massa a Bucha. Foto Reuters.

Stragi di civili, fosse comuni, torture, atrocità indicibili commesse contro donne, bambini e persone anziane, missili su scuole e ospedali, uso di armi proibite, come le tremende bombe a grappolo, con la loro scia di morte che dura nel tempo, droni kamikaze. In otto mesi di conflitto ucraino è impressionante il campionario di orrori testimoniati dalla popolazione e raccolti da giornalisti e osservatori internazionali. Che la guerra sia, di per sé, orrenda è fuori discussione, così come è evidente che non esistono “guerre buone” o “guerre migliori”. «In questo caso, però, è stato valicato qualsiasi limite» osserva Edoardo Greppi, docente di Diritto Internazionale all’Università di Torino e Presidente dell’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario. Già, perché, nella sua storia, l’umanità ha sentito il bisogno di porre dei freni alla violenza più cieca. Così, nei secoli, ma soprattutto negli ultimi 150 anni, sono nati accordi i tra le Nazioni, che impongono (o, meglio, imporrebbero), anche in tempo di guerra, il rispetto di alcune elementari regole. In Ucraina, però, come in moltissimi altri conflitti sparsi nel mondo, queste regole sono state sistematicamente calpestate.

«Credo sia opportuno partire dall’articolo 48 del primo protocollo aggiuntivo alle convenzioni di Ginevra, adottato nel 1977», spiega Greppi. «Quella è la “regola fondamentale”, l’architrave di tutto il sistema normativo. In base a tale regola “le parti in un conflitto devono fare in ogni momento distinzione tra la popolazione civile e i combattenti, nonché tra i beni di carattere civile e gli obiettivi militari, e, di conseguenza, dirigere le operazioni soltanto contro obiettivi militari”. Ma è evidente che in Ucraina tale distinzione è stata deliberatamente ignorata, come testimoniano le cronache quotidiane di attacchi a condomini, scuole, ospedali, infrastrutture civili, per non parlare delle atrocità perpetrate contro la popolazione. E ciò che impressiona è l’ampiezza della casistica».

 

 Edoardo Greppi, 69 anni, docente di Diritto internazionale all’Università di Torino e Presidente dell’Istituto internazionale di Diritto umanitario
Edoardo Greppi, 69 anni, docente di Diritto internazionale all’Università di Torino e Presidente dell’Istituto internazionale di Diritto umanitario

C’è un paradosso: «nell’ultimo secolo e mezzo il diritto internazionale umanitario ha portato ad alcune conquiste, sul piano normativo, che precedentemente sarebbero state impensabili» spiega ancora lo studioso. «E dopo la Seconda Guerra Mondiale sono stati fatti enormi passi avanti. Basti pensare che le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 (che, in linea generale, riguardano il rispetto di feriti e malati, naufraghi, prigionieri di guerra, popolazione civile) oggi sono i trattati internazionali più ratificati al mondo». Eppure, nei decenni appena trascorsi, quante violazioni! Ex Jugoslavia, Ruanda, Siria, Yemen e oggi Ucraina sono solo alcuni esempi. Ma questo allora che cosa significa? Che i trattati sono carta straccia? «No» risponde, convintamente, Greppi. «C’è, se non altro, una differenza. Chi nei secoli passati perpetrava crimini di guerra restava impunito. Oggi, invece, esistono degli strumenti per far sì che questo non accada più. Ci sono i tribunali interni. C’è la corte penale internazionale. Per quanto difficile possa essere il cammino, non possiamo e non dobbiamo perdere la fiducia nel diritto, che è la bussola, l’argine contro la barbarie. Per questo sono convinto che, anche in Ucraina, un giorno taceranno le armi e tornerà a parlare il diritto».

 

Per il momento, però, prevalgono il dolore e il senso di impotenza, resi ancora più acuti da alcune constatazioni. Anche se, nella storia, i parallelismi sono sempre difficili, viene da pensare a ciò che accadde a partire dal 1938, quando Hitler invase l’Austria, poi la Cecoslovacchia, poi la Polonia. E fu l’inizio dell’abisso. «In effetti certe analogie sono inquietanti» osserva Greppi. «Non dimentichiamo che, già nel 2014, il tiranno zarista sovietico aveva invaso la Crimea, nella sostanziale quiescenza della comunità internazionale. Ora ha reiterato il colpo, su un’altra scala. Ecco perché alcuni Paesi vicini, come la Moldavia, sono terrorizzati. E non deve stupire che la Finlandia voglia entrare nella Nato. L’orso russo è tornato aggressivo. E fa paura». Di sicuro, le lancette del tempo sembrano essere tornate indietro. «Siamo di nuovo di fronte a una guerra di conquista territoriale, qualcosa che, dopo il 1945, pensavo di esserci lasciati per sempre alle spalle. Questa è una guerra ottocentesca o novecentesca, combattuta però con gli strumenti del ventunesimo secolo: armi sempre più potenti e distruttive». E, sullo sfondo, «l’incubo della guerra nucleare, quello che aveva tormentato la mia generazione. A proposito di analogie inquietanti, proprio in questi giorni ricorrono i sessant’anni dalla crisi dei missili di Cuba, quando si andò a un passo dalla catastrofe».

 

Tornando all’Ucraina, per il momento ogni via diplomatica sembra preclusa. «Uno dei problemi è che l’organizzazione preposta alla mediazione tra le parti dovrebbe essere l’Onu, ma la Russia è membro permanente del Consiglio di Sicurezza, con diritto di veto, il che, ovviamente, rende questa via non praticabile. Potrebbero farsi avanti altri soggetti, a condizione che vengano riconosciuti da entrambe le parti. La diplomazia avrebbe a disposizione diversi strumenti, come il negoziato, i buoni uffici, la conciliazione, la mediazione. Il presupposto, però, è che ci sia la volontà politica di trattare. Ed è proprio questa volontà che, almeno per ora, sembra assente». Siamo, insomma, di fronte a un quadro capace di gettare nello sconforto anche i più inclini alla speranza. «Eppure non dobbiamo stancarci di far nostre le invocazioni del Papa» conclude Greppi. «Bisogna lasciarsi quest’atroce violenza alle spalle. Bisogna che la ragione torni a prevalere sulla forza. E il diritto prenda il posto delle armi». 

 

 
 
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