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È una stretta di mano senza fotografia, un accordo senza testo, una tregua che assomiglia più a una promessa che a una certezza. Donald Trump lo ha annunciato come un successo diplomatico destinato a cambiare gli equilibri del Medio Oriente; da Teheran è arrivata una conferma, seppur con toni più prudenti. Eppure, mentre il mondo cerca di capire cosa sia stato davvero firmato, o cosa stia per esserlo, nessuno può leggere il documento. Perché semplicemente non è stato reso pubblico.
È questo il paradosso dell’intesa raggiunta tra Iran e Stati Uniti: tutti ne parlano, nessuno ne conosce i dettagli. Più che un accordo definitivo, sembra una cornice entro cui costruire un futuro negoziato. Un’intesa preliminare che congela, almeno per ora, il rischio di un’escalation militare, ma lascia aperte le questioni decisive.


La prima riguarda il programma nucleare iraniano. Da anni Washington pretende limiti rigorosi all’arricchimento dell’uranio e controlli internazionali stringenti, mentre Teheran rivendica il diritto a sviluppare un’industria nucleare per scopi civili. Dove si sia trovato il punto d’equilibrio resta ignoto. Non è chiaro se l’Iran abbia accettato di ridurre le proprie attività, se abbia ottenuto un alleggerimento delle sanzioni o se tutto sia stato rinviato ai negoziati successivi.
La seconda incognita è politica e riguarda Israele. Benjamin Netanyahu ha costruito buona parte della propria strategia regionale sull’idea che la Repubblica islamica rappresenti una minaccia esistenziale. Un eventuale riavvicinamento tra Washington e Teheran rischia di incrinare questo schema. Sul tavolo rimane soprattutto il dossier libanese: Hezbollah continua a rappresentare uno dei principali strumenti di influenza iraniana nella regione e non è chiaro se l’accordo includa impegni concreti per ridurre le tensioni lungo il confine settentrionale israeliano o per fermare eventuali operazioni militari.


Anche per questo molti osservatori parlano di un “accordo per negoziare un accordo”. Una formula che non suona necessariamente come una sconfitta. Nella storia della diplomazia, soprattutto in Medio Oriente, spesso il risultato più importante consiste nel creare un canale di dialogo stabile prima ancora di definire il contenuto delle intese.
Il precedente del 2015 resta inevitabile. Allora il Joint Comprehensive Plan of Action aveva imposto limiti verificabili al programma nucleare iraniano in cambio della progressiva revoca delle sanzioni economiche. Tre anni dopo fu proprio Trump, nel suo primo mandato, a ritirare unilateralmente gli Stati Uniti dall’intesa, giudicandola insufficiente a contenere le ambizioni strategiche di Teheran. Da quel momento la fiducia reciproca si è progressivamente sgretolata, alimentando una spirale di sanzioni, attacchi indiretti e crisi regionali.
Oggi lo scenario appare diverso. Il Medio Oriente è attraversato dalle conseguenze della guerra a Gaza, dalle tensioni sul fronte libanese, dalla competizione tra Iran e monarchie del Golfo e dal ruolo crescente di Russia e Cina nella regione. In questo contesto Washington sembra privilegiare una logica di contenimento del conflitto piuttosto che di confronto permanente.
Per Teheran, invece, la posta in gioco è soprattutto economica. Le sanzioni occidentali hanno pesato duramente sull’economia del Paese, limitando esportazioni, investimenti e accesso ai mercati finanziari. Qualunque apertura che consenta di recuperare margini commerciali rappresenta un interesse concreto per la leadership iraniana, pur senza rinunciare alla narrativa della resistenza contro l’Occidente.


Resta poi il fattore della fiducia, forse il più fragile di tutti. Le relazioni tra Iran e Stati Uniti sono segnate da quasi mezzo secolo di ostilità, dalla rivoluzione del 1979 alla crisi degli ostaggi, fino agli scontri indiretti combattuti attraverso milizie alleate in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Ogni passo avanti è sempre stato accompagnato dal timore di un improvviso ritorno allo scontro.
Per questo l’annuncio di questi giorni va letto con cautela. Finché il testo resterà riservato sarà impossibile valutare quali concessioni reciproche siano state realmente concordate. Potrebbe trattarsi dell’inizio di una stagione diplomatica capace di ridurre il rischio di guerra; oppure di una pausa tattica destinata a interrompersi alla prima crisi.
C’è però un elemento che merita attenzione. Dopo mesi in cui il linguaggio dominante nella regione sembrava essere quello delle armi, è tornata al centro la parola “negoziato”. Non è una garanzia di pace, ma è almeno il riconoscimento che nessuno degli attori coinvolti può permettersi un conflitto aperto e prolungato.
Il Nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, prepara i pasti per gli sfollati del waterfront di BeirutIn Medio Oriente le tregue hanno spesso il passo incerto delle dune: sembrano solide finché il vento non cambia direzione. L’intesa annunciata tra Washington e Teheran potrebbe rivelarsi una svolta storica oppure l’ennesimo capitolo di una lunga partita diplomatica fatta di rinvii, ambiguità e diffidenze reciproche. Oggi, più che un punto d’arrivo, appare come una porta socchiusa. E nessuno sa ancora cosa ci sia davvero dall’altra parte.









