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giovedì 26 novembre 2020
 
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Giovanni Impastato: «Guardate il film su mia madre, ci serve per dire no alla mafia»

22/05/2020  Giovanni Impastato ricorda l'impegno di sua madre Felicia e di suo fratello Peppino. E dice: «Attenzione anche oggi alle insidie dei mafiosi. A riscostruire ce la possiamo fare anche con le nostre poche forze»

«Non dobbiamo disperdere la memoria soprattutto in questo momento terribile in cui il coronavirus ci ha sconvolti. Che la Rai, alla vigilia della strage di Capaci e della giornata della legalità, ritrasmetta questo film di alcuni anni fa sulla vita di mia madre e di mio fratello, è importantissimo».

Giovanni Impastato, fratello di Peppino e figlio di Felicia lancia un appello: «vediamoci tutti alle 21,20 davanti ai teleschermi, distanti ma uniti, per stare assieme, per fare memoria, per ricordare un messaggio importante»

Quale?

«Innanzitutto il coraggio. La nostra era una famiglia di origine mafiosa, di alta mafia, mio zio era  il capo della cupola di Cinisi. Peppino inizia la rottura con questo sistema e Felicia lo segue e si rende complice del figlio. Rompere gli equilibri della cultura mafiosa, in quel paese e in quei tempi, come fece mio fratello, era difficilissimo. Ma lui lo fa e quando viene ucciso Felicia rifiuta la logica della vendetta personale».

Cos’altro ci dice questa storia?

«Che ci vuole anche continuità nell’impegno. Ricordo l’incontro di mia madre con i giudici che poi sono stati uccisi. Quello, in particolare, molto sentito ed emozionante, con Rocco Chinnici. Fu una sua allieva, Franca Imbergamo, a raccogliere il suo testimone e a riprendere l’inchiesta su Peppino che aveva avuto in mano Chinnici. Lei era una sua studentessa all’università. Decide di fare il giudice e arriva a chiudere le indagini con il rinvio a giudizio degli assassini di Peppino. E ancora ricordo gli incontri di Felicia con il giudice Caponnetto, con il giornalista Mario Francese, che è stato il primo giornalista a occuparsi della storia di Peppino scrivendo che non era suicidio o attentato terroristico, ma assassinio mafioso. Io credo che tutte queste persone, le loro vite, le loro azioni ci dicono che bisogna crederci, andare avanti Per questo noi invitiamo tutti, specialmente i giovani, stasera a stare assieme, a recepire questo messaggio».

Felicia che madre è stata?

«Una madre che si è curata molto della famiglia. Veniva da una cultura di grandi valori impartiti dai suoi genitori. Era una madre che cercava in tutti i modi di proteggerci. Nel caso di Peppino poi, come dicevo prima, diventa pure complice. E poi era una donna molto coraggiosa che reagiva alle ire del marito. Felicia  era la moglie di un mafioso e la madre di un militante che lottava la mafia. Si pensi cosa poteva significare nella Sicilia degli anni Sessanta, Settanta. In una situazione così difficile e complessa lei, che era intrisa di una cultura cattolica mediterranea e che credeva molto nei valori della famiglia, non ha abbandonato il marito, malgrado fosse mafioso. Lo ha rispettato fino alla fine, fino alla morte. Ma questa donna, quando è stata costretta a fare una scelta, non si è schierata dalla parte del marito, dalla parte della mafia, ma si è schierata dalla parte del figlio, dalla parte della giustizia, dalla parte della legalità».

Anche quando era più difficile.

«Certo. Ha rifiutato la logica della vendetta personale che la mafia le aveva proposto. Le avrebbero fatto trovare su un piatto d’argento la testa dell’assassino del figlio. Ma lei ha detto no, che non voleva vendetta, ma giustizia, E ha continuato su questa strada anche quando, all’inizio, le istituzioni, lo Stato le sbattevano la porta in faccia. Anche quando continuavano a dirle di rassegnarsi perché suo figlio era un terrorista lei non torna dai mafiosi , ma continua a battersi. Si è aggrappata a quel poco di buono che c’era nelle istituzioni. Ci ha creduto fino in fondo e, grazie a questa tenacia, siamo arrivati alla grande svolta».

Un esempio anche oggi che la mafia, nella ricostruzione, indica vie più facili?

«In questo momento, a queste insidie, dobbiamo cercare di reagire con tutte quelle poche forze che ci sono rimaste. Dobbiamo dire sempre “no” alla mafia perché la mafia è pericolosa. Quando dici di “sì” la prima volta e ti pieghi non ne esci più. Mi rendo conto che ci sono tantissime difficoltà, le ho anch’io con la mia attività già danneggiata da incendi dolosi, ma dobbiamo combattere fino in fondo come hanno fatto Peppino e Felicia. Dobbiamo insistere e cercare di aggrapparci a quel poco di buono che c’è e andare avanti. Dobbiamo avere un po’ di pazienza ed essere fiduciosi nel prossimo perché ce la possiamo fare. A tutti dico con forza: niente mafia, niente usura, stiamo lontani da tutta una serie di tentazioni che non possono portarci a nulla».

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