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«I miei 11 mesi fra la vita e la morte»

27/01/2022  La sconvolgente e dolorosa storia del sopravvissuto Bruno Piazza, avvocato triestino di origine ebraica. Iniziò a scrivere mentre era rinchiuso nel campo di concentramento e continuò fino alla Liberazione. «Ci siamo caricati del male di tutto il mondo», racconta nel suo memoriale, lo straordinario racconto di undici mesi trascorsi tra la vita e la morte che ora viene pubblicato dalla San Paolo

La risiera trasformata in lager dove Bruno Piazza venne imprigionato.
La risiera trasformata in lager dove Bruno Piazza venne imprigionato.

«A pochi è stato dato di uscire vivi dal campo di concentramento istituito dalle SS tedesche a Birkenau-Auschwitz II». Inizia così la sconvolgente e dolorosa storia del sopravvissuto Bruno Piazza, avvocato triestino di origine ebraica che aveva cinquantacinque anni quando, il 31 luglio del 1944, fu arrestato e deportato ad Auschwitz, dopo essere passato per l’inferno della Risiera di San Sabba. L’autore dell’intenso memoriale Perché gli altri dimenticano era nato a Trieste il 16 dicembre 1889. Giunse nel più terribile tra i lager il 3 agosto 1944 e sarebbe finito subito nella camera a gas, perché le direttive tedesche imponevano questa fine agli ebrei sopra i cinquant’anni. Pochi della sua età sopravvissero anche solo qualche settimana. Piazza riuscì a salvarsi, perfino quando ormai era “accatastato” dentro la camera a gas e ogni speranza sembrava perduta. Lo straordinario racconto di undici mesi trascorsi tra la vita e la morte lo ritroviamo palpitante e sofferente nelle pagine del suo diario. Un documento eccezionale che ora viene pubblicato dalla San Paolo (da questa settimana con Famiglia Cristiana a soli 9,90 € più il prezzo della rivista; disponibile in edicola e in parrocchia, al numero 02/48.02.75.75 e online).

Una preziosa testimonianza che Piazza iniziò a fissare su un foglio bianco nel lager e finì di scrivere in poche settimane nel 1945, subito dopo il ritorno a Trieste, appena un anno prima della sua scomparsa, stroncato da un infarto il 31 ottobre 1946 durante un’arringa. La sua testimonianza merita di essere diffusa il più possibile accanto a Se questo è un uomo di Primo Levi o a La notte di Elie Wiesel perché rappresenta uno straordinario documento “vivente” della Shoah. «Strappavano loro di dosso le vesti con le unghie, le graffiavano, le mordevano, le obbligavano, nude e sanguinanti com’erano, a correre velocemente attorno allo spiazzo e, via via che passavano, le frustavano cercando di colpirle nei punti più delicati e dove già presentavano ferite e piaghe».

Questa è una delle scene riportate nel diario... Bruno Piazza apparteneva a una famiglia della media borghesia ebraica con una tradizione irredentista. Non ricevette una formazione religiosa; la sua famiglia pare fosse laica e cosmopolita. Addirittura Piazza e e i suoi familiari non erano iscritti alla Comunità ebraica di Trieste. Insomma, erano cittadini come tutti gli altri. Tutto cambiò dopo il 1938, quando furono promulgate le leggi razziali e Piazza fu radiato dall’Albo degli avvocati in quanto ebreo. A Trieste la condizione dei perseguitati fu resa ancora più drammatica dall’apertura del campo di concentramento nell’ex Risiera di San Sabba, il solo campo in territorio italiano dotato di forno crematorio. Tra il 1938 e il 1940, in molti lasciarono la città e nel settembre del 1943, quando arrivarono le truppe tedesche, restavano a Trieste soltanto 2.300 ebrei. Piazza riuscì a fuggire dopo l’armistizio dell’8 settembre, evitando i rastrellamenti nazisti del 9 ottobre 1943 e del 20 gennaio 1944. Dopo essersi nascosto a San Maurizio, vicino Como, cercò di passare in Svizzera, ma fu arrestato.

A giugno rientrò nel capoluogo giuliano, ma sapeva di essere in trappola: «Avevano catturato quasi tutti gli ebrei che avevano varcato il confine svizzero. Mi ero rintanato in casa e avevo atteso con rassegnazione», scrisse nel diario. Di lì a poco fu arrestato dalle SS il 13 luglio 1944, denunciato da un delatore di cui Piazza parla con disprezzo all’inizio del suo racconto. Una spia che probabilmente aveva intascato le 5.000 lire che spettavano a chi denunciava un ebreo. Il 31 luglio 1944 fu caricato su un carro merci del convoglio 33T con altri 37 uomini e donne fra i 20 e i 70 anni. «Quando anche avessimo avuto la fortuna di sfuggire alle camere a gas, alle fucilazioni, alle bastonature mortali, alle epidemie, alle sevizie, la cupidigia dei capi blocco ci condannava inesorabilmente alla morte per inedia. Ripeto perciò che non uno solo, ma tutta una serie di miracoli era necessaria perché alcuni di noi potessero uscire vivi dal campo della morte di Auschwitz». Piazza acciuffò «una serie di miracoli». «Eravamo i disprezzati, gli uomini del dolore, gli ultimi. Ci eravamo caricati del male di tutto il mondo».

Perché gli altri dimenticano

Uno dei primissimi memoriali di un sopravvissuto italiano, di origine ebraica, nel lager di Auschwitz, poi finito nel dimenticatoio. Un racconto crudo e asciutto, preciso e senza sconti, che non nasconde nessuna delle atrocità commesse dai nazisti

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