Quindici anni di supermercati aperti la domenica non hanno fatto il miracolo: i consumi sono rimasti al palo e le famiglie sono più povere di prima. In compenso, trovare qualcuno disposto a lavorare nei festivi è diventata un’impresa impossibile. Il bilancio della "deregulation" è amaro, e Ernesto Dalle Rive, presidente di ANCC-Coop (Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori-Coop), ha deciso che è ora di voltare pagina. In questa intervista, spiega perché la chiusura domenicale non è un ritorno al passato, ma una mossa economica per tagliare i costi, abbassare i prezzi e salvare il rapporto con i dipendenti.

ALESDIMARCO
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Ernesto Dalle Rive presidente ANCC-Coop (ANSA)

Presidente, partiamo subito dal cuore del dibattito: come mai questa spinta decisiva proprio per il 2026? È un’esigenza dettata dall’insostenibilità dei costi di gestione o è diventato quasi impossibile trovare personale disposto a lavorare nei festivi?

«È una materia su cui ragioniamo da tempo. Le nostre cooperative già adottano chiusure parziali o festive, ma oggi il tema è diventato centrale per due ragioni. La prima è l’equilibrio tra vita e lavoro: dalla pandemia in avanti, la sensibilità delle persone è cambiata. Lo vediamo nei processi di selezione: i candidati sono spesso recalcitranti di fronte a un lavoro su sette giorni e questo porta al mancato incontro tra domanda e offerta. La seconda è di natura sociale: siamo un sistema di cooperative, non un'impresa di capitali. Ci chiediamo che tipo di società vogliamo: una comunità che dedica il tempo libero solo all'acquisto o una che riscopre la famiglia, i musei e il territorio?

A quindici anni dal decreto Monti, dobbiamo essere critici: quella scelta doveva spingere i consumi, ma oggi la stagnazione è dettata dalla sofferenza economica delle famiglie, non dalla mancanza di occasioni di acquisto».

Tuttavia, c'è il tema dei competitor. Se Coop decidesse di chiudere mentre gli altri marchi della GDO o i discount rimanessero aperti, non rischiereste di regalare enormi fette di mercato alla concorrenza?

«Proprio così. Per questo una scelta solitaria è impossibile. Per il mondo Coop, la domenica rappresenta il 10% del fatturato complessivo e il 9,7% degli scontrini annui. Regalare questo mercato ad altri significherebbe non solo perdere fatturato, ma essere costretti a rivedere i livelli occupazionali.

Le nostre indagini sul sentiment dei consumatori per il 2026 dicono che il 47% è pronto a riorganizzare la spesa durante la settimana, ma c'è un 53% che invece la domenica vuole trovare aperto. Serve dunque un accordo di settore con le organizzazioni datoriali e il Governo: tre italiani su quattro sono favorevoli a una legge che regolamenti le aperture».

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Passiamo al lato economico: si parla di un recupero di efficienza enorme grazie alle chiusure. Concretamente, quanto di questo “tesoretto” diventerebbe uno sconto nel carrello della spesa per i cittadini?

«Abbiamo stimato che i risparmi per le imprese potrebbero superare i due miliardi di euro. Una parte di queste risorse andrebbe certamente reinvestita per essere più competitivi e offrire politiche di prezzo migliori. Nel 2026 il PIL crescerà ancora dello “zero virgola” e le tensioni geopolitiche spingono le persone a risparmiare piuttosto che a spendere. La nostra missione è tutelare il potere d'acquisto dei soci: recuperare produttività nei sei giorni di apertura ci permetterebbe di garantire prodotti al prezzo più giusto possibile».

Colazione da Coop, racconti e assaggi dei nuovi prodotti a marchio all'ingresso del supermercato Coop di via Arona a Milano, 19 maggio 2022.ANSA/MOURAD BALTI TOUATI
Colazione da Coop, racconti e assaggi dei nuovi prodotti a marchio all'ingresso del supermercato Coop di via Arona a Milano, 19 maggio 2022.ANSA/MOURAD BALTI TOUATI
Persone che fanno la spesa in un negozio Coop (ANSA)

Chiudere i negozi fisici la domenica non rischia di lanciare un assist definitivo alle piattaforme online come Amazon o Glovo, che non si fermano mai?

«Chi fa la spesa online la domenica, la riceve comunque il lunedì. Il problema dell'e-commerce non è la domenica, ma la mancata tassazione dei profitti. C'è una concorrenza sleale che dura sette giorni su sette, non solo nei festivi. Nascondersi dietro la quota risibile di alimentare consegnato la domenica fa torto alla complessità della sfida che le reti fisiche stanno affrontando sul piano fiscale e fiscale con i giganti del web».