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giovedì 09 luglio 2020
 
 

Coronavirus e ultimi: la stanza e la distanza

15/04/2020  Le misure per contrastare l'epidemia prevedono la "rarefazione" sociale, lo "stare a casa". Ma per chi la casa non ce l'ha? Per i senza fissa dimora? Per chi dorme in squallidi tuguri o in affollati centri d'accoglienza?

clochard  "distanziati" a Las Vegas
clochard "distanziati" a Las Vegas

Ha dovuto prendere la penna in mano Cristina Avonto, la presidente della Fio.psd, la “Federazione italiana organismi per le persone senza dimora”, e scrivere un’accorata lettera ai ministri del Lavoro e delle Politiche sociali per chiedere di far cessare multe e denunce ai senza dimora intercettati in strada. "Ma dove avrebbero dovuto andare?" ci chiediamo, con lei. “A queste condizioni – continua la missiva -  è per loro impossibile, e non per colpa loro, rispettare le indicazioni dei Dpcm e delle ordinanze regionali, non possono restare a casa perché non hanno una casa”. E ancora: “Aggiungere a tutto ciò l’umiliazione della multa o della denuncia è un atto inutile e disumano; inutile perché non potrà portare a nulla se non un costo burocratico per il Paese, disumano perché contro i principi di umanità e di rispetto verso la sofferenza e le condizioni di vita”.

   Lascia l’amaro in bocca constatare che si deve arrivare a richiedere l’intervento di due ministri della Repubblica per far comprendere una cosa che anche un bambino capisce e, cioè, che chi non ha casa, evidentemente, non può “restare in casa”.

   A ricordarcelo a modo suo, don Nandino, un amico prete, parroco a Marghera, il quale ha riportato nel suo profilo fb le amare parole  di uno dei numerosi ospiti della mensa dei poveri di Ca’ Letizia di Mestre. Scrive l’anonimo clochard: “E’ rimasto solo  il Padreterno a preoccuparsi della nostra vita e della nostra morte. Soffriamo come tutti e non pretendiamo che ci sia lavoro adesso che vediamo tutti in crisi. Ci basterebbe un tetto dove restare di giorno e di notte con una tv accesa, come avete voi nella vostra casa. La polizia fa bene a fermarci per strada e ci parlano di un modulo da scaricare, dimenticando che ci vorrebbero pc, connessione, stampante e soprattutto quella casa in cui siamo invitati a restare sempre. Non abbiamo neanche la possibilità di usare un wc chimico; hanno chiuso tutti i bar e anche noi abbiamo ancora una dignità. Vorremmo anche noi sentirci come tutti e fare questa quarantena senza pericolo per gli altri e per noi. Ma forse non siamo degni nemmeno di farla, destinati a sopravvivere solo grazie a quel Padreterno che ci guarda dall’alto e a tanti amici veri che non ci hanno abbandonato senza un piatto caldo, all’ultima mensa rimasta aperta, quella della Caritas”.Qui, per garantire il distanziamento, in poche ore hanno allestito una tensiostruttura  che permette agli ospiti di consumare il pasto in sicurezza.

    Per affamare il virus, giustamente dobbiamo imporci la distanza sociale. Siamo tutti convinti, tranne i soliti idioti, bastiancontrari e furbetti della “seconda casa”, che la rarefazione sociale sia lo strumento necessario per contrastare l’epidemia. Per molti di noi non è poi così arduo, sebbene comporti una serie di sacrifici e di privazioni della nostra libertà personale.

   Ma non può mettere “distanza” chi non ha neanche una stanza. Chi è senza tetto, chi dorme sotto i cartoni agli angoli delle strade, nei giardinetti o nei sottopassi delle tangenziali, o ancora ammassato in fetidi capannoni e tuguri di periferia; chi vive nei centri straordinari d’accoglienza o nei cameroni  dei dormitori pubblici non può fare distanza tra sé e gli altri, né, a sua volta, chiederne. Pertanto, il paradosso è che coloro che vivono spesso privi di misure basilari di protezione dal contagio, non per colpa loro, sarebbero pure dei fuorilegge, seguendo alla lettera le misure del legislatore.

   Sono più di 55.000 nel nostro Paese le persone senza dimora, che vivono in alloggi precari, in condizioni di promiscuità, ricorda la Fio.psd.  Sono connazionali e stranieri: precarizzati, licenziati, sbandati, sputati fuori dal sistema, con fragilità psichiche e dipendenze,  migranti usciti dai sistemi d’accoglienza, minori non accompagnati diventati maggiorenni nel momento sbagliato. Sono i “sospesi” che il coronavirus ha reso ancor più sospesi. Quelli che  distanziamento,  lookdown, droplet hanno spinto ancor più sull’orlo del precipizio. Perché in questo periodo di emergenza “coronavirus” i loro problemi vengono accentuati dalla solitudine, dalle chiusura o limitazione di servizi essenziali (pasti caldi, mense al coperto, docce, centri di ascolto), dalla carenza di informazioni e di strumenti per prevenire la diffusione della pandemia. Non a caso, in questi giorni, le denunce delle situazioni al limite per l’inadeguatezza delle strutture di fronte all'emergenza sanitaria si sono moltiplicate. L’ultima è stata quella della Cooperativa Sociale Stranaidea, di Torino,  che ha lanciato l’allarme per la Casa di Ospitalità Notturna di Via Reiss Romoli, dove sono stati  trovati positivi al covid-19 sia ospiti che operatori. E’ solo la cronaca di un focolaio annunciato, dormendo in sei per stanza, a molto meno di un metro  di distanza, dopo aver vagato per le strade tutto il giorno, come hanno raccontato gli ospiti.

   Eppure bastava andare a leggere le eloquenti considerazioni, raccolte in un appello diffuso  settimane or sono dall’Asgi l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, con cui 240 associazioni (tra cui Fondazione Migrantes, Libera, Pax Christi, Focsiv, Legambiente, Gruppo Abele) segnalavano la condizione dei richiedenti asilo e dei senza fissa dimora, privi di effettiva tutela, compresi gli strumenti minimi di contenimento, dalle mascherine  ai guanti, e la necessità urgente di garantire adeguati dispositivi di protezione e incentivare soluzioni d’alloggio e accoglienza emergenziali. A meno che non si voglia risolvere il problema come s'è fatto a Las Vegas, negli Stati Uniti dove, per distanziare 500 clochard, non s'è trovato di meglio che segregarli in un parcheggio, sbattuti sull'asfalto, separati dalle strisce bianche, come fossero automobili.

   Imporci le “distanze” non significa immunizzarci dalla capacità di vedere fino ai margini del villaggio, per uscirne tutti assieme. Nè tantomeno immunizzarci dalla solidarietà verso chi sta ancora fuori “stanza”.

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