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lunedì 21 giugno 2021
 
La testimonianza di un prete sierraleonese
 

«Il mio Paese è in ginocchio»

09/10/2014  Don Francis Sesay è originario della Sierra Leone. È in Italia per studiare, a Milano. Per tutta agosto è stato nel suo Paese per dare una mano alla sua gente a fermare l’epidemia. Ecco la sua testimonianza.

Dagli Usa arriva la notizia della morte del paziente “0”, il primo malato morto in America. È successo a Dallas: l’uomo, appena sbarcato dalla Liberia, si è presenta all’ospedale con febbre alta, ma i medici non hanno riconosciuto i sintomi, rimandandolo a casa senza sospetti. Solo dopo otto giorni viene ricoverato in isolamento: prima aveva fatto una vita normale, entrando in contatto con molte persone.

Ma il pericolo ebola è più vicino anche a noi. C’è il primo contagio in terra europea, quello dell’infermiera spagnola Teresa Romero, che ha contratto il virus in Spagna, nell’ospedale di Madrid dove era stato ricoverato il medico missionario dei Fatebenefratelli, fra Manuel Garcia Viejo, ammalatosi in Sierra Leone e morto lo scorso 26 settembre. Ucciso dal male anche l’altro missionario rimpatriato insieme a lui.

Pare che Teresa sia stata contagiata curando fra Manuel: il virus ha beffato tutti gli standard di sicurezza della sanità spagnola. Di fatto, si è propagato in ospedale e, senza che nessuno lo immaginasse, ne è uscito, dentro il sangue dell’infermiera. È stato in metropolitana con la donna, al supermercato, a casa di amici, con altri pazienti e colleghi.  Sono ora sotto osservazione anche altre due infermiere (una sposata e con due figli piccoli) e 52 persone entrate in contatto con Teresa, tra cui il marito.

Ma c’è chi sente l’ebola “in Europa” fin dai primi casi di contagio di mesi fa. È don Francis Sesay, che dal 2012 si alterna tra la parrocchia di San Maurizio al Lambro di Cologno Monzese (MI) e le aule dell’Università Cattolica di Milano, dove frequenta il master in “Competenze interculturali”.

Ultimamente, però, a don Francis «è passata la voglia di studiare». Il pensiero corre sempre alla sua Diocesi di Makeni, la zona della Sierra Leone più colpita dall’ebola. In tutto il Paese, al 5 ottobre si contavano 2.437 casi di contagio e 623 morti, mentre negli Stati vicini i deceduti erano 2.069 in Liberia, 739 in Guinea, 8 in Nigeria e 1 in Senegal (39 in Congo ma di un ceppo virale diverso).

Nonostante il rischio non fosse inesistente, don Francis ha trascorso a Makeni l’intero mese di agosto: ha visto «un paese impaurito e immobilizzato», in cui la Chiesa, ma anche gli imam musulmani, provano a tenere viva la speranza delle persone. Infine, lancia un appello ai credenti: «Pregate insieme a noi».

Don Francis Sesay.
Don Francis Sesay.

– Che situazione hai trovato ad agosto?

«Un paese isolato di 6 milioni di impauriti e purtroppo la chiara sensazione che la situazione stia peggiorando. È più difficile anche rispetto agli anni della guerra che ha devastato la Sierra Leone (1991-2002): allora, almeno potevi sentire il suono dei fucili e scappare. Il virus invece non lo avverti, non sai chi e come è venuto in contatto. Aspetti come in attesa della morte: pochi minuti fa ho saputo che un caro amico, il medico della mia città, è deceduto. Le persone sospettano gli uni degli altri, non sai se l’ebola è entrata nella casa dei tuoi vicini. La povertà inoltre non aiuta: basti pensare che da noi è normale scambiarsi i vestiti in famiglia o che c’è un medico ogni 100 mila persone e ne sono già morti 8 per il contagio».

– Come le autorità nazionali stanno reagendo?

«Al momento l’ebola è una malattia incurabile, puoi solo prevenirla. Quando in una casa vi è un morto, tutti gli abitanti della famiglia vengono messi in quarantena per 21 giorni, rinnovabili di altri 21 in caso di un ulteriore decesso. La scorsa settimana, il Governo ha lanciato l’iniziativa “Stay at home days”, una specie di coprifuoco per la popolazione, che è dovuta rimanere tra le mura domestiche per tre giorni. Trentamila giovani volontari hanno girato di casa in casa, informano sulle modalità per prevenire il contagio e sull’importanza di isolare i malati nei centri appositi. Hanno scoperto 150 contagiati di ebola, in alcuni casi già deceduti, nascosti nelle case. Spesso le persone non vogliono portare i malati in ospedale perché poi non possono riprendere i cadaveri, lavarli come da tradizione e celebrare i funerali».

– Tutto è fermo, questo diventa un problema anche per l’economia?

«Sì, l’isolamento è quasi totale, né voli, né navi arrivano in Sierra Leone. L’economia è bloccata: non ci sono più turisti, le scuole sono chiuse, nelle miniere non si estrae più nulla. In un Paese che dipende per il 70% dall’agricoltura, i contadini non sono in grado di lavorare nei campi. Nella mia diocesi, alimenti base come la manioca hanno un prezzo altissimo (nei mercati della capitale liberiana Monrovia è cresciuto del 150%, ndr); il mio popolo, chiuso in casa, sta soffrendo la fame».

– La Chiesa come sta affrontando la situazione?

«La Chiesa cattolica, ma anche le altre comunità religiose, stanno aiutando a sensibilizzare sulle norme igieniche per prevenire il contagio. Le Caritas e le San Vincenzo de Paoli locali, insieme ad altre associazioni, cercano di portare cibo alle vittime dell’epidemia, soprattutto agli orfani e alle vedove. Attività come il catechismo e le scuole cattoliche sono chiuse, mentre le Messe si continuano a celebrare con alcune precauzioni: lo scambio della pace è sospeso, i sacerdoti distribuiscono l’eucarestia con guanti e senza toccare le mani dei fedeli. La cosa più importante è però la preghiera. Abbiamo composto delle invocazioni speciali per l’assistenza divina nella nostra lotta contro l’epidemia, che si recitano in ogni messa in tutta la Sierra Leone; alcune preghiere, sempre senza contatti fisici, sono animate dal Rinnovamento carismatico. Ma ci sono anche momenti di preghiera comuni dei cristiani con i musulmani, guidati dal sacerdote e dall’imam insieme: la convivenza tra le religioni è uno dei tratti della Sierra Leone di cui andiamo più fieri. In ogni caso, di fronte a gente disperata e che si sente abbandonata, la Chiesa prova a testimoniare lo stare accanto alla Croce con speranza. Abbiamo avuto anche delle vittime per il virus: oltre ad alcuni laici impegnati nelle nostre parrocchie, il 26 settembre è morto lo spagnolo padre Manuel Garcia Viejo dei Fatebenefratelli, che lavorava come chirurgo».

– E lei, da Cologno Monzese, come vive quello che sta accadendo in Sierra Leone?

«Non è facile, mi è passata la voglia di studiare, non riesco a concentrarmi perché il pensiero va sempre alla mia diocesi. Finora, conto 16 morti tra amici e parenti; quando suona il cellulare, tremo al pensiero di brutte notizie. Da qui, dall’Europa, fa male vedere l’indifferenza attorno al dramma dell’ebola, forse troppo lontano, quasi si pensi «cosa c’entro io con l’Africa?», mentre invece la minaccia è globale. Con alcuni amici italiani abbiamo costituito l’associazione “Amici dei Malati e dei Bambini per l’Africa” (www.ambaonlus.org) per inviare degli aiuti, ma soprattutto la preghiera diventa il modo per unirmi, lottare e sperare con la mia diocesi. Lo chiedo anche a voi, pregate per la salvezza della Sierra Leone e dell’Africa».

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