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martedì 26 gennaio 2021
 
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Il nonno e la badante: basta ai matrimoni di comodo

21/07/2016  Alcune riflessioni (critiche) sulla recente sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato le decurtazioni delle pensioni di reversibilità in certi casi. Non era toccato il principio di solidarietà e le casse pubbliche tiravano un po' il fiato. Così, invece...

La sede della Corte Costituzionale. Foto dell'agenzia Ansa.
La sede della Corte Costituzionale. Foto dell'agenzia Ansa.

Ha avuto un riscontro molto limitato sugli organi di informazione una recente sentenza della Corte Costituzionale (n. 174/2016) che ha dichiarato incostituzionale la norma, contenuta in un decreto legge del 2011, che prevedeva la decurtazione della pensione di reversibilità nel caso dei cosiddetti “matrimoni di comodo”, quali quelli in cui giovani donne, spesso badanti o ex-badanti, avessero sposato uomini molto più anziani di loro, proprio in vista del prevedibile imminente materializzarsi dell’assegno di reversibilità, a seguito della scomparsa del coniuge.

Cosa prevedeva tale norma? In estrema sintesi, se il deceduto aveva contratto matrimonio dopo i 70 anni, se tra i due vi era una differenza di età di almeno 20 anni, e se il matrimonio fosse durato meno di 10 anni, il trattamento di reversibilità sarebbe stato decurtato del 10% per ogni anno di matrimonio mancante al limite dei dieci. In caso di presenza di figli minori, studenti o inabili il taglio non sarebbe stato effettuato. La Corte ha stabilito che tale norma introduceva una regolamentazione irragionevole,  incoerente con il fondamento solidaristico della pensione di reversibilità. Secondo la Consulta, la prestazione in oggetto non può essere collegata a elementi esterni al matrimonio, quale la sua durata. Inoltre, essa non terrebbe in debito conto l’allungamento della vita e l’evoluzione dei costumi.

Con tutto il rispetto dovuto alla nostra massima istituzione di garanzia, ci sia permesso formulare qualche domanda ed esprimere la nostra perplessità su questa (ennesima) sentenza avente a tema le pensioni, questione sulla quale sembra sempre più difficile riuscire a intaccare i privilegi piccoli e grandi che vi si annidano. Innanzitutto, se la finalità dell’assegno di reversibilità è solidaristico, sarebbe interessante capire cosa trovano i nostri giudici costituzionali, di solidaristico, nella trentenne che impalma uno sprovveduto ottantenne, di stato libero, che inopinatamente dopo qualche mese – ci si passi il termine –  tira le cuoia, mentre la nostra trentenne continuerà a vivere mantenuta dalla collettività per svariati decenni, proprio a causa di quell’allungamento della vita citato dai giudici. La solidarietà, ci pare, deve essere giustamente tirata in ballo quando i due hanno condiviso un’intera vita di fatiche, cure, impegni e gratuito aiuto vicendevole; o quando le sfortune della vita privano troppo presto uno dei due del sostegno del partner.

In secondo luogo, troviamo molto più irragionevole lasciare che qualcuno ancora perfettamente in gradi di lavorare e mantenersi da sé pesi sulla collettività, piuttosto che cercare di impedirglielo attraverso una normativa ben articolata, che prevedeva limiti precisi e in fondo ampiamente garantista: l’assegno di reversibilità non veniva eliminato, bensì ridotto, proporzionando la solidarietà all’effettiva durata della condivisione di vita. Se situiamo queste considerazioni – ed è ciò che ci preme maggiormente – sullo sfondo della situazione dei nostri conti pensionistici, lo sconcerto non fa che crescere. E sì, perché i nostri giudici costituzionali dovrebbero sapere che  la spesa pensionistica dell’Italia non ha eguali in Europa: ogni 100 euro di spesa sociale, noi ne versiamo oltre 60 in pensioni, mentre la media europea è di circa 45; nello specifico della reversibilità, noi allochiamo quasi 10 euro ogni cento, in Europa poco meno di 6. Tradotto in soldoni, significa che noi rispetto alla media europea ogni anno abbiamo una sessantina di miliardi (una dozzina dei quali dovuti alla reversibilità) in meno per tutti gli altri capitoli della spesa sociale, e in particolare per le famiglie, i giovani, la casa, le nascite che calano a picco. Sia chiaro che non si tratta di togliere tutele e appunto solidarietà a chi ne è pienamente titolato, ma perché deve essere impedito, con motivazioni che francamente troviamo poco sostenibili e  molto “politiche”, di combattere l’abuso di queste (preziose) tutele?

Pietro Boffi,
Centro internazionale studi famiglia

 


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