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domenica 26 giugno 2022
 
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«Alla religiosità ipocrita e moralistica Dio preferisce la protesta di Giobbe»

18/05/2022  Francesco all’udienza generale parla del mistero del dolore e cita la pandemia, la guerra in Ucraina e i genitori dei figli disabili: «Esiste una sorta di diritto della vittima alla protesta, nei confronti del mistero del male, diritto che Dio concede a chiunque, anzi, che è Lui stesso a ispirare. Dio ci preservi da quella religiosità di precetti che ci dà una certa presunzione e ti porta al fariseismo e all’ipocrisia»

«Possiamo giustificare questi “eccessi” come una superiore razionalità della natura e della storia? Possiamo benedirli religiosamente come giustificata risposta alle colpe delle vittime, che se li sono meritati? No, non possiamo».

Papa Francesco all’udienza generale in piazza San Pietro parla del male e del dolore e cita la pandemia e la guerra in Ucraina associandoli alla testimonianza di vecchi come Giobbe, che prima grida la sua protesta contro il “mistero del male” ma poi è sicuro che il Signore, nella sua tenerezza, gli renderà giustizia. Bergoglio, proseguendo le catechesi sulla vecchiaia, evidenzia che talvolta «su una persona, su una famiglia o su un popolo si abbattono prove troppo pesanti, sproporzionate rispetto alla piccolezza e fragilità umana. Nella vita spesso, come si dice, “piove sul bagnato”. E alcune persone sono travolte da una somma di mali che appare veramente eccessiva e ingiusta. Tutti», aggiunge, «abbiamo conosciuto persone così. Siamo stati impressionati dal loro grido, ma spesso siamo anche rimasti ammirati di fronte alla fermezza della loro fede e del loro amore nel silenzio. Penso ai genitori di bambini con gravi disabilità: avete pensato ai genitori di bambini con grave disabilità? Tutta la vita… Penso a chi vive un'infermità permanente o al familiare che sta accanto... Situazioni spesso aggravate dalla scarsità di risorse economiche».

Per il Papa in questi casi «esiste una sorta di diritto della vittima alla protesta, nei confronti del mistero del male, diritto che Dio concede a chiunque, anzi, che è Lui stesso, in fondo, a ispirare».

Il Pontefice definisce il Libro di Giobbe, inserito nell’Antico Testamento, «un vertice della letteratura universale» e il patriarca un «testimone della fede che non accetta una “caricatura”’ di Dio, ma grida la sua protesta di fronte al male, finché Dio risponda e riveli il suo volto». E Dio alla fine risponde, sottolinea Francesco, «in modo sorprendente: mostra a Giobbe la sua gloria ma senza schiacciarlo, anzi, con sovrana tenerezza». E invita a cogliere la forza del grido di Giobbe: «Ci farà bene», dice, «metterci alla sua scuola, per vincere la tentazione del moralismo davanti all’esasperazione e all’avvilimento per il dolore di aver perso tutto. Noi ricordiamo la storia? Giobbe che perde tutto nella vita, perde le ricchezze, perde la famiglia, perde il figlio e anche perde la salute e rimane lì, piagato, in dialogo con tre amici, poi un quarto, che vengono a salutarlo».

Quando Dio prende la parola, aggiunge il Pontefice, loda Giobbe «perché ha compreso il mistero della tenerezza di Dio nascosta dietro il suo silenzio». Ma rimprovera i suoi amici «che presumevano di sapere tutto, di Dio e del dolore, e, venuti per consolare Giobbe, avevano finito per giudicarlo con i loro schemi precostituiti. Dio», è l’accorato auspicio del Papa, «ci preservi da questo pietismo ipocrita e presuntuoso! Da quella religiosità moralistica e quella religiosità di precetti che ci dà una certa presunzione e ti porta al fariseismo e all’ipocrisia».

«Dio ascolta il grido di Giobbe»

  

Francesco sottolinea che «la protesta è un modo di pregare, quando i bambini, i ragazzi, protestano contro i genitori è un modo di attirare l'attenzione. Dio non si spaventa di questa protesta». Il Papa ha allora lanciato un invito ai fedeli: «Sii libero, sii libera nella tua preghiera», senza «schemi preconcetti». «Il "silenzio di Dio", nel primo momento del dramma, significa questo. Dio non si sottrarrà al confronto, ma all'inizio lascia a Giobbe lo sfogo della sua protesta. E Dio ascolta. Forse, a volte, dovremmo imparare da Dio questo rispetto e questa tenerezza. E a Dio non piace quella enciclopedia – chiamiamola così – di spiegazioni, di riflessione che fanno gli amici di Giobbe».

Perché, chiarisce Bergoglio, «quello è succo di lingua, che non è giusto: è quella religiosità che spiega tutto, ma il cuore rimane freddo. A Dio non piace, questo. Piace più la protesta di Giobbe o il silenzio di Giobbe». Alla fine, sottolinea, la professione di fede di Giobbe, un «incessante appello a Dio, a una giustizia suprema” si completa con l’esperienza quasi mistica che gli fa dire: “Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto”».

Francesco spiega che «il punto di svolta della conversione della fede avviene proprio al culmine dello sfogo di Giobbe», quando si dice sicuro che alla fine i suoi occhi vedranno Dio, come il suo “Vendicatore” e non da straniero. Un passaggio che Il Pontefice definisce bellissimo, e che gli ricorda «la fine di quell’"oratorio geniale" di Haendel, il Messia, dopo quella festa dell’Alleluja lentamente il soprano canta questo passaggio: “Io so che il mio Redentore vive”. E interpreta così le parole del patriarca: “Mio Dio, io so che Tu non sei il Persecutore. Il mio Dio verrà e mi renderà giustizia”. È la fede semplice nella risurrezione di Dio».

Il Papa, parlando del mistero del dolore di cui è vittima Giobbe, stigmatizza anche quegli «uomini di religione» che «confondono il persecutore con la vittima. I vecchi», sottolinea, «ne hanno viste tante nella vita! E hanno visto anche l'inconsistenza delle promesse degli uomini. Uomini di legge, uomini di scienza, uomini di religione persino, che confondono il persecutore con la vittima, imputando a questa la responsabilità piena del proprio dolore. Si sbagliano. I vecchi che trovano la strada di questa testimonianza, che converte il risentimento per la perdita nella tenacia per l'attesa della promessa di Dio, sono un presidio insostituibile per la comunità nell'affrontare l'eccesso del male».

 
 
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