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venerdì 30 ottobre 2020
 
Il Papa
 

«La vita religiosa è saper vedere cosa conta davvero nella vita»

01/02/2020  Francesco a San Pietro celebra la Messa per i religiosi: «La vita consacrata, se resta salda nell’amore del Signore, vede che la povertà non è uno sforzo titanico, ma una libertà superiore, che ci regala Dio e gli altri come le vere ricchezze. Vede che la castità non è una sterilità austera, ma la via per amare senza possedere. Vede che l’obbedienza non è disciplina, ma la vittoria sulla nostra anarchia nello stile di Gesù»

La Basilica di San Pietro completamente al buio rischiarata solo dalla luce delle candele sorrette dal Papa e da migliaia di religiosi e religiose che raggiungono in processione l’altare della Cattedra. È il rito, profondamente suggestivo, che apre la Messa solenne alla vigilia della festa della Presentazione di Gesù al Tempio e della XXIV Giornata mondiale della vita consacrata che si celebrano, ogni anno, il 2 febbraio, quaranta giorni dopo Natale.

Papa Francesco, nell’omelia, si sofferma sul senso della vocazione e fa subito un parallelo tra il vecchio Simeone, che nel Vangelo di Luca guardando a Gesù Bambino, afferma «I miei occhi han visto la tua salvezza», e i religiosi: «Anche voi, cari fratelli e sorelle consacrati, come il vecchio Simeone siete uomini e donne semplici che avete visto il tesoro che vale più di tutti gli averi del mondo. Per esso avete lasciato cose preziose, come i beni, come crearvi una famiglia vostra. Perché l’avete fatto? Perché vi siete innamorati di Gesù, avete visto tutto in Lui e, rapiti dal suo sguardo, avete lasciato il resto. La vita consacrata è questa visione», spiega Francesco, «è vedere quel che conta nella vita. È accogliere il dono del Signore a braccia aperte, come fece Simeone. Ecco che cosa vedono gli occhi dei consacrati: la grazia di Dio riversata nelle loro mani. Il consacrato è colui che ogni giorno si guarda e dice: “Tutto è dono, tutto è grazia”. Cari fratelli e sorelle, non ci siamo meritati la vita religiosa, è un dono di amore che abbiamo ricevuto».

Il Pontefice sottolinea che «tra tutti gli uomini che stavano al tempio quel giorno, solo Simeone vide in Gesù il Salvatore. Che cosa vide? Un bambino: un piccolo, fragile e semplice bambino», spiega, «ma lì vide la salvezza, perché lo Spirito Santo gli fece riconoscere in quel tenero neonato “il Cristo del Signore”. Prendendolo tra le braccia percepì, nella fede, che in Lui Dio portava a compimento le sue promesse. E allora lui, Simeone, poteva andare in pace: aveva visto la grazia che vale più della vita e non attendeva altro».

«La vita consacrata, quando non ruota più attorno alla grazia di Dio, si ripiega sull’io»

La frase di Simeone, “I miei occhi han visto la tua salvezza” sono, prosegue il Papa, «le parole che ripetiamo ogni sera a Compieta. Con esse concludiamo la giornata dicendo: “Signore, la mia salvezza viene da Te, le mie mani non sono vuote, ma piene della tua grazia”. Saper vedere la grazia è il punto di partenza. Guardare indietro, rileggere la propria storia e vedervi il dono fedele di Dio: non solo nei grandi momenti della vita, ma anche nelle fragilità, nelle debolezze, nelle miserie. Il tentatore, il diavolo», mette in guardia papa Francesco, «insiste proprio sulle nostre miserie, sulle nostre mani vuote: “In tanti anni non sei migliorato, non hai realizzato quel che potevi, non ti han lasciato fare quello per cui eri portato, non sei stato sempre fedele, non sei capace...”. Noi vediamo che ciò in parte è vero e andiamo dietro a pensieri e sentimenti che ci disorientano. E rischiamo di perdere la bussola, che è la gratuità di Dio. Perché Dio sempre ci ama e si dona a noi, anche nelle nostre miserie. Quando teniamo lo sguardo fisso in Lui, ci apriamo al perdono che ci rinnova e veniamo confermati dalla sua fedelta»̀.

Papa Francesco afferma che sulla vita religiosa incombe questa tentazione: avere uno sguardo mondano». Cosa vuol dire? «È lo sguardo che non vede più la grazia di Dio come protagonista della vita e va in cerca di qualche surrogato: un po’ di successo, una consolazione affettiva, fare finalmente quello che voglio», spiega, «ma la vita consacrata, quando non ruota più attorno alla grazia di Dio, si ripiega sull’io. Perde slancio, si adagia, ristagna. E sappiamo che cosa succede: si reclamano i propri spazi e i propri diritti, ci si lascia trascinare da pettegolezzi e malignità, ci si sdegna per ogni piccola cosa che non va e si intonano le litanie del lamento: sui fratelli, sulle sorelle, sulla comunità, sulla Chiesa, sulla società. Non si vede più il Signore in ogni cosa, ma solo il mondo con le sue dinamiche, e il cuore si rattrappisce. Così si diventa abitudinari e pragmatici, mentre dentro aumentano tristezza e sfiducia, che degenerano in rassegnazione. Ecco a che cosa porta lo sguardo mondano».

Occorre, come Simeone, lo Spirito Santo per andare avanti: «La vita consacrata, se resta salda nell’amore del Signore, vede la bellezza», afferma ancora il Papa, «vede che la povertà non è uno sforzo titanico, ma una libertà superiore, che ci regala Dio e gli altri come le vere ricchezze. Vede che la castità non è una sterilità austera, ma la via per amare senza possedere. Vede che l’obbedienza non è disciplina, ma la vittoria sulla nostra anarchia nello stile di Gesù».

«Lo sguardo dei consacrati non può che essere uno sguardo di speranza»

  

Poi, a braccio, racconta un aneddoto che esemplifica quanto detto prima: «In una delle terre terremotate, in Italia - parlando di povertà e di vita comunitaria - c’era un monastero benedettino andato distrutto e un altro monastero ha invitato le suore a traslocarsi da loro. Ma sono rimaste lì poco tempo: non erano felici, pensavano al posto che avevano lasciato, alla gente di là. E alla fine hanno deciso di tornare e fare il monastero in due roulotte. Invece di essere in un grande monastero, comode, erano come le pulci, lì, tutti insieme, ma felici nella povertà. Questo è successo in questo ultimo anno. Una cosa bella».

Infine, Bergoglio si sofferma sulla definizione che dà di sé lo stesso Simeone: servo. «Chi tiene lo sguardo su Gesù impara a vivere per servire», ricorda il Papa, «non aspetta che comincino gli altri, ma si mette in cerca del prossimo, come Simeone che cercava Gesù nel tempio. Nella vita consacrata dove si trova il prossimo? Anzitutto nella propria comunità. Va chiesta la grazia di saper cercare Gesù nei fratelli e nelle sorelle che abbiamo ricevuto. È lì che si inizia a mettere in pratica la carità: nel posto dove vivi, accogliendo i fratelli e le sorelle con le loro povertà, come Simeone accolse Gesù semplice e povero. Oggi, tanti vedono negli altri solo ostacoli e complicazioni. C’è bisogno di sguardi che cerchino il prossimo, che avvicinino chi è distante. I religiosi e le religiose, uomini e donne che vivono per imitare Gesù, sono chiamati a immettere nel mondo il suo stesso sguardo, lo sguardo della compassione, lo sguardo che va in cerca dei lontani; che non condanna, ma incoraggia, libera, consola».

Il Pontefice chiede a tutti i religiosi di ispirarsi agli occhi di Simeone che, precisa, «han visto la salvezza perché la aspettavano. Erano occhi che attendevano, che speravano. Cercavano la luce e videro la luce delle genti. Erano occhi anziani, ma accesi di speranza», spiega, «lo sguardo dei consacrati non può che essere uno sguardo di speranza. Saper sperare. Guardandosi attorno, è facile perdere la speranza: le cose che non vanno, il calo delle vocazioni... Incombe ancora la tentazione dello sguardo mondano, che azzera la speranza. Ma guardiamo al Vangelo e vediamo Simeone e Anna: erano anziani, soli, eppure non avevano perso la speranza, perché stavano a contatto col Signore». E conclude: «Ringraziamo Dio per il dono della vita consacrata e chiediamo uno sguardo nuovo, che sa vedere la grazia, che sa cercare il prossimo, che sa sperare. Allora anche i nostri occhi vedranno la salvezza».

Il saluto del cardinale João Braz de Aviz,

Al termine della Messa prende la parola il cardinale João Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica: «Questo», dice rivolgendosi al Pontefice, «è un momento unico per manifestare il nostro essere Chiesa ''cum Petro'' e ''sub Petro'' nella sua persona senza lasciarci influenzare dalle turbolenze che ogni tanto ritornano nella vita della Chiesa, come accade ora».

Ricorda che «viviamo un momento di diminuzione accentuata della vita consacrata in alcuni continenti, sia per l'invecchiamento delle persone, che per la scarsità di vocazioni, come anche per il grande numero di quelli che escono, che lasciano i voti assunti e questo a tutte le età». E spiega che la «riforma della Chiesa che lei ha messo in atto, noi lo sappiamo, richiede anche la riforma della vita consacrata. Seguendo la parola di Gesù, che nel 2015 lei ci ha ricordato, abbiamo cercato di identificare gli otri nuovi necessari oggi alla vita consacrata per contenere il vino nuovo che è Gesù. Li abbiamo identificati in modo particolare nel risignificare la formazione, nel curare con premura la vita fraterna in comunità, tenendo conto dell’importanza delle dimensioni umana e spirituale in modo particolare. In questo senso va rivisto il modo di vivere l’obbedienza e l’autorità, ma anche la necessaria complementarietà tra maschile e femminile anche per la vita consacrata». Infine, ricorda che «oggi la vita consacrata ha necessità di essere più preparata nella scienza economica e allo stesso tempo ha bisogno di ritornare alla testimonianza evangelica nel possesso e uso dei beni per poter amministrarli come beni della Chiesa».

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