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venerdì 12 agosto 2022
 
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Il Papa: «Le scuole residenziali una catastrofe incompatibile con il Vangelo»

25/07/2022  Il viaggio di Francesco in Canada comincia con la richiesta di perdono ai popoli indigeni per la vergogna e il dolore causato a tante famiglie e tanti bambini costretti forzatamente a lasciare la propria cultura

Il viaggio in Canada comincia con una visita al cimitero. Papa Francesco, accompagnato da alcuni anziani nativi delle popolazioni First Nations, Métis e Inuit, si raccoglie in preghiera davanti alle tombe del cimitero di Ermineskin, una delle scuole residenziali in cui furono perpetrati gli abusi, per poi proseguire fino al Bear Park Pow-Wow Grounds. Qui viene accolto da una delegazione di capi indigeni provenienti da tutto il Paese e ascolta il discorso di benvenuto di Aquila D’Oro. Poi parla in spagnolo, tradotto in inglese.

Il Papa parla di «guarigione e di riconciliazione», di un viaggio che è «un pellegrinaggio penitenziale». Il Papa è arrivato fino in Canada per dire «di persona che sono addolorato, per implorare da Dio perdono». Ricorda i mocassini che le popolazioni indigene gli avevano portato a Roma, quattro mesi fa, «segno della sofferenza patita dai bambini indigeni, in particolare da quanti purtroppo non fecero più ritorno a casa dalle scuole residenziali. Mi era stato chiesto di restituire i mocassini una volta arrivato in Canada; lo farò al termine di queste parole, per le quali vorrei prendere spunto proprio da questo simbolo, che ha ravvivato in me nei mesi passati il dolore, l’indignazione e la vergogna. Il ricordo di quei bambini infonde afflizione ed esorta ad agire affinché ogni bambino sia trattato con amore, onore e rispetto. Ma quei mocassini ci parlano anche di un cammino, di un percorso che desideriamo fare insieme. Camminare insieme, pregare insieme, lavorare insieme, perché le sofferenze del passato lascino il posto a un futuro di giustizia, guarigione e riconciliazione».

Ed è per questo che il Papa ha cominciato il suo pellegrinaggio proprio in questa regione «che vede, da tempo immemorabile, la presenza delle popolazioni indigene. È un territorio che ci parla, che permette di fare memoria». Una memoria che ci dice che in questa terra si è vissuto «per migliaia di anni con stili di vita che hanno rispettato la terra stessa, ereditata dalle generazioni passate e custodita per quelle future». Il Pontefice dice ai nativi che loro hanno trattato questa terra come un dono del Creatore da condividere con gli altri. «Avete così imparato a nutrire un senso di famiglia e di comunità», dice Francesco, «e sviluppato legami saldi tra le generazioni, onorando gli anziani e prendendovi cura dei piccoli. Quante buone usanze e insegnamenti, incentrati sull’attenzione agli altri e sull’amore per la verità, sul coraggio e sul rispetto, sull’umiltà e sull’onestà, sulla sapienza di vita».

Ma la memoria porta anche il ricordo di cosa è successo dopo. Il Papa parla di «un grido di dolore, un urlo soffocato che mi ha accompagnato in questi mesi». Ripensa al dramma subito da tanti bambini e da tante famiglie per via delle scuole residenziali. «Sono traumi che, in un certo modo, rivivono ogni volta che vengono rievocati e mi rendo conto che anche il nostro incontro odierno può risvegliare ricordi e ferite, e che molti di voi potrebbero trovarsi in difficoltà mentre parlo. Ma è giusto fare memoria, perché la dimenticanza porta all’indifferenza e, come è stato detto, “l’opposto dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza”».

Il Papa ricorda il sistema di queste scuole residenziali delle esperienze devastanti avvenute nelle scuole residenziali colpisce, indigna, addolora, ma è necessario. È necessario ricordare come le politiche di assimilazione e di affrancamento, che comprendevano anche il sistema delle scuole residenziali, siano state devastanti «per la gente di queste terre. Quando i coloni europei vi arrivarono per la prima volta, c’era la grande opportunità di sviluppare un fecondo incontro tra culture, tradizioni e spiritualità. Ma in gran parte ciò non è avvenuto. E mi tornano alla mente i vostri racconti: di come le politiche di assimilazione hanno finito per emarginare sistematicamente i popoli indigeni; di come, anche attraverso il sistema delle scuole residenziali, le vostre lingue e culture sono state denigrate e soppresse; di come i bambini hanno subito abusi fisici e verbali, psicologici e spirituali; di come sono stati portati via dalle loro case quando erano piccini e di come ciò abbia segnato in modo indelebile il rapporto tra i genitori e i figli, i nonni e i nipoti».

Ringrazia, Bergoglio, per il dialogo che si è instaurato, «per avermi fatto entrare nel cuore tutto questo, per aver tirato fuori i pesanti fardelli che portate dentro, per aver condiviso con me questa memoria sanguinante. Oggi sono qui, in questa terra che, insieme a una memoria antica, custodisce le cicatrici di ferite ancora aperte. Sono qui perché il primo passo di questo pellegrinaggio penitenziale in mezzo a voi è quello di rinnovarvi la richiesta di perdono e di dirvi, di tutto cuore, che sono profondamente addolorato: chiedo perdono per i modi in cui, purtroppo, molti cristiani hanno sostenuto la mentalità colonizzatrice delle potenze che hanno oppresso i popoli indigeni. Sono addolorato. Chiedo perdono, in particolare, per i modi in cui molti membri della Chiesa e delle comunità religiose hanno cooperato, anche attraverso l’indifferenza, a quei progetti di distruzione culturale e assimilazione forzata dei governi dell’epoca, culminati nel sistema delle scuole residenziali».

Ci sono anche stati non pochi casi di carità e di dedizione ai bambini, ma «le conseguenze complessive delle politiche legate alle scuole residenziali sono state catastrofiche. Quello che la fede cristiana ci dice è che si è trattato di un errore devastante, incompatibile con il Vangelo di Gesù Cristo. Addolora sapere che quel terreno compatto di valori, lingua e cultura, che ha conferito alle vostre popolazioni un genuino senso di identità, è stato eroso, e che voi continuiate a pagarne gli effetti. Di fronte a questo male che indigna, la Chiesa si inginocchia dinanzi a Dio e implora il perdono per i peccati dei suoi figli».

La parola perdono risuona più volte: «Vorrei ribadirlo con vergogna e chiarezza: chiedo umilmente perdono per il male commesso da tanti cristiani contro le popolazioni indigene».

E questa richiesta di perdono, queste scuse, non sono un punto di arrivo, ma di partenza. Occorre ancora ricercare, seriamente, la «verità sul passato e aiutare i sopravvissuti delle scuole residenziali a intraprendere percorsi di guarigione dai traumi subiti».

Il Papa prega perché crescano accoglienza e rispetto, perché si possa imparare a camminare insieme incoraggiando l’impegno dei cattolici nei confronti dei popoli indigeni «So che tutto ciò richiede tempo e pazienza: si tratta di processi che devono entrare nei cuori, e la mia presenza qui e l’impegno dei Vescovi canadesi sono testimonianza della volontà di procedere in questo cammino».

Infine il Pontefice sottolinea che anche se il vaiggio è lungo non gli permette di visitare tutti i luoghi del Canada, «centri come Kamloops, Winnipeg, vari siti nel Saskatchewan, nello Yukon e nei Territori del Nordovest. Anche se ciò non è possibile, sappiate che siete tutti nei miei pensieri e nella mia preghiera. Sappiate che conosco la sofferenza, i traumi e le sfide dei popoli indigeni in tutte le regioni di questo Paese. Le mie parole pronunciate lungo questo cammino penitenziale sono rivolte a tutte le comunità e le persone native, che abbraccio di cuore».

E chiede di fare silenzio, di piangere insieme, di guardare la terra e pregare presso le tombe. «Lasciamo che il silenzio ci aiuti tutti a interiorizzare il dolore. Silenzio. E preghiera: di fronte al male preghiamo il Signore del bene; di fronte alla morte preghiamo il Dio della vita. Il Signore Gesù Cristo ha fatto di un sepolcro, capolinea della speranza di fronte al quale erano svaniti tutti i sogni ed erano rimasti solo pianto, dolore e rassegnazione, ne ha fatto il luogo della rinascita, della risurrezione, da cui è partita una storia di vita nuova e di riconciliazione universale. Non bastano i nostri sforzi per guarire e riconciliare, occorre la sua Grazia: occorre la sapienza mite e forte dello Spirito, la tenerezza del Consolatore. Sia Lui a colmare le attese dei cuori. Sia Lui a prenderci per mano. Sia Lui a farci camminare insieme».

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