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domenica 03 marzo 2024
 
IL LIBRO
 

Il pronipote di papa Giovanni: "A mio nonno diceva: vivo in una gabbia dorata"

28/05/2023  A sessant'anni dalla morte, il lato "privato" del "papa buono" nel racconto del pronipote Emanuele. In edicola con Famiglia cristiana e Credere le lettere di Papa Roncalli ai familiari

A sessant’anni dalla morte di papa Giovanni XXIII, Famiglia Cristiana e Credere dal numero 23 dell’1° giugno rendono omaggio a Papa Roncalli rendendo disponibile con le riviste in volume, l’epistolario Tutto il mondo è la mia famiglia. Lettere ai cari e risposte da cuore a cuore (9,90 più il prezzo della rivista): uno scambio della corrispondenza fra il futuro Papa, quarto di tredici fratelli e sorelle, e i genitori, quella famiglia contadina della Bergamasca che coltivava i campi a mezzadria vivendo la povertà con grande dignità e compostezza. Con un esclusivo inserto iconografico, una riproduzione di lettere e ricordi personali fra cui vecchie fotografie, la contabilità di un’annata agraria, la pagella del giovane Angelo Roncalli al collegio Celana, l’albero genealogico scritto di suo pugno.

«Nel carteggio si respira l’humus in cui è cresciuto e da cui ha tratto motivo di conforto ed edificazione. I suoi genitori, Battista Roncalli e Marianna Mazzola, furono i primi modelli ed educatori. In una lettera scriveva che l’educazione che lascia tracce più profonde è sempre quella della famiglia, infatti aveva dimenticato molto di quello che aveva letto sui libri ma ricordava benissimo tutto quello appreso dai genitori e dai vecchi. La sua era un’educazione basata sull’esempio», racconta il pronipote Emanuele Roncalli, giornalista e curatore di questa raccolta appassionata di lettere, autografe o dattiloscritte, di cui una cinquantina inedite dalla famiglia a lui, inviate fra il 1901, subito dopo il suo arrivo al Pontificio Seminario Romano (grazie a una borsa di studio della Fondazione Flaminio Cerasola), e il 1935.

La dedica è al nonno Giuseppe, ultimo dei fratelli di papa Giovanni XXIII. Le cose concrete della vita, gli umili affetti, dal valore insostituibile, vero perno di questi messaggi epistolari, sono un modo per approfondire la parabola umana e spirituale del "Papa buono" (cliché riduttivo per l’autore), del Papa, oggi santo, dell’apertura della Chiesa al mondo e che a quella Chiesa ha cercato di dar forma di famiglia con il dialogo ecumenico, il Concilio Vaticano II, che peraltro non vide terminare.

Nella lettera del 16 febbraio 1901 alla famiglia, punto di riferimento solidissimo della sua intera vita, scriveva che per i suoi cari non aveva mai desiderato altro bene all’infuori dell’essere buoni cristiani, «virtuosi rassegnati nelle braccia amorose della Divina Provvidenza e in pace con tutti», concetti chiave del suo pensiero e alla base prima che del suo operato religioso del suo essere umano, da cui l’interrogazione: «che varrebbe infatti possedere anche tutto l’oro del mondo quando si avesse a perdere l’anima?».

Famiglia per lui significava prima di tutto accoglienza, condivisione della quotidianità, non lasciare indietro nessuno. Famiglia che, come scriveva in una lettera del 1958, si amplia con l’elezione a pontefice e diventa il mondo intero. «Quella di origine era numerosa, con trenta bocche da sfamare tre volte al giorno, eppure la madre non negava una scodella di minestra a nessun mendicante che bussava. Ecco l’esempio. In una commovente lettera l’allora don Angelo si rivolgeva alla madre come alla persona più cara che aveva sulla terra, sottolineando che la lontananza non indeboliva i legami ma rendeva più viva e gentile la tenerezza filiale».

 

Questi scritti, dal valore universale, insegnano che bontà, spirito di sacrificio e perseveranza ripagano nella vita e possono essere letti come esempio e stimolo anche per i tanti giovani che si apprestano a vivere la Giornata mondiale della gioventù di Lisbona. «Ai ragazzi, ma anche a chi ragazzo non lo è più, ricordo le due encicliche Pacem in terris e Mater et magistra oltre al Giornale dell’anima, un diario spirituale che il giovane Roncalli inizia a scrivere all’età di 14 anni e che lo accompagnerà per tutta la vita, vere e proprie pietre miliari per capirne la statura morale. Lui distingueva l’errore da chi lo commette. E poi il discorso della Luna dell’11 ottobre 1962, sempre attuale e forte, che nell’immaginario collettivo è ridotto alla carezza ai bambini, ma che in realtà è un inno all’umiltà, alla bontà, al volersi bene con più umanità e semplicità. Vivere con il timore di Dio non significa averne paura ma sapere che c’è Qualcuno che veglia su di noi. Nella lettera testamento del 3 dicembre 1961, scritta al fratello Zaverio, invitava i familiari a volersi bene e a restare uniti”, spiega Emanuele Roncalli. «Viveva in una gabbia dorata, come diceva lui stesso a mio nonno quando andava a trovarlo in Vaticano. Amava stare tra la gente, sentiva il bisogno di quel tipo di libertà che mio nonno aveva». Conclude: «Il Papa nei giorni prima dell’agonia raccomandò a nostro padre me, che allora avevo due anni, e mio fratello Marco. Alfredo, invece, non era ancora nato. Gli disse di farci conoscere chi lui era stato. Una sorta di consegna che cerchiamo di portare avanti». 

 
 
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