«Dobbiamo evitare i pericoli». Padre Gabriele Gionti, il gesuita cosmologo e vicedirettore della Specola Vaticana, ci invita a leggere con occhio attento gli esiti recenti a cui sono giunte finora le scienze, come riportati nel libro Dio. La scienza, le prove. Sembrano favorevoli all’introduzione dell’elemento “Dio” nell’equazione della natura, ma le insidie sono importanti.

Padre Gabriele, il racconto della Creazione in Genesi e la teoria del Big Bang come origine dell’universo sembrano concetti simili in ambiti diversi, quello scientifico e quello religioso. Perché potrebbe essere pericoloso assimilarli l’uno all’altro?

«La cosmologia attuale supporta la teoria del Big Bang come la migliore descrizione dell’inizio dell’universo, ma nulla ci vieta di pensare che ci potrà essere, in futuro, un’altra teoria cosmologica che preveda una fase pre-Big Bang, ad esempio. Legare il concetto teologico di creazione divina al Big Bang è sbagliato. I modelli scientifici non sono mai definitivi, in futuro l’inizio dell’universo potrebbe venire spiegato con un’altra teoria, che prevede un pre-Big Bang appunto, e la teologia che si basa sul Big Bang perderebbe la sua validità».

Nel dibattito cosmologico contemporaneo emerge con frequenza il concetto di fine tuning, la perfetta regolazione di alcuni valori e costanti dell’universo. È una spinta nella direzione del progetto intelligente dell’universo?

«Dagli studi scientifici è emerso che alcuni valori delle costanti delle interazioni fondamentali della fisica del nostro universo sembrano calibrati in maniera così armoniosa per fare emergere la vita sul pianeta Terra, nel senso che, se fossero anche solo leggermente diversi, la vita non sarebbe stata possibile. Facendo un salto logico, gli autori del saggio ne hanno dedotto che questa armonia è frutto di un Architetto, ma non è una deduzione scientifica. Magari in futuro riusciremo a trovare una spiegazione scientifica a questo fine tuning. In sostanza, dobbiamo evitare di ricorrere a un “Dio tappabuchi”, cioè attribuire a Lui i vuoti lasciati dalle spiegazioni scientifiche. Non è questo il Dio dei cristiani, il nostro non è il Dio dell’ignoranza».

Quali sono gli spunti più interessanti che ha trovato in questo saggio?

«Il testo ha il merito di porre delle domande che emergono dagli esiti delle ultime osservazioni scientifiche, come i temi del Big Bang e del fine tuning visti prima, ma le cui risposte esulano dalla scienza. Noi sappiamo che l’universo ha avuto un inizio, ma a oggi di questo inizio non abbiamo trovato la causa, che pure sappiamo ci deve essere. Gli autori del saggio sembrano utilizzare un approccio neotomistico, per cui attraverso l’indagine della natura posso arrivare a dimostrare l’esistenza di un Dio creatore, Causa prima di tutte le cose, con la sola ragione umana e senza ricorrere alla fede. Le “Vie” di san Tommaso d’Aquino presuppongono la fede e servono a darne ragionevolezza: mi sembra sensato pensare che il Dio della Rivelazione biblica sia lo stesso che ha creato ex nihilo l’universo, che significa tutto l’universo e tutte le sue leggi. Ha senso crederlo per chi ha fede, ma, per chi non l’ha, questa argomentazione non ha valore scientifico».

Nel suo lavoro di ricerca in tutti questi anni, puntando il telescopio verso l’immensità del cielo, si è mai trovato a dover scegliere tra fede e scienza?

«Tra tutte le conoscenze scientifiche in cui mi sono imbattuto, non ce n’è mai stata una che abbia intaccato la mia fede. Certo, la scienza pone degli interrogativi, ma è un errore pensare che possa spiegare tutto. In una lettera del 1988 al direttore della Specola Vaticana George Coyne, san Giovanni Paolo II scrisse: “La scienza può purificare la religione dall’errore e dalla superstizione; la religione può purificare la scienza dall’idolatria e dai falsi assoluti”».