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venerdì 06 agosto 2021
 
Cinema
 

Il traditore di Bellocchio candidato all'Oscar: a tu per tu con Luigi Lo Cascio

24/09/2019  L'attore è Salvatore Contorno nel film candidato agli Oscar 2020 per l'Italia: «Così raccontiamo come i pentiti hanno smascherato Cosa Nostra»

«Quando hanno ucciso Peppino Impastato avevo 11 anni: eravamo abituati ai morti per le strade. L'arrivo di Buscetta e degli altri collaboratori di giustizia ha cambiato tutto, a Palermo c’è stata una rinascita della coscienza civile»

LUIGI LO CASCIO E IL SUO PERSONAGGIO SALVATORE CONTORNO: L'ATTORE E LA SICILIA NEL FILM E NELLA VITA

Il traditore è colui che ha voltato le spalle a Cosa nostra, il secondo “pentito” (il primo fu Leonardo Vitale) della storia. Il suo nome era Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, il criminale che scappò in Brasile e che, catturato e riportato in Italia, decise di collaborare con la giustizia. Tanti hanno seguito il suo esempio, come Salvatore Contorno, che nell’opera di Marco Bellocchio è Luigi Lo Cascio. Non è un caso che la data di uscita al cinema sia stata il 23 maggio 2019, il giorno della strage di Capaci. «Abbiamo lavorato molto sul lato umano, esistenziale di questi uomini. Era centrale la fedeltà al proprio capo, ai princìpi, a Cosa nostra. Contorno si esprime in palermitano e interpretarlo mi ha ricordato quando frequentavo la scuola media, perché ho usato il dialetto con cui ci si esprimeva nei quartieri popolari», spiega Lo Cascio, che poi ragiona su Falcone: «Era un grande comunicatore. Dava valore a ogni gesto, agli sguardi. Forse è proprio per questo che ha saputo relazionarsi con Buscetta e con tanti altri».

Il traditore era l’unico film italiano in concorso al Festival di Cannes nel 2019.

Ha incontrato Salvatore Contorno?

«No, d’altra parte non l’ho nemmeno chiesto. Il traditore è incentrato su Tommaso Buscetta, non aveva senso essere troppo “tridimensionali”. Poi non credo che Contorno sia facilmente rintracciabile. Le immagini del maxiprocesso che lo riguardano le ho guardate addirittura dopo le riprese. Non è un personaggio scolpito nell’immaginario delle persone, non mi serviva essere troppo mimetico».

Lei è nato a Palermo. Da ragazzo, percepiva la presenza della mafia?

«Quando hanno ucciso Peppino Impastato avevo 11 anni. Ho vissuto le guerre più spietate, in cui ci eravamo quasi abituati ai morti per le strade. La mafia per i ragazzini era qualcosa di non definibile, alcuni pensavano addirittura che non esistesse. L’arrivo di Buscetta ha cambiato tutto. Le barbarie a quel punto non si potevano più ignorare. C’è stata una rinascita della coscienza cittadina, quella violenza non era tollerabile. Mi ricordo le manifestazioni, l’appoggio alle forze dell’ordine. Dopo la strage di Capaci e quella di via D’Amelio i palermitani si sono ribellati. I commercianti si rifiutavano di pagare il pizzo, i beni confiscati venivano riutilizzati per dare lavoro. Per la Sicilia degli anni Ottanta sarebbe stato impensabile, mi ha dato grande speranza. Oggi la mafia è diventata qualcosa di indefinito, c’è un grande silenzio. Ormai è ben inserita, radicata, non ha più bisogno di cercare alleanze».

Come si combatte l’omertà?

«Cambiando, rettificando, spostandosi. Nella paura, nella necessità, si fanno scelte morali che non sono libere, ma fortemente condizionate. È una lotta per la sopravvivenza. Per capire l’omertà bisogna trovarsi in quella situazione. È una questione di indifferenza o terrore? Ogni caso è diverso. È necessario sviluppare una certa pratica nella parola, nel quotidiano, come aveva fatto Peppino Impastato. Si parla con il teatro di piazza, con il piccolo comizio, con i giornali, la radio privata… Sono messaggi condivisi, che moltiplicano le possibilità di incontro. Si sconfigge la solitudine, si crea un senso di comunità».

Nella sua carriera è passato da Peppino Impastato al carceriere di Moro in Buongiorno, notte e ora a Salvatore Contorno.

«In questo mi ha aiutato il palcoscenico. Gassman e Randone invertivano tutti i giorni le parti, una volta l’uno faceva Otello, l’altro Iago e viceversa. Ho prestato il mio volto a Contorno, ma intanto leggevo anche gli scritti di Pippo Fava. Sono gli estremi, il negativo e il positivo».

Qual è la sua esperienza per quanto riguarda la famiglia?

«Bellissima, molto fortunata. Eravamo cinque  gli, tre maschi e due femmine. Sembrava di vivere in una piccola città. Ci sedevamo sempre tutti dietro quando andavamo in macchina. Ho imparato a essere un po’ meno esigente, a condividere gli spazi. Purtroppo mio padre se n’è andato a 56 anni. Non si è mai troppo grandi per lasciare andare un genitore, c’è sempre qualcosa in sospeso. Invece mia madre da Palermo continua a seguire quello che facciamo. C’è un legame molto affettuoso tra di noi. Con i miei bambini cerco di trovare un equilibrio, la mia regola è: “Ferma dolcezza, dolce fermezza”. Aiutandoli a crescere e ad affacciarsi sul mondo».

IL TRAILER DE IL TRADITORE DI MARCO BELLOCCHIO

  

(Pubblicazione originale su FC 21 / 2019, foto in alto: Ansa)

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