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mercoledì 22 settembre 2021
 
 

«In Italia il problema ebola non esiste»

09/10/2014  «In Italia il problema ebola non esiste». Ci illumina e rassicura il professor Massimo Galli, Ordinario di malattie infettive dell’università di Milano e Direttore della divisone universitaria di malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano.

Professore, cosa possiamo fare noi per non farci contagiare?

«Per la popolazione in Italia, per chi fa una vita normale e vive qui non ci sono istruzioni per l’uso da dare perché il problema all’interno non esiste. Le istruzioni verranno date nel caso disgraziato e improbabile che il caso dovesse arrivare in Italia. In Africa attualmente il problema sussiste in tre paesi: Guinea, Liberia e Sierra Leone. Lì il viaggio non è consigliabile se non per motivi gravi o motivi professionali inderogabili. Non è il caso di andarci. Non esiste un embargo dalle Nazioni Unite, però se non si ha un motivo serissimo per non andarci meglio che non ci si vada. È un’opinione mia, ma circostanziata dai fatti. C’è un’epidemia in atto e in questo momento nemmeno i paesi stessi sono in grado di accogliere nel miglior modo possibile chi arriva».

L’organizzazione mondiale della Sanità cosa può fare?

«L’organizzazione sta sollecitando risorse di interventi in una situazione che è molto difficile e che probabilmente richiede misure eccezionali per essere contenuta. È probabile che si debba pensare a misure importanti per tentare con successo di circoscrivere l’epidemia e bloccarla. Misure che devono derivare da una conoscenza della situazione sul campo. La mia impressione, suffragata da ciò che leggo, è che le misure poste in atto sin qui non siano bastate e non bastino per il futuro». 

Non si sente di sbilanciarsi sulle misure sanitarie da prendere?

«Dall’esterno posso solo dire che servono controlli sanitari severissimi, bisogna poi vedere in che misura ed estensione. E tenere conto che si tratta di paesi molto poveri, con risorse molto limitate e una situazione politica molto difficile soprattutto in Sierra Leone e Liberia con guerre civili protratte e una governabilità, a meno di presenze importanti esterne, limitata. Da un punto di vista sanitario, uno dei maggiori problemi è rappresentato dal fatto che non esistono possibilità concrete di cura. Esistono cure promettenti, lo Zmapp per esempio è un buon modo per dare indicazioni di ottimismo nella sua efficacia soprattutto in pazienti non troppo avanzati. Vero è pure che è un farmaco che esiste solo in dosaggi limitati. Per questo le persone di questi paesi nel momento in cui si affidano a una autorità sanitaria per essere isolate, essendo già sintomatiche, hanno di fronte lo spettro di una elevata possibilità di non sopravvivere. E questo è un incentivo non ad affidarsi, ma a fuggire come è accaduto in Liberia qualche tempo fa con l’assalto a mano armata di un ospedale per liberare dall’isolamento gli amici al grido “l’ebola non esiste”».

Smontiamo qualche diceria. È vero che l’ebola si passa soprattutto attraverso la carne?

«La carne non c’entra nulla, sono gli animali “serbatoio” che vivono solo in Africa, specie diverse di pipistrelli della frutta che qui non abbiamo. Serbatoio noto o altamente probabile, specie diverse di questi animali che normalmente stanno per conto loro nella profonda foresta e che, a forza di deforestare e per condizioni climatiche particolari, possono venire a cercare cibo dove ci sono gli uomini e le loro coltivazioni. E, dall’altra, trovarsi più facilmente in condizioni di percentuale più elevata di esemplari infettati nelle varie popolazioni di pipistrelli. Se metti insieme una condizione che favorisce l’aumento della percentuale di pipistrelli infettati con la necessità di andare a mangiare sempre più vicino all’uomo, ecco che c’è la miscela esplosiva che consente all’uomo e anche ad altri animali di infettarsi. Gli altri animali che sono risultati infettati e potenzialmente infettabili da questo virus sono: i gorilla e gli scimpanzé, più le specie diverse di un gruppo di antilopi che noi chiamiamo “dic dic” mentre non c’è dato scientifico che dimostri che il cane si infetti. È altamente improbabile e comunque non ce n’è prova e in Africa è pieno di cani. Eppure nei posti più infettati non si è trovato un cane morto. L’unica indicazione valida andando in quei tre paesi è di non trovarsi in situazioni a contatto con i malati.

Come avviene la trasmissione?

«La trasmissione avviene per contatto stretto di sangue e fluidi corporei con la persona infettata in fase sintomatica. Non avviene in altro modo, né per via aerea, né tramite zanzare, né mangiando o bevendo. Se uno macella un pipistrello che è infettato e poi lo mette in pentola, per esempio, non lo infetta mangiarlo dopo averlo cotto ma averlo macellato. Faccio questo esempio perché i pipistrelli vengono venduti in molti paesi africani come alimento. Woods mit, la carne del bosco è altamente sconsigliata da tanti punti di vista. Il mondo si è infettato con l’HIV negli anni 30 macellando uno scimpanzé in Cameroon e da lì è scoppiata un’epidemia mondiale. Quindi lasciamo stare gli animali della foresta e i poveri cani che non c’entrano nulla e se si dobbiamo andare nei tre paesi stiamo molto attenti a dove andiamo e cosa facciamo. Infine, indicazioni tipo kit per il turista, non posso darne. L’unica è che non c’è spazio per il turismo in questo momento in questi tre paesi, mentre nel resto dell’Africa si va con le solite precauzioni di chi va in un paese tropicale. Il vademecum per l’ebola è solo starne fuori».

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