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sabato 22 gennaio 2022
 
La chiesa contro la camorra
 

Quel no di don Fernando all'inchino della sua parrocchia

10/06/2016  A Livardi, frazione di San Paolo Bel Sito, nel Napoletano, i portantini della statua della Madonna fanno l'inchino verso la casa del boss locale e don Fernando Russo, il parroco, lascia il corteo. L'arcivescovo di Nola, monsignor Beniamino Depalma, difende il sacerdote con una dura lettera pubblica in cui attacca "l'oltraggio" dei camorristi.

La processione fa “l’inchino” in omaggio al boss locale e il parroco abbandona  il corteo in segno di protesta.  Immediato arriva il sostegno  del vescovo al gesto del sacerdote che condanna con fermezza “l’oltraggio” della camorra in una lettera pubblica.  

   E’ accaduto domenica sera a Livardi, frazione di San Paolo Bel Sito, nel Napoletano. Durante l’annuale processione, i portantini della statua della Madonna del Rosario, senza preavvisare il parroco, e “senza alcuna necessità di ordine cultuale”, come precisa l’arcivescovo di Nola, monsignor Beniamino Depalma,  nella missiva, decidono di fermare il corteo, girare la statua verso il vicolo dove sorge l’abitazione della famiglia camorrista dei Sangermano e fare un “inchino”  in omaggio al boss. A quel punto il parroco, don Fernando Russo, sveste la stola e se ne va. Con lui abbandona la processione pure il  maresciallo dei Carabinieri che sta nel corteo.

monsignor Depalma
monsignor Depalma

Avvisato dal suo sacerdote, l’arcivescovo non ha esitato a prendere la penna in mano e scrivere una lettera pubblica a don Fernando, schierandosi  al suo fianco. “L’ingiustificabile comportamento assunto ieri dai portantini della statua mi ha rattristato  nel profondo”, esordisce il prelato. “Nell’ascoltare il tuo racconto ho percepito il dolore  che in quanto pastore di quella comunità  hai provato nel vedere il tuo gregge procedere come se non avesse una guida”.
  
   Quindi prosegue: “Per questo comprendo e appoggio la tua scelta di abbandonare la processione; lo abbiamo confermato come Chiesa locale anche durante i recenti lavori del sinodo diocesano: la doverosa disponibilità pastorale, in merito alla pietà popolare, non può infatti tradursi in pigra e interessata connivenza, ‘ne risentirebbero la chiarezza della fede, di cui la Chiesa è debitrice al mondo, e la trasparente testimonianza della comunità parrocchiale’ (citazione dal documento stilato per il sinodo diocesano, ndr)”. Insomma, parole nette d’appoggio alla scelta coraggiosa e ferma del giovane parroco di San Paolo Bel Sito. 

     Non solo, monsignor Depalma si rivolge direttamente a quanti hanno rivolto “l’inchino” (“gesto di prepotenza”) e scrive: “A quanti hanno violentato la processione di Livardi, pretendendo l’omaggio della statua, e quindi della Chiesa, dico: se desiderate l’amore chiedete perdono per la vostra arroganza, solo così quello sguardo preteso si rivelerà quale amore gratuito che non vi chiama al comando della comunità cui appartenete ma al suo servizio, in umiltà”. 

    E infine conclude: “Nello scrivere a te, caro Fernando, e alla comunità di Livardi, oltraggiata in un momento di festa, e nel confermarti la mia paterna ed episcopale vicinanza, ribadisco il mio sostegno e la mia preghiera per i parroci della diocesi che quotidianamente si trovano a fronteggiare l’arroganza di quanti, ritenendosi depositari anche della fede credono di poter disporre di essa e della Chiesa per soddisfare un desiderio di affermazione personale al quale tutto va subordinato, anche Dio”. Parole di fuoco nei confronti degli “arroganti” autori dell’omaggio al boss. 

     Non è certo la prima volta che la chiesa, spesso impegnata in prima linea contro “lo scellerato sistema di malaffare e ingiustizia chiamato camorra”, come scrive il vescovo di Nola, dice il suo “no” allo sfruttamento di riti e liturgie per accreditarsi nei confronti delle popolazioni del territorio dove operano. Non è la prima volta che sacerdoti, religiosi e religiose si oppongono alle mafie locali e ai loro atti di prepotenza. La stessa domenica a Corleone un altro “inchino” deferente omaggiava un altro boss. Ma il segnale dato dalla diocesi di Nola è particolarmente significativo: un parroco che lascia la processione davanti a tutti e il vescovo che non perde un secondo per difendere la scelta del suo sacerdote e lo fa in modo pubblico, ufficiale, sono denunce precise, gesti forti che non lasciano alibi alcuno a chi ha il potere e il dovere d’intervenire: amministratori locali, Procura competente, forze dell’ordine, istituzioni civili. Il sasso è lanciato.
   Se non si vuole più assistere all’oltraggio di una “Madonna” che s’inchina davanti al boss di turno, non si lasci da sola la chiesa di Nola.        

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